9.10.06

Intervista a Mussi (Il Manifesto 7/10)

Non si può fare ricerca solo su quello che serve. C'è una dimensione estetica del sapere che va rilanciata al di là del linguaggio dell'utile e dell'economico

La bellezza del sapere

Fabio Mussi a tutto campo sull'università. Gli effetti collaterali da correggere della riforma Berlinguer: limiti del «tre più due», proliferazione dei corsi, frammentazione degli insegnamenti, algebra dei crediti, sistemi di valutazione, concorsi, precari. La latitanza degli investimenti privati in un sistema che deve restare pubblico. Servono più soldi e più governance, o «la società della conoscenza» resterà in Italia solo uno slogan mentre la terza rivoluzione tecnologica avanza in tutto
Ida Dominijanni

Il convegno di Orvieto sul partito democratico sta per cominciare mentre con Fabio Mussi, alla Camera, facciamo il punto sulla politica dell'università dopo i non troppo incoraggianti investimenti della finanziaria in questo settore cruciale del rilancio del «sistema paese».

Rimpianti per essere qua e non là?
«Nessuno, sono sereno, non volevo fare la parte di quello che dice 'o presepe nun me piace'. Non credo che Orvieto riserverà grandi sorprese, e la mia posizione è nota: sono favorevole alla costruzione di una solida alleanza democratica, e alla costruzione di una forte sinistra che abbia l'ambizione di rappresentare interessi e promuovere idee. L'incontro di Orvieto è il primo passo della costruzione di un partito che nasce dalla fusione tra Ds e Margherita, su cui non sono d'accordo».
Una domanda personal-politica al ministro dell'università ex studente della Normale: quanto ha contato nella tua vita aver fatto dei buoni studi?
Molto. La Normale era la mia sola possibilità: vengo da una famiglia poverissima, entrarci era l'unico modo di garantirmi vitto, alloggio e una piccola argent de poche. Avevo preso la maturità con la terza pagella d'Italia - non ho mai saputo chi fossero quei due che avevano osato essere più bravi di me! - e il massimo dei voti nelle materie scientifiche: avrei voluto iscrivermi a fisica o chimica, ma venendo dal liceo classico non ce l'avrei fatta a superare il concorso della Normale in quelle materie. Così scelsi filosofia, ma ho mantenuto una forte curiosità per la cultura scientifica, leggo le riviste più importanti e non tollero di non capire di che trattano. Gli anni di Pisa, fra Università, '68 e Pci sono stati cruciali, anche ai fini del mio lavoro di oggi. Mi è rimasta la convinzione che l'università di massa, aperta a tutti, è una sfida fondamentale, se però tiene alto il livello della qualità.
Saltiamo a trent'anni dopo. Lisbona 2000: in una fase di relativo ottimismo sulla costruzione europea, fu lanciata la parola d'ordine della «società della conoscenza». In Italia c'era il governo D'Alema, ricordo commenti entusiasti. Cos'è rimasto di quella prospettiva nel secondo governo Prodi? Poco, a giudicare dalla finanziaria...
La prospettiva è sempre quella, è fortemente ribadita nel programma dell'Unione ed era ben presente nelle dichiarazioni programmatiche di Prodi alle Camere. Va detto però che in Europa, sei anni dopo, si avverte una certa stanchezza, «la società della conoscenza» rischia di diventare poco più che uno slogan. Mentre a livello planetario si dispiega la terza grande rivoluzione tecnologica della storia: gli investimenti nella formazione e nella ricerca passeranno in pochi anni da 330 a 850 miliardi di dollari - una cifra ancora di molto inferiore alla spesa per armamenti, il che dimostra che la rivoluzione suddetta non si converte in saggezza -, e il grosso ce lo metteranno l'India, la Cina, la Malesia, la Corea, il Giappone, la Tailandia e gli Stati uniti, i quali hanno appena lanciato un piano decennale per raddoppiare gli investimenti nella ricerca pubblica. Il Brasile, l'Argentina e il Messico stanno entrando in questa stessa scia. L'Europa segna il passo: i paesi del Nord sono gli unici ad aver raggiunto l'obiettivo di Lisbona, con un investimento in formazione e ricerca superiore al 3% del Pil.
Ma l'Italia investe meno dell'1%.
Lo 0,88 nell'università, contro l'1,2 della media dell'area Ocse e il 2,6, fra pubblico e privato, degli Stati uniti. Nella ricerca investiamo l'1,1%.
In una classifica ideale delle ragioni del «declino italiano», in quale posto collocheresti questi dati?

Abbastanza in alto, ma la risposta non è univoca: siamo di fronte a uno dei tanti paradossi italiani. E' ovvio che un paese che investe tanto poco su formazione e ricerca si mangia il futuro a morsi. Ma questo non toglie che in Italia ci siano ancora risorse di qualità e zone di eccellenza. Nella fisica della materia, nella fisica nucleare e nelle biotecnologie, per esempio, continuiamo ad avere posizioni di prestigio. Sforniamo laureati di ottimo livello che vengono rastrellati sul mercato del lavoro intellettuale internazionale. D'altro canto è vero che abbiamo un numero basso di studenti universitari e di laureati, e che nella classifica delle prime cento università del mondo non compaiono nei primissimi posti atenei italiani - anche se la Sissa di Trieste sta al quinto posto in Europa e la Normale di Pisa al settimo. Ti segnalo però che nella classifica Tongji di Shangai sulle prime 500 università del mondo 270 sono europee, parecchie delle quali italiane, e solo 180 sono americane, mentre quelle cinesi e indiane avanzano: nella terza rivoluzione tecnologica l'Europa procede a passo lento, ma ha ancora un capitale enorme da far valere.
Però - fonte AlmaLaurea - gli studenti europei Erasmus dicono che le università italiane sono le peggiori fra quelle che hanno frequentato. In Italia c'è una gran retorica contro la «fuga dei cervelli», ma a me pare che dovremmo essere felici che tanti italiani vadano all'estero e preoccuparci di più di attrarre studenti stranieri qui da noi.

Esattamente. Ormai la comunità scientifica è internazionale, ognuno deve andare dove vuole, possibilmente non spinto dalla disperazione. Il problema è come rendere attraenti le università italiane, migliorandone qualità e governance. Nel recente viaggio in Cina di Prodi è stato siglato un accordo interuniversitario per accogliere studenti cinesi in Italia.
Ministro, diciamoci la verità: per il centrosinistra l'università è materia non solo di progetto ma anche di bilancio. Più che di Letizia Moratti, l'università che abbiamo è figlia di Luigi Berlinguer. Sette anni dopo, qual è il bilancio della parola chiave della riforma Berlinguer, «autonomia»?

E' vero, la vera riforma è stata quella del '99, Letizia Moratti si è limitata a degli interventi peggiorativi. L'autonomia, intesa come capacità di autogoverno e responsabilità, è un processo inesorabile e giusto. Che però ha prodotto alcuni effetti collaterali da correggere. In primo luogo c'è stata una spinta alla proliferazione scriteriata di sedi, ordinamenti, insegnamenti. In secondo luogo, lo schema «tre più due», laurea triennale più laurea specialistica - che a ben vedere è uno schema tre più due più x, triennale più specialistica più master - è rimasto incompiuto. Il tre più due prevede che uno studente esca dalla triennale con un profilo professionale definito, ma in realtà non è così: la triennale è una sorta di vicolo cieco, o una tappa per la specialistica. Una specie di liceone: non va bene, bisogna correggere.
Come?
La riforma Berlinguer si inseriva in una più ampia politica europea lanciata a Bologna nel '99, che prevedeva una prima verifica nel 2007 a Londra e una seconda nel 2010, per andare a regime nel 2012. Andremo a Londra dopo una discussione di massa con studenti e docenti, con un'indagine molecolare degli effetti della riforma e qualche proposta. E' in vista di questo che convocherò gli «stati generali» dell'università.
Qualche correzione intanto è già partita.
Sì. Con alcune norme della finanziaria viene bloccato il numero delle università telematiche - ce ne sono dodici, appena insediato ne avevo bloccate altre cinque, in Spagna sono in tutto due -, che sono università a tutti gli effetti e devono avere requisiti di qualità ineccepibili. Viene bloccata la proliferazione di corsi e facoltà fuori dalle sedi naturali: i corsi di studio sono passati in pochi anni da 2.300 a 5.500, d'ora in poi per aprirne uno sarà necessario avere almeno la metà di docenti strutturati. E vengono bloccate le cosiddette «lauree facili»: la riforma Berlinguer prevedeva che si potesse «laureare l'esperienza» concedendo quasi tutti i crediti necessari sulla base di un percorso di studio e di lavoro; sotto il governo Berlusconi, allargando le maglie di questa norma, sono state regalate lauree a intere categorie di dipendenti dei ministeri e delle regioni, di iscritti all'ordine dei giornalisti e via dicendo; d'ora in poi verranno concessi al massimo 60 crediti, ai singoli e non alle categorie. C'è inoltre un mio decreto al parere della Conferenza dei rettori, che prevede d'ora in poi un massimo di 20 esami per il triennio e di 12 per la laurea specialistica.
Quasi una rivoluzione, data la frammentazione attuale di moduli, esami e crediti. Che avrà effetti a cascata sulla didattica...
Bisognerà accorpare i moduli, o coordinarli, e sempre sulla base di un organico fatto almeno per metà da docenti strutturati, dunque solo una metà può essere fatta di docenti a contratto.
L'autonomia ha anche un lato economico cruciale: è la porta aperta all'ingresso dei privati nell'università. Anche qui, qual è il bilancio di questi otto anni, e come si dovrebbe configurare per il futuro il rapporto pubblico-privato?
Il sistema dev'essere pubblico, dopodiché ben venga se ci investono i privati: magari! Ma ci investono pochissimo, fra sponsorizzazioni e contratti. Nel campo della ricerca, per ogni euro dello stato ce n'è mezzo, non due, di privati.
Insomma: Tronchetti Provera, per dirne uno, poteva bene investire nella ricerca universitaria sulle telecomunicazioni, ma non l'ha fatto...
No, non l'ha fatto. Sul valore aggiunto, il capitalismo italiano investe in ricerca pubblica e privata il 2,2%, contro la media europea del 5,8. In Germania il dato è del 7,5%, in Giappone del 9,6, negli Usa dell'8,7.
La finanziaria prevede qualche incentivo, o sbaglio?
In finanziaria c'è il fondo della legge Bersani per un piano di sostegno a ricerca e innovazione «top down». E un incremento di 960 milioni di euro in tre anni del fondo ordinario per la ricerca, che vanno ad aggiungersi alle risorse correnti (600 milioni di euro per l'anno prossimo), per la ricerca «bottom up» e «curiosity drive», quella cioè non immediatamente finalizzata - che è cruciale, perché non si può fare ricerca solo su quello che si sa che è utile. Poi c'è un ulteriore fondo di 300 milioni di euro come credito d'imposta per il 10% di investimenti in proprio dei privati e il 15% di committenze alle università e agli enti pubblici.
Non si può fare ricerca solo su quello che è utile, dici giustamente. Però fra crediti, valutazioni, risorse, economicità, funzionalità al mercato del lavoro, non ti pare che l'università parli ormai solo la lingua dell'utile? Questa perdita del senso della gratuità del sapere, a me sembra l'effetto collaterale più pericoloso della riforma Berlinguer.
Effettivamente anch'io uso questo linguaggio con un certo disagio...Bisogna distinguere. Un conto è il sistema della valutazione, che è fondamentale e va casomai reso più efficace. Sul piano culturale però sono d'accordo, va rilanciata la dimensione estetica del sapere. Non è un caso che oggi si parli di eleganza delle formule in matematica, o che certi premi alla ricerca tecnologica siano destinati in base alla bellezza delle scoperte. L'estetica invade anche le scienze esatte, e il linguaggio del bello è diverso da quello dell'utile.
Valutazione: come funziona e come va corretto il sistema?
Abbiamo l'esperienza dei due comitati di valutazione del sistema universitario e della ricerca, che a giorni presenteranno i loro rispettivi rapporti. Bisogna partire da qui per costruire l'Agenzia della valutazione. Che sarà un'istituzione terza sia rispetto ai suoi oggetti sia rispetto al potere politico - insomma non sarà una dependance del ministero - e dovrà spostare l'asse della valutazione dalle procedure ai risultati, sia nella ricerca sia nella didattica, sulla base di parametri internazionali. La valutazione sarà decisiva ai fini della ripartizione di una quota crescente del fondo ordinario - che ovviamente deve complessivamente crescere -, in modo che venga premiato chi migliora.
Concorsi: cosa cambierà?
Fosse per me li abolirei e li sostituirei appunto con un efficace sistema di valutazione. Ma non si può: l'articolo 97 della Costituzione prevede «valutazioni comparative». E' un problema delicato, sono state sperimentate molte formule possibili, ma nessuna ha eliminato i vizi storici. Proveremo a sperimentarne altre. Per prima cosa però bisogna introdurre la terza fascia di docenza per i ricercatori: è fondamentale per allargare la base della docenza.
Hai annunciato 2000 assunzioni per i precari, qualcuno obietta che sono meno di quelle degli ultimi tre anni...

Ma no, sono 2000 assunzioni in più rispetto a quelle ordinarie. Abbiamo anche tolto il blocco del turn over agli enti di ricerca, che possono assumere non sulla base della pianta organica ma del budget, entro l'80% del loro bilancio.
Che pensi delle università di eccellenza che stanno spuntando qua e là, a Firenze, Milano e altrove?
Funzionano se sono integrate col sistema complessivo e col territorio. A Lucca abbiamo migliorato in questo senso la situazione dell'Imt.
Commentando non entusiasticamente la finanziaria hai detto: Speriamo dall'anno prossimo di indossare gli stivali delle sette leghe». E' solo un problema di soldi?

Anche di soldi. Da un lato le due spine sono il modesto incremento del fondo di finanziamento e il taglio ai consumi intermedi di università ed enti di ricerca. Dall'altro lato, dall'anno prossimo bisognerà operare una riforma complessiva della governance del sistema universitario, dal ministero ai consigli di dipartimento. Ma di questo è prematuro parlare adesso.

dal Manifesto, 7 ottobre 2006

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