21.7.06

Reddito o lavoro? Sull'inutile dibattito del Manifesto

Riflessioni precarie

"Come collettività possiamo ridistribuire solo la produzione corrente.
Quest'ultima, aggiungiamo, sarà tanto più elevata quanto più alta è, oggi e nel passato, l'occupazione, e l'occupazione stabile; e quanto più alta è, oggi e nel passato, qualità e quantità dei mezzi di produzione. Senza gestione politica della domanda e senza conflitto sociale nella produzione sussidi come il BI sono acqua fresca, perché domanda e produttività non aumentano per magia". (il manifesto, 12 luglio)

"il reddito garantito rischia di spingere tutta la struttura dei salari verso il basso"
"Misure come il reddito garantito possono forse rendere più sopportabile la precarietà nel breve periodo, ma non la eliminano: semmai la cristallizzano e la congelano. [...] rendono più accettabile la frammentazione del lavoro e conducono all'abbandono della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti"
(il manifesto, 4 giugno)

"Lungi dal costituire un allargamento delle lotte all'intera società, il reddito garantito significa innanzitutto la messa in mora di ogni discussione sulle forme della messa al lavoro."
(il manifesto, 30 giugno)

Dati alla mano, l'Italia è il paese europeo in cui le disparità fra "ricchi" e "poveri" sono più ampie. Il 20% più ricco è nettamente più ricco del 20% più povero.
Dati alla mano, l'Italia è l'unico paese europeo (insieme alla Grecia) in cui non è prevista nessuna forma di reddito garantito sganciato dalla prestazione lavorativa.

In base a incomprensibili analisi ideologiche prive di verifiche fattuali, alcuni pseudostudiosi si stanno prestando da un mese e mezzo a un'operazione del giornale "il Manifesto" per sostenere la (morente) Fiom Cgil nel suo attacco ai movimenti e alla conquista dell''"egemonia" del presunto neomovimento antiprecarietà, nato con l'assemblea del Brancaccio dell'8 luglio. Un'operazione di bassa lega,
che nessuno, tranne qualche residuo gruppo emmelle, sta prendendo in seria considerazione.

E' evidente che, prendendo spunto dalle analisi dei ricercatori" padovani e bolognesi e volendo essere coerenti, bisognerebbe chiedere lo smantellamento delle ferie pagate (pericoloso "non lavoro", che ruba tempo alla produzione "materiale") e la dissoluzione dei diritti conquistati negli anni '70 (150 ore per lo studio, permessi per esami, malattie, maternità), germi di quella pericolosissima sottocultura che toglie centralità al Lavoro con la L maiuscolissima.

Ciò che stupisce maggiormente è che negli stessi giorni e settimane Il Manifesto abbia lanciato la sua campagna di sostegno, autonominandosi il giornale di tutti quanti, dei movimenti, senza padroni e forte della sua "autonomia".
Stupisce che il Manifesto nello stesso periodo si trovi in una crisi "produttiva" che lo costringe a non pagare i propri lavoratori, molti dei quali sono a rischio (reale) di non avere tra pochi mesi né un lavoro né un reddito.
Dovrebbe partire, un giornale "comunista", dalla valutazione dei propri interessi materiali.
Forse con un reddito di esistenza, di cittadinanza, di base, garantito o sociale che dir si voglia i precari non rovesceranno il mondo, ma almeno potranno comprare e "sostenere" più spesso il quotidiano più caro esistente in Italia.

Categorie:

Nessun commento: