17.7.06

Vivere da precario (Il Tempo)

Vivere da precario
«NON abbiamo futuro perché il nostro presente è troppo volatile. La sola possibilità che ci rimane è la gestione del rischio. La trottola degli scenari dell’attimo presente». Scrive Gibson in uno dei suoi ultimi libri (Pattern recognition) centrando in pieno la problematica moderna. Una condizione esistenziale di precarietà e frammentazione con la nostalgia di un’epoca passata in cui la vita si svolgeva intorno a ruoli e comportamenti ben definiti che lasciavano spazio alla costruzione di una identità e alla necessità di programmare il futuro. Tale realtà è completamente scomparsa dai nostri orizzonti. Oggi l’economia rifiuta la routine del tempo indeterminato basandosi invece sul breve termine che respinge le traiettorie definite. Un nuovo modo di concepire la vita e tutto ciò che vi ruota intorno, lavoro compreso. Se sei un lavoratore «atipico», se desideri sposarti o avere figli ma rimandi perché a malapena riesci a pagare l’affitto e le spese personali, se a trent’anni ti senti ancora privo di basi solide su cui costruire la tua identità, benvenuto nel club. Ne fanno parte, secondo dati istat, circa due milioni e mezzo di persone di cui 407 mila lavorano a «progetto». Ecco come si vive senza stipendio fisso e, soprattutto, senza lasciarsi scoraggiare dalla mancanza di punti di riferimento certi. Il problema non è solo economico ma anche e soprattutto sociale. Quello che appare con una forza sorprendente è un sentimento di profonda impotenza di fronte ad una situazione che non permette di costruire alternative. I giovani che vanno avanti a impieghi interinali, contratti a progetto e lavori occasionali sono ogni giorno sempre di più. E non si tratta più di flessibilità ma di precarietà. Il perché di questa inversione di rotta è da ricercarsi nei cambiamenti che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. I progressi nel campo dei trasporti e dell’informatica hanno avuto diverse conseguenze: gli imprenditori subiscono la concorrenza di chi produce in zone dove la manodopera costa poco. L’esigenza di flessibilità nascerebbe perciò da questi cambiamenti: affinché le aziende italiane offrano lavoro occorre che questo abbia un costo relativamente basso. A ciò va ad unirsi il fatto che i lavoratori vengono «ricattati» economicamente dai contratti precari e perciò tendono a controllare il proprio operato in maniera assidua e costante. È come dire: «Se faccio tanto e bene magari avrò la possibilità di lavorare ancora e poi magari ottenere un contratto a tempo indeterminato». Che altro non è, appunto, che una sorta di ricatto affinché i lavoratori diano il meglio di sé ogni giorno. Cionostante la legge Biagi ha anche qualche aspetto positivo: essa permette a chi è in cerca della prima occupazione di fare esperienza. A volte, inoltre, queste forme di contratti «atipici» contribuiscono a stanare il lavoro in nero. In alcuni casi, poi, chi entra in una azienda come interinale riesce ad avere un’assunzione. Il fatto è che questa legge e questi strumenti vengono usati in maniera scorretta, e alla fine la «gavetta» sembra essere eterna. Non si hanno garanzie, non esistono diritti e si perde ogni speranza in un futuro migliore. Come si fa a progettare se manca la base da cui partire? Subentrano allora scoraggiamento, angoscia e, nei casi più gravi, depressione. A sentire le confessioni dei giovani che abbiamo incontrato non è difficile capire quanto questa nuova realtà lavorativa crei disagio e malumori. «Arrivo a guadagnare appena 500 euro al mese e ci pago appena le spese per la macchina», confida Claudia. «È davvero terrificante lavorare per 44 ore settimanali e non ruiscire a mettere insieme i soldi necessari per una vacanza» Alessio non è da meno: «Vivo alla giornata, con lavori saltuari e orari assurdi. Il tutto per poter pagare l’affitto, le spese dell’auto e uscire qualche sera a settimana». Serena invece si preoccupa dell’instabilità che la stà portando a rimandare costantemente il matrimonio con il suo Federico: «Lui ha un contratto a progetto, io corro da una azienda all’altra e alla fine sono comunque costretta a chiedere soldi ai miei genitori. È una realtà avvilente che ti condiziona nelle scelte e ti esaspera, perché se non sai se e quanto guadagnerai domani, come fai a fare progetti, a pensare di mettere su famiglia?» Federica, laureata in giurisprudenza e commessa in un negozio confessa di vivere con i genitori contribuendo solo a parte delle spese della gestione familiare: «E come potrei visto che guadagno appena 600 euro e che ho le spese dell’auto?». Ma potremmo ancora raccontare di Luca, Ivano, Roberta, Ilaria, Maurizio... e tanti altri ancora che vivono da precari e che dichiarano tutti lo stesso grande, spaventoso disagio. Insicurezza e incertezza nei discorsi di ognuno di loro. E poi rabbia, angoscia, senso di impotenza. Questa piccola indagine non potrebbe essere completa,però, se non parlassimo anche di quei giovani che della flessibilità hanno trovato aspetti positivi. Alcuni ragazzi hanno sottolineato un fatto molto importante: quello di poter entrare in aziende diverse, imparare e farsi un carico di esperienza elevato. E poi la libertà di poter rifiutare un lavoro, di gestirsi i tempi e gli spazi, di lavorare fuori le mura di un grigio ufficio. Insomma una voce che esce dal coro dei più. Ma qualunque sia la tua idea, il tuo modo di sentire l’argomento, una sola cosa conta: quella di non perderti mai d’animo e di credere nelle tue potenzialità. In un momento in cui la società non è capace di regalarci un futuro certo, l’unica cosa che possiamo fare è inventarcene uno. E allora forza con le idee, con la creatività, lo spazio c’è.

lunedì 17 luglio 2006

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