LAVORO: VDA; DA SINDACATI UN DDL SU AMMORTIZZATORI SOCIALI
(ANSA) - AOSTA, 11 GEN - Promuovere in Valle d'Aosta una serie di ammortizzatori sociali destinati a disoccupati, precari e giovani che integrino il sistema di tutele nazionale. E' quanto si propone una bozza di disegno di legge presentata dai sindacati Cgil, Cisl, Uil e Savt all'assessore regionale alle Attività produttive, Leonardo La Torre.
"Il prolungarsi nella nostra regione - spiega Claudio Viale, segretario generale della Cgil Valle d'Aosta - di una fase difficile per il settore industriale sta creando situazioni di disagio sociale che richiedono risposte urgenti, adeguate e innovative".
Nel progetto di norma, costituito da 9 articoli, elaborato dalle categorie sindacali dei metalmeccanici e fatto proprio dalle segreterie generali, vengono previsti, tra gli altri, delle indennità regionali a favore dei disoccupati, il sostegno al reddito per i lavoratori parasubordinati e alcuni interventi a favore dell'apprendistato. I sindacati introducono nel disegno di legge anche il 'reddito di cittadinanza', un sostegno economico compreso tra i 450 e i 700 euro, destinato ai valdostani più poveri.
"Ci auspichiamo - aggiunge il segretario Claudio Viale - di poter confrontarci quanto prima con l'assessore La Torre sulla nostra proposta: l'obiettivo è che la Giunta regionale possa fare proprio il nostro disegno di legge così come hanno già fatto le Province autonome di Trento e Bolzano e alcune Regioni a statuto ordinario". (ANSA).
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18.1.07
ASL 4, stabilizzati 44 lavoratori precari
Enna 10/01/07 - La Direzione dell’Azienda Sanitaria Locale n°4 di Enna, con delibera emanata il 22 dicembre 06, ha proceduto all’assunzione di 44 lavoratori precari, già utilizzati nelle Attività Socialmente Utili. I lavoratori hanno sottoscritto il 27 dicembre scorso il contratto di diritto privato a tempo determinato, secondo le modalità contenute dalla legge regionale n. 16/2006, per un monte ore settimanale di 24 ore: 13 di essi sono inquadrati nel profilo di assistente amministrativo e 31 in quello di coadiutore amministrativo. Si conclude, pertanto, positivamente la vicenda dei lavoratori precari dell’Azienda Sanitaria Locale n. 4, dopo i numerosi incontri tra la Direzione dell’Azienda e i sindacati dei lavoratori per la formulazione del piano di stabilizzazione. Il manager dell’Azienda Usl n. 4. Francesco Iudica, al momento dell’insediamento, dopo avere preso visione del piano di fuoriuscita dei lavoratori ASU precedentemente formulato, aveva immediatamente convocato le parti per la definizione di un progetto più confacente ai profili professionali, alle esigenze aziendali e alle aspettative dei lavoratori. Il piano di stabilizzazione concordato con le organizzazioni dei lavoratori ha previsto la stipula di contratti di diritto privato quinquennali. In precedenza era stata configurata l’ipotesi di utilizzo dei lavoratori come ausiliari e commessi e l’immissione di alcuni nella società mista di servizi. Ora saranno utilizzati per le funzioni più elevate e più appropriate già svolte nei vari uffici dal momento della loro entrata nell’Azienda.
“Con la stipula dei contratti di diritto privato – dichiara il Direttore Amministrativo, dott. Vincenzo Vicari – si è concluso il percorso di stabilizzazione delle risorse lavorative finora utilizzate in stato di precariato”.
“Con la stipula dei contratti di diritto privato – dichiara il Direttore Amministrativo, dott. Vincenzo Vicari – si è concluso il percorso di stabilizzazione delle risorse lavorative finora utilizzate in stato di precariato”.
Supplenze “appese” al cellulare
10 gennaio 2007 - Il Messaggero Veneto
Convocazioni via telefonino: escluso chi l’ha spento
Le nuove regole mettono in fibrillazione i candidati
Supplenze definite via cellulare dall'anno scolastico 2007-2008 e addio a fonogrammi o telegrammi di convocazione per mille docenti precari: meno spese postali, per le segreterie scolastiche, da questo settembre. Parola di viale Trastevere e chi non risponde alla chiamata, perderà la supplenza breve. Deve restare reperibile 24 ore su 24 il popolo dei supplenti, altrimenti addio cattedra. Scongiuri sul black-out del telefonino scarico, da evitare come peste bubbonica le zone dove non c'è campo (come i tunnel autostradali o garage sotterranei) e giro di vite sui costi delle bollette per le 49 scuole provinciali. Addio all'odissea della caccia a vuoto per le sostituzioni di pochi giorni nelle primarie: anno nuovo e buoni propositi di risparmio sulle linee del telefono, dicono dalla Minerva romana.
«Le nuove regole sulle nomine dei supplenti cominceranno in via sperimentale forse da gennaio in scuole-pilota scelte dal ministero - anticipano dal palazzo dell'Istruzione -. Da settembre, poi, le chiamate delle scuole al cellulare degli aspiranti sostituiranno i telegrammi e chi non accetta l'incarico sarà penalizzato, con arretramento in graduatoria. Il nuovo regolamento sarà emanato dopo il confronto con i sindacati».
Guai a chiudere il cellulare: chi rinuncerà a una supplenza o manca alla convocazione, farà il “pit-stop” per un anno in coda all'elenco dei precari (“Per le supplenze oltre i 30 giorni rimarrà la comunicazione cartacea” rassicurano da Cisl scuola), oppure escluso.
Probabile anche una contrazione nel numero delle scuole scelte per le supplenze. «Dalle attuali 30 a 20 - secondo fonti sindacali che usano il condizionale - e 5 per supplenze non superiori a 15 giorni».
«Confronto aperto sulle nuove regole per le supplenze - sono possibilisti i sindacati confederali della scuola -, ma ragioniamo anche su incarichi pluriennali. Contratti di supplenza su 2 o 3 anni sarebbero la giusta prospettiva per superare, a piccoli passi, la piaga annosa del precariato che in provincia di Pordenone conta mille supplenti abilitati e altri mille nel girone delle supplenze brevi».
Per loro, in arrivo l'obbligo di residenza. Salvati per il rotto della cuffia dall'estinzione delle graduatorie permanenti provinciali, trasformate in graduatorie a esaurimento (Gae, nell'acrostico burocratico), finiscono castigati dal nuovo regolamento in cantiere.
«Servirà la residenza nella provincia prescelta per inserirsi nelle graduatorie di istituto - anticipa il nuovo codice il segretario provinciale cislino Marisa Susanna ai supplenti che arrivano da Centro-sud e dalle Isole nel Nordest -. Con l'obbligo della reperibilità, per garantire la presenza a scuola nello stesso giorno della chiamata: a tutela del diritto allo studio dell'utenza».
((c.b.))
Convocazioni via telefonino: escluso chi l’ha spento
Le nuove regole mettono in fibrillazione i candidati
Supplenze definite via cellulare dall'anno scolastico 2007-2008 e addio a fonogrammi o telegrammi di convocazione per mille docenti precari: meno spese postali, per le segreterie scolastiche, da questo settembre. Parola di viale Trastevere e chi non risponde alla chiamata, perderà la supplenza breve. Deve restare reperibile 24 ore su 24 il popolo dei supplenti, altrimenti addio cattedra. Scongiuri sul black-out del telefonino scarico, da evitare come peste bubbonica le zone dove non c'è campo (come i tunnel autostradali o garage sotterranei) e giro di vite sui costi delle bollette per le 49 scuole provinciali. Addio all'odissea della caccia a vuoto per le sostituzioni di pochi giorni nelle primarie: anno nuovo e buoni propositi di risparmio sulle linee del telefono, dicono dalla Minerva romana.
«Le nuove regole sulle nomine dei supplenti cominceranno in via sperimentale forse da gennaio in scuole-pilota scelte dal ministero - anticipano dal palazzo dell'Istruzione -. Da settembre, poi, le chiamate delle scuole al cellulare degli aspiranti sostituiranno i telegrammi e chi non accetta l'incarico sarà penalizzato, con arretramento in graduatoria. Il nuovo regolamento sarà emanato dopo il confronto con i sindacati».
Guai a chiudere il cellulare: chi rinuncerà a una supplenza o manca alla convocazione, farà il “pit-stop” per un anno in coda all'elenco dei precari (“Per le supplenze oltre i 30 giorni rimarrà la comunicazione cartacea” rassicurano da Cisl scuola), oppure escluso.
Probabile anche una contrazione nel numero delle scuole scelte per le supplenze. «Dalle attuali 30 a 20 - secondo fonti sindacali che usano il condizionale - e 5 per supplenze non superiori a 15 giorni».
«Confronto aperto sulle nuove regole per le supplenze - sono possibilisti i sindacati confederali della scuola -, ma ragioniamo anche su incarichi pluriennali. Contratti di supplenza su 2 o 3 anni sarebbero la giusta prospettiva per superare, a piccoli passi, la piaga annosa del precariato che in provincia di Pordenone conta mille supplenti abilitati e altri mille nel girone delle supplenze brevi».
Per loro, in arrivo l'obbligo di residenza. Salvati per il rotto della cuffia dall'estinzione delle graduatorie permanenti provinciali, trasformate in graduatorie a esaurimento (Gae, nell'acrostico burocratico), finiscono castigati dal nuovo regolamento in cantiere.
«Servirà la residenza nella provincia prescelta per inserirsi nelle graduatorie di istituto - anticipa il nuovo codice il segretario provinciale cislino Marisa Susanna ai supplenti che arrivano da Centro-sud e dalle Isole nel Nordest -. Con l'obbligo della reperibilità, per garantire la presenza a scuola nello stesso giorno della chiamata: a tutela del diritto allo studio dell'utenza».
((c.b.))
9.1.07
Sciopero degli infermieri il 12/1/2007
2007-01-09 17:48
Sciopero infermieri il 12 gennaio
Sindacato chiede aumenti, risarcimenti e indennita'
(ANSA) - ROMA, 9 GEN - Gli infermieri delle aziende del Servizio sanitario nazionale incroceranno le braccia per 24 ore dalle ore 7,00 del 12 gennaio prossimo. Lo annuncia il sindacato degli infermieri Nursing Up, non escludendo il protrarsi della protesta. Le richieste vanno dalla integrazione contrattuale, all'aggiornamento professionale, a 15 giorni di ferie aggiuntivi fino all'indennita' per il lavoro notturno, un risarcimento se le aziende non si attengono alla programmazione concordata e sussidi per i figli.
Sciopero infermieri il 12 gennaio
Sindacato chiede aumenti, risarcimenti e indennita'
(ANSA) - ROMA, 9 GEN - Gli infermieri delle aziende del Servizio sanitario nazionale incroceranno le braccia per 24 ore dalle ore 7,00 del 12 gennaio prossimo. Lo annuncia il sindacato degli infermieri Nursing Up, non escludendo il protrarsi della protesta. Le richieste vanno dalla integrazione contrattuale, all'aggiornamento professionale, a 15 giorni di ferie aggiuntivi fino all'indennita' per il lavoro notturno, un risarcimento se le aziende non si attengono alla programmazione concordata e sussidi per i figli.
Roma. Licenziate 10 operatrici del CPA
da E POLIS del 4 gennaio 2006
Licenziate, senza nessun preavviso. Si è annunciato così il 2007 per dieci impiegate nel Centro di Prima Accoglienza di Roma, l’unico del Lazio, situato presso gli uffici del Centro Giustizia Minorile e dell’U.S.S.M. (Servizi Sociali). Si tratta di dipendenti a contratto determinato della cooperativa “Tartaruga Verde”, che hanno ricevuto per fax il 29 dicembre una lettera di licenziamento nonostante la proroga del servizio di appalto, fino a marzo 2007, il tempo necessario per indire una nuova gara. La denuncia è del sindacato RdB-CUB, che ha seguito le lavoratrici nella fase precedente il licenziamento, quando il sindacato è intervenuto a fine novembre presso l’amministrazione giudiziaria per sottolineare la mancata tutela di alcuni diritti e migliorare le loro condizioni di lavoro. Le operatrici sono a contatto con minori arrestati o fermati in attesa di processo. «I CPA - spiega Pio Congi di RdB CUB - ospitano, fino all’udienza di convalida, i minori arrestati o fermati e quelli per cui non è stato possibile l’accompagnamento presso l’abitazione familiare, che possono rimanere a disposizione dell’autorità giudiziaria (Procuratore minorile, PM, GIP) fino a 4 giorni (96 ore)». ■E.L.
Licenziate, senza nessun preavviso. Si è annunciato così il 2007 per dieci impiegate nel Centro di Prima Accoglienza di Roma, l’unico del Lazio, situato presso gli uffici del Centro Giustizia Minorile e dell’U.S.S.M. (Servizi Sociali). Si tratta di dipendenti a contratto determinato della cooperativa “Tartaruga Verde”, che hanno ricevuto per fax il 29 dicembre una lettera di licenziamento nonostante la proroga del servizio di appalto, fino a marzo 2007, il tempo necessario per indire una nuova gara. La denuncia è del sindacato RdB-CUB, che ha seguito le lavoratrici nella fase precedente il licenziamento, quando il sindacato è intervenuto a fine novembre presso l’amministrazione giudiziaria per sottolineare la mancata tutela di alcuni diritti e migliorare le loro condizioni di lavoro. Le operatrici sono a contatto con minori arrestati o fermati in attesa di processo. «I CPA - spiega Pio Congi di RdB CUB - ospitano, fino all’udienza di convalida, i minori arrestati o fermati e quelli per cui non è stato possibile l’accompagnamento presso l’abitazione familiare, che possono rimanere a disposizione dell’autorità giudiziaria (Procuratore minorile, PM, GIP) fino a 4 giorni (96 ore)». ■E.L.
Il futuro precario dei “flessibilizzati” stipendio magro e vecchiaia da fame
Il nodo. Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps fa il punto e denuncia il dramma degli atipici
Oltre metà degli iscritti nella gestione separata non ha i requisiti
per avere il vitalizio
■Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps Franco Lotito ha annunciato a Epolis i temi cruciali al tavolo di confronto con il governo, a partire dal mese in corso, fino alla primavera. Tra le proposte, anche il progetto di riforma per la stabilizzazione dei contratti di lavoro atipici a firma degli economisti
Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Nonostante le “buone intenzioni” della legge n.335/95, che ha parzialmente esteso le tutele pensionistiche ai lavoratori parasubordinati, e della legge n.30/2003 (legge Biagi), che ha introdotto forme di contratto “flessibili”, secondo i dati dell'Inps, collaboratori a progetto e coordinati e continuativi sono “paranormali” nel diritto del lavoro. Un esercito di 500mila “flessibilizzati”, che, il più delle volte, svolgono di fatto un lavoro subordinato, ma con retribuzioni molto inferiori a quelle dei lavoratori dipendenti e aliquote contributive così basse da non consentire, a oltre metà degli iscritti nella gestione separata, di raggiungere i versamenti minimi per avere i requisiti per la pensione. Sul piano della tutela, sono spesso equiparabili ai lavoratori in nero.
Non è prevista l’integrazione al trattamento minimo delle prestazioni pensionistiche, manca la copertura in caso di licenziamento, non c’è trattamento di fine rapporto, né cassa integrativa, né tredicesima, né ferie pagate. E, se il datore di lavoro "dimentica” di versare contributi e retribuzioni, spetta al parasubordinato l’onere della prova in fase giudiziale, proprio come per il lavoratore in nero. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps ha sollevato la questione presentando, il 12 ottobre scorso, una istanza ai ministri del Lavoro Cesare Damiano, del Welfare Paolo Ferrero, dell ’Economia e delle finanze Tommaso Padoa-Schioppa, invitando il governo e il parlamento ad adottare «interventi di miglioramento degli strumenti normativi previdenziali vigenti», per quanto riguarda il sistema di calcolo contributivo, con un aumento delle aliquote, un ripensamento dei criteri di accredito, l’estensione del principio di automaticità nei casi assimilabili a lavoro dipendente, l’integrazione al trattamento minimo e la copertura pensionistica negli intervalli di lavoro,
perché non vi sia discontinuità previdenziale in caso di discontinuità lavorativa. «Occorre – dice Lotito – una riforma che garantisca piena assistenza previdenziale a tutti i lavoratori. C’è una divaricazione troppo alta tra lavoratori dipendenti e parasubordinati. Per questi si prospetta un futuro pensionistico nero».■E . B.
Oltre metà degli iscritti nella gestione separata non ha i requisiti
per avere il vitalizio
■Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps Franco Lotito ha annunciato a Epolis i temi cruciali al tavolo di confronto con il governo, a partire dal mese in corso, fino alla primavera. Tra le proposte, anche il progetto di riforma per la stabilizzazione dei contratti di lavoro atipici a firma degli economisti
Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Nonostante le “buone intenzioni” della legge n.335/95, che ha parzialmente esteso le tutele pensionistiche ai lavoratori parasubordinati, e della legge n.30/2003 (legge Biagi), che ha introdotto forme di contratto “flessibili”, secondo i dati dell'Inps, collaboratori a progetto e coordinati e continuativi sono “paranormali” nel diritto del lavoro. Un esercito di 500mila “flessibilizzati”, che, il più delle volte, svolgono di fatto un lavoro subordinato, ma con retribuzioni molto inferiori a quelle dei lavoratori dipendenti e aliquote contributive così basse da non consentire, a oltre metà degli iscritti nella gestione separata, di raggiungere i versamenti minimi per avere i requisiti per la pensione. Sul piano della tutela, sono spesso equiparabili ai lavoratori in nero.
Non è prevista l’integrazione al trattamento minimo delle prestazioni pensionistiche, manca la copertura in caso di licenziamento, non c’è trattamento di fine rapporto, né cassa integrativa, né tredicesima, né ferie pagate. E, se il datore di lavoro "dimentica” di versare contributi e retribuzioni, spetta al parasubordinato l’onere della prova in fase giudiziale, proprio come per il lavoratore in nero. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps ha sollevato la questione presentando, il 12 ottobre scorso, una istanza ai ministri del Lavoro Cesare Damiano, del Welfare Paolo Ferrero, dell ’Economia e delle finanze Tommaso Padoa-Schioppa, invitando il governo e il parlamento ad adottare «interventi di miglioramento degli strumenti normativi previdenziali vigenti», per quanto riguarda il sistema di calcolo contributivo, con un aumento delle aliquote, un ripensamento dei criteri di accredito, l’estensione del principio di automaticità nei casi assimilabili a lavoro dipendente, l’integrazione al trattamento minimo e la copertura pensionistica negli intervalli di lavoro,
perché non vi sia discontinuità previdenziale in caso di discontinuità lavorativa. «Occorre – dice Lotito – una riforma che garantisca piena assistenza previdenziale a tutti i lavoratori. C’è una divaricazione troppo alta tra lavoratori dipendenti e parasubordinati. Per questi si prospetta un futuro pensionistico nero».■E . B.
Il futuro precario dei “flessibilizzati” stipendio magro e vecchiaia da fame
Il nodo. Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps fa il punto e denuncia il dramma degli atipici
Oltre metà degli iscritti nella gestione separata non ha i requisiti
per avere il vitalizio
■Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps Franco Lotito ha annunciato a Epolis i temi cruciali al tavolo di confronto con il governo, a partire dal mese in corso, fino alla primavera. Tra le proposte, anche il progetto di riforma per la stabilizzazione dei contratti di lavoro atipici a firma degli economisti
Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Nonostante le “buone intenzioni” della legge n.335/95, che ha parzialmente esteso le tutele pensionistiche ai lavoratori parasubordinati, e della legge n.30/2003 (legge Biagi), che ha introdotto forme di contratto “flessibili”, secondo i dati dell'Inps, collaboratori a progetto e coordinati e continuativi sono “paranormali” nel diritto del lavoro. Un esercito di 500mila “flessibilizzati”, che, il più delle volte, svolgono di fatto un lavoro subordinato, ma con retribuzioni molto inferiori a quelle dei lavoratori dipendenti e aliquote contributive così basse da non consentire, a oltre metà degli iscritti nella gestione separata, di raggiungere i versamenti minimi per avere i requisiti per la pensione. Sul piano della tutela, sono spesso equiparabili ai lavoratori in nero.
Non è prevista l’integrazione al trattamento minimo delle prestazioni pensionistiche, manca la copertura in caso di licenziamento, non c’è trattamento di fine rapporto, né cassa integrativa, né tredicesima, né ferie pagate. E, se il datore di lavoro "dimentica” di versare contributi e retribuzioni, spetta al parasubordinato l’onere della prova in fase giudiziale, proprio come per il lavoratore in nero. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps ha sollevato la questione presentando, il 12 ottobre scorso, una istanza ai ministri del Lavoro Cesare Damiano, del Welfare Paolo Ferrero, dell ’Economia e delle finanze Tommaso Padoa-Schioppa, invitando il governo e il parlamento ad adottare «interventi di miglioramento degli strumenti normativi previdenziali vigenti», per quanto riguarda il sistema di calcolo contributivo, con un aumento delle aliquote, un ripensamento dei criteri di accredito, l’estensione del principio di automaticità nei casi assimilabili a lavoro dipendente, l’integrazione al trattamento minimo e la copertura pensionistica negli intervalli di lavoro,
perché non vi sia discontinuità previdenziale in caso di discontinuità lavorativa. «Occorre – dice Lotito – una riforma che garantisca piena assistenza previdenziale a tutti i lavoratori. C’è una divaricazione troppo alta tra lavoratori dipendenti e parasubordinati. Per questi si prospetta un futuro pensionistico nero».■E . B.
Oltre metà degli iscritti nella gestione separata non ha i requisiti
per avere il vitalizio
■Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps Franco Lotito ha annunciato a Epolis i temi cruciali al tavolo di confronto con il governo, a partire dal mese in corso, fino alla primavera. Tra le proposte, anche il progetto di riforma per la stabilizzazione dei contratti di lavoro atipici a firma degli economisti
Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
Nonostante le “buone intenzioni” della legge n.335/95, che ha parzialmente esteso le tutele pensionistiche ai lavoratori parasubordinati, e della legge n.30/2003 (legge Biagi), che ha introdotto forme di contratto “flessibili”, secondo i dati dell'Inps, collaboratori a progetto e coordinati e continuativi sono “paranormali” nel diritto del lavoro. Un esercito di 500mila “flessibilizzati”, che, il più delle volte, svolgono di fatto un lavoro subordinato, ma con retribuzioni molto inferiori a quelle dei lavoratori dipendenti e aliquote contributive così basse da non consentire, a oltre metà degli iscritti nella gestione separata, di raggiungere i versamenti minimi per avere i requisiti per la pensione. Sul piano della tutela, sono spesso equiparabili ai lavoratori in nero.
Non è prevista l’integrazione al trattamento minimo delle prestazioni pensionistiche, manca la copertura in caso di licenziamento, non c’è trattamento di fine rapporto, né cassa integrativa, né tredicesima, né ferie pagate. E, se il datore di lavoro "dimentica” di versare contributi e retribuzioni, spetta al parasubordinato l’onere della prova in fase giudiziale, proprio come per il lavoratore in nero. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps ha sollevato la questione presentando, il 12 ottobre scorso, una istanza ai ministri del Lavoro Cesare Damiano, del Welfare Paolo Ferrero, dell ’Economia e delle finanze Tommaso Padoa-Schioppa, invitando il governo e il parlamento ad adottare «interventi di miglioramento degli strumenti normativi previdenziali vigenti», per quanto riguarda il sistema di calcolo contributivo, con un aumento delle aliquote, un ripensamento dei criteri di accredito, l’estensione del principio di automaticità nei casi assimilabili a lavoro dipendente, l’integrazione al trattamento minimo e la copertura pensionistica negli intervalli di lavoro,
perché non vi sia discontinuità previdenziale in caso di discontinuità lavorativa. «Occorre – dice Lotito – una riforma che garantisca piena assistenza previdenziale a tutti i lavoratori. C’è una divaricazione troppo alta tra lavoratori dipendenti e parasubordinati. Per questi si prospetta un futuro pensionistico nero».■E . B.
La vita segreta del McLavoratore
Gennaio 3, 2007
Stavolta l’infiltrato è un professore di management statunitense, Jerry Newman, che per qualche mese ha provato i peggiori McJob d’America, praticamente un guastatore in incognito in missione nei fast food, e poi ha scritto un libro: My secret life on the McJob. Lezioni da dietro la cassa, garantiti effetti supersize su qualunque tipo di management, appena pubblicato negli Stati Uniti.
D’accordo, niente di nuovo se non fosse che stavolta l’infiltrato era dall’altra parte del bancone, a friggere patatine e hamburger con un occhio particolare per le condizioni dei lavoratori e il loro rapporto con gli amati/odiati manager: secondo Newman, che ha lavorato in sette ristoranti, da McDonalds a Burger King, il clima e le condizioni di lavoro dipendono radicalmente dal capo di turno.
Incredibile, ma i manager possono arrivare a premiare i dipendenti assegnando loro PIÙ ORE di lavoro invece che un aumento. Il morale dei dipendenti? Direttamente determinato da quello che succede nell’ufficio del boss.
Proprio in questi giorni è uscito anche uno studio dell’Università della Florida sui motivi per cui la gente si licenzia e cambia lavoro, naturalmente negli States: spesso e volentieri la colpa è dei capi e dei capetti, che non si fanno scrupoli nel ricorrere a mezzi sporchi, incentivi illegali, mobbing, richieste di lavoro extra. Il 39 per cento dei settecento lavoratori intervistati afferma che il loro capo ha mentito e non ha mantenuto la sua parola. Il 37 per cento non è stato pagato regolarmente. Il 24 per cento accusa il capo di aver invaso la sua privacy.
Wayne Hochwarter, l’altro professore di management che ha condotto lo studio, sottolinea insomma che «i lavoratori non lasciano il loro lavoro o la loro azienda, ma lasciano il loro capo». I suoi consigli sono fondamentali: lavoratori, fate finta di niente. Minimizzate i danni che vi causa il vostro superiore e datevi da fare. «La cosa più importante è essere visibili sul lavoro. Nascondersi può essere negativo per la vostra carriera, specialmente quando impedisce ai vostri colleghi di riferire il vostro talento e il vostro contributo» alla causa. Il vostro capo non sarebbe per niente soddisfatto.
Stavolta l’infiltrato è un professore di management statunitense, Jerry Newman, che per qualche mese ha provato i peggiori McJob d’America, praticamente un guastatore in incognito in missione nei fast food, e poi ha scritto un libro: My secret life on the McJob. Lezioni da dietro la cassa, garantiti effetti supersize su qualunque tipo di management, appena pubblicato negli Stati Uniti.
D’accordo, niente di nuovo se non fosse che stavolta l’infiltrato era dall’altra parte del bancone, a friggere patatine e hamburger con un occhio particolare per le condizioni dei lavoratori e il loro rapporto con gli amati/odiati manager: secondo Newman, che ha lavorato in sette ristoranti, da McDonalds a Burger King, il clima e le condizioni di lavoro dipendono radicalmente dal capo di turno.
Incredibile, ma i manager possono arrivare a premiare i dipendenti assegnando loro PIÙ ORE di lavoro invece che un aumento. Il morale dei dipendenti? Direttamente determinato da quello che succede nell’ufficio del boss.
Proprio in questi giorni è uscito anche uno studio dell’Università della Florida sui motivi per cui la gente si licenzia e cambia lavoro, naturalmente negli States: spesso e volentieri la colpa è dei capi e dei capetti, che non si fanno scrupoli nel ricorrere a mezzi sporchi, incentivi illegali, mobbing, richieste di lavoro extra. Il 39 per cento dei settecento lavoratori intervistati afferma che il loro capo ha mentito e non ha mantenuto la sua parola. Il 37 per cento non è stato pagato regolarmente. Il 24 per cento accusa il capo di aver invaso la sua privacy.
Wayne Hochwarter, l’altro professore di management che ha condotto lo studio, sottolinea insomma che «i lavoratori non lasciano il loro lavoro o la loro azienda, ma lasciano il loro capo». I suoi consigli sono fondamentali: lavoratori, fate finta di niente. Minimizzate i danni che vi causa il vostro superiore e datevi da fare. «La cosa più importante è essere visibili sul lavoro. Nascondersi può essere negativo per la vostra carriera, specialmente quando impedisce ai vostri colleghi di riferire il vostro talento e il vostro contributo» alla causa. Il vostro capo non sarebbe per niente soddisfatto.
Lazio Service, assunti in 600 entro il 2007
Contratti a tempo indeterminato nella società della Regione. Il vicepresidente della Giunta Pompili: "Diamo maggiore autonomia gestionale". A gennaio stabilizzati i primi 300
Roma, 4 gennaio 2006 - Entro la fine del 2007 circa 600 dipendenti della societa' Lazio Service saranno assunti con un contratto a tempo indeterminato. Lo hanno annunciato il vice-presidente della Giunta regionale Massimo Pompili e l'assessore al personale Marco Di Stefano. Entro gennaio saranno quindi stabilizzati i primi 300, per lo piu' addetti ai servizi essenziali, poi nel corso del 2007 gli altri 600 dipendenti Lazio Service.
Se per Pompili si apre una fase nuova ''con l'obiettivo di raggiungere l'autonomia gestionale della societa' dalla Regione'', per Di Stefano si tratta ''di una vera e propria svolta''. ''Stiamo dando una risposta a chi lavora nell'incertezza - ha aggiunto l'assessore - in controtendenza alle politiche del precariato degli anni passati''.
Lazio Service, creata nel 2001, conta attualmente circa 1000 dipendenti: 94 con contratto a tempo indeterminato, 141 con rapporto interinale e tutti gli altri con contratto a tempo determinato. Plauso dal Presidente Lazio Service Sergio Scicchitano secondo cui la Regione ''e' stata in grado di correggere un'anomalia''.
Soddisfazione e' stata espressa anche da Walter Schiavella della Cgil, Dario Roncon della Cisl e da Lorenzo Dore della Uil. ''Il contratto - ha detto Schiavella - rimane quello dei metalmeccanici. A fine anno valuteremo l'area contrattuale piu' idonea"
Roma, 4 gennaio 2006 - Entro la fine del 2007 circa 600 dipendenti della societa' Lazio Service saranno assunti con un contratto a tempo indeterminato. Lo hanno annunciato il vice-presidente della Giunta regionale Massimo Pompili e l'assessore al personale Marco Di Stefano. Entro gennaio saranno quindi stabilizzati i primi 300, per lo piu' addetti ai servizi essenziali, poi nel corso del 2007 gli altri 600 dipendenti Lazio Service.
Se per Pompili si apre una fase nuova ''con l'obiettivo di raggiungere l'autonomia gestionale della societa' dalla Regione'', per Di Stefano si tratta ''di una vera e propria svolta''. ''Stiamo dando una risposta a chi lavora nell'incertezza - ha aggiunto l'assessore - in controtendenza alle politiche del precariato degli anni passati''.
Lazio Service, creata nel 2001, conta attualmente circa 1000 dipendenti: 94 con contratto a tempo indeterminato, 141 con rapporto interinale e tutti gli altri con contratto a tempo determinato. Plauso dal Presidente Lazio Service Sergio Scicchitano secondo cui la Regione ''e' stata in grado di correggere un'anomalia''.
Soddisfazione e' stata espressa anche da Walter Schiavella della Cgil, Dario Roncon della Cisl e da Lorenzo Dore della Uil. ''Il contratto - ha detto Schiavella - rimane quello dei metalmeccanici. A fine anno valuteremo l'area contrattuale piu' idonea"
Precari, sfruttati e malpagati. Palesatevi!
05.01.2007
di Left
Cerchiamo testimonianze. Brevi ma intense
Il settimanale Left Avvenimenti si occuperà della vertenza dei giornalisti.
Perciò sta cercando testimonianze dal mondo dei precari. Non solo storie estreme, anche quotidiani affanni, di cococo abusivi freelance eccetera. Sono benvenute anche le storie felici, ce ne fossero.
Se volete raccontarci la vostra, scrivete a questa mail, spiegando in poche righe di che si tratta, sarete ricontattati. Oppure telefonate, oggi o lunedì dopo le 14, allo 06.44259535. La discrezione, ovvio, è assicurata.
I tempi sono molto stretti, il pezzo va chiuso martedì, quindi palesatevi prima possibile.
Grazie
di Left
Cerchiamo testimonianze. Brevi ma intense
Il settimanale Left Avvenimenti si occuperà della vertenza dei giornalisti.
Perciò sta cercando testimonianze dal mondo dei precari. Non solo storie estreme, anche quotidiani affanni, di cococo abusivi freelance eccetera. Sono benvenute anche le storie felici, ce ne fossero.
Se volete raccontarci la vostra, scrivete a questa mail, spiegando in poche righe di che si tratta, sarete ricontattati. Oppure telefonate, oggi o lunedì dopo le 14, allo 06.44259535. La discrezione, ovvio, è assicurata.
I tempi sono molto stretti, il pezzo va chiuso martedì, quindi palesatevi prima possibile.
Grazie
Azione a Linate in supporto alle SEA Girls
Inserito da zoekat il Ven, 05/01/2007 - 4:05pm Incontri Azioni
Logo Sea GirlsMilano, 5 gennaio 007
Stamane una trentina di attivisti della san precario connection ha messo in atto un’incursione gaudente all’aeroporto di Linate in solidarietà alle lavoratrici della S.E.A ( le sea girls ) che dopo aver vinto il marzo scorso la causa di reintegro sono state mobbizzate e trasferite da Malpensa a Linate. Dopo quattro anni di incertezze e undici tempi determinati le lavoratrici si trovano ad essere quindi assunte ma a 50 km in linea d’aria dalla propria residenza.
Chi conosce la differenza fra una “linea d’aria” e i chilometri crudi e tremendi dei tragitti stradali nella trafficata Lombardia sa perfettamente che la somma fra andata e ritorno si tramuta, in termini di tempo e soldi, in un costo quotidiano, non solo economico, inaccettabile.
FLYER IN ENGLISH
Volantino per i lavoratoriLe supporters delle Sea Girls hanno esposto uno striscione proprio di fronte ai check in -diceva: "Vite precipitate: il low cost delle precarie in Sea!" - e poi distribuito volantini solidali ed informativi, non solo sul caso in questione ma anche sulle scandalose politiche industriali tutte volte alla precarizzazione delle condizioni di lavoro. Tutto ciò ha creato crescente nervosismo nei vertici Sea e nelle forze dell’ordine visto che, pare, una semplice azione di civiltà (bio)sindacale è un atto impuro nel terreno franco (dai diritti) dell’aeroporto.
In verità un manipolo di ragazze ha osato pure occupare simbolicamente la sala Vip utilizzando –sfacciate !- la telefonia interna per chiedere un colloquio col tal Trerotola, vice responsabile delle relazioni industriali della Sea e fortemente responsabile di essersi pronunciato contro il trasferimento, il mese scorso, delle Sea Girls alla loro sede naturale: Malpensa. Dopo interminabili momenti d’attesa, fra richieste d’incontro e risposte stizzite, sembra – così han detto - che la settimana prossima le Sea Girls verranno ricevute dalla direzione delle relazioni industriali.
Travestimento SEA girlsSembra pure che qualcuno di lor signori abbia affermato di non riconoscere San Precario: ciò che è certo è che neppure il nostro Santo li riconosce.
Dopo un paio d’ore i devoti e le devote hanno sciolto il presidio promettendo di ritornare con regolarità: le Sea Girls devono tornare a Malpensa!
Cosa giusta e semplice.
Volantino per i viaggiatoriCi è parso di notare un nervosismo troppo accentuato da parte dei vertici della società. Forse un azione del genere rompe un po’ gli schemi corruttivi – ops concertativi – che hanno fatto degli aeroporti un territorio selvaggio di crescente precarizzazione. Ma noi sappiamo che vi sono tante persone di buona volontà e pensiamo che sia giunto il momento di creare buone sinergie, ed esplorare nuove possibilità di conflitto.
Non temiamo corruzione perché i privilegi sono la ragione della nostra precarietà. Non temiamo cedimenti perché la nostra situazione è già il risultato del crollo sociale. Non temiamo isolamento perché siamo i più.
E se non cambia saremo ancora di più. Noi, precari e precarie, siamo quelli/e che invertiranno la lotta.
Precari e precarie di Monza e Milano
San Precario Evolution
Atipici, meno di 800 euro a un lavoratore precario su tre
Più della metà dei ricercatori scientifici, assunti con contratti di collaborazione e quindi "precari", guadagna tra gli 800 e i 1.200 euro al mese. E possono anche ritenersi fortunati: un ex «co.co.co.» su tre, infatti, guadagna meno di 800 euro netti al mese. È quanto si evince da un rapporto promosso da Nidil Cgil e realizzato dal Cer. Non solo però il guadagno è basso (il 65% degli interpellati si lamenta della propria condizione economica), ma anche la qualità della vita lascia a desiderare. Il lavoro infatti impegna il tempo della gran parte della giornata. Va considerato infatti che il 50%, e quindi un ex co.co.co. su due, lavora più di 38 ore alla settimana, con punte anche di 45 ore.
Anche il 20% dei ricercatori che guadagna più della media (più di 1.200 euro al mese) lavora più di 38 ore alla settimana. Ed è lo stesso orario che fa anche il 56% di chi guadagna tra 800 e 1.000 euro al mese e quasi il 60% tra i 1.000 e i 1.200 euro. Diverso è il caso degli orari di lavoro più bassi che permettono a stento di arrivare a 800 euro al mese. Tra chi ha un reddito inferiore a 800 euro al mese, poco meno del 40% lavora meno di 30 ore. Tra questi, più del 50% in realtà lavora meno di 20 euro per una retribuzione netta inferiore ai 400 euro.
Ad ogni modo, il 31% degli intervistati guadagna meno di 800 euro netti al mese. Se si somma anche il 26% di coloro che hanno una retribuzione mensile tra gli 800 e i 1.000 euro, il risultato è che un collaboratore su due guadagna meno di 1.000 euro al mese. E tra chi svolge le professioni più qualificate in ambito scientifico, il 52% guadagna tra gli 800 e i 1.200 euro al mese. Poco più del 20% ha stipendi un po´ più elevati, superiori comunque ai 1.200 euro. Tra quelli che eseguono professioni più esecutive, più del 65% guadagna meno di 800 euro al mese.
Analizzando gli orari di lavoro, emerge inoltre che il 72% dei tirocinanti lavora più di 38 ore alla settimana. Chi svolge lavori più esecutivi ha invece un orario tra le 30 e le 38 ore a settimana. Tra questi tuttavia, ben il 26% lavora con orario part-time (sono prevalentemente dei lavoratori e delle lavoratrici dei call center). Va ricordato infatti che il part-time è di fatto quasi un dato strutturale nei call center, perché adattandosi alla natura del lavoro, viene incontro ai bisogni dei datori di lavoro, permettendo di mantenere sempre alto il livello di attenzione degli operatori e consentendo di gestire i turni con un alto grado di flessibilità.
E il futuro? Non tutti vedono "rosa" anche perché si è precari sempre più in là con gli anni: uno su 4 ha più di 35 anni (26% del campione) e di questi circa la metà ha più di 40 anni. Le ripercussioni sulla famiglia sono immediate: basta pensare che l'82% degli interpellati non ha figli.
Pubblicato il: 06.01.07
Modificato il: 07.01.07
Anche il 20% dei ricercatori che guadagna più della media (più di 1.200 euro al mese) lavora più di 38 ore alla settimana. Ed è lo stesso orario che fa anche il 56% di chi guadagna tra 800 e 1.000 euro al mese e quasi il 60% tra i 1.000 e i 1.200 euro. Diverso è il caso degli orari di lavoro più bassi che permettono a stento di arrivare a 800 euro al mese. Tra chi ha un reddito inferiore a 800 euro al mese, poco meno del 40% lavora meno di 30 ore. Tra questi, più del 50% in realtà lavora meno di 20 euro per una retribuzione netta inferiore ai 400 euro.
Ad ogni modo, il 31% degli intervistati guadagna meno di 800 euro netti al mese. Se si somma anche il 26% di coloro che hanno una retribuzione mensile tra gli 800 e i 1.000 euro, il risultato è che un collaboratore su due guadagna meno di 1.000 euro al mese. E tra chi svolge le professioni più qualificate in ambito scientifico, il 52% guadagna tra gli 800 e i 1.200 euro al mese. Poco più del 20% ha stipendi un po´ più elevati, superiori comunque ai 1.200 euro. Tra quelli che eseguono professioni più esecutive, più del 65% guadagna meno di 800 euro al mese.
Analizzando gli orari di lavoro, emerge inoltre che il 72% dei tirocinanti lavora più di 38 ore alla settimana. Chi svolge lavori più esecutivi ha invece un orario tra le 30 e le 38 ore a settimana. Tra questi tuttavia, ben il 26% lavora con orario part-time (sono prevalentemente dei lavoratori e delle lavoratrici dei call center). Va ricordato infatti che il part-time è di fatto quasi un dato strutturale nei call center, perché adattandosi alla natura del lavoro, viene incontro ai bisogni dei datori di lavoro, permettendo di mantenere sempre alto il livello di attenzione degli operatori e consentendo di gestire i turni con un alto grado di flessibilità.
E il futuro? Non tutti vedono "rosa" anche perché si è precari sempre più in là con gli anni: uno su 4 ha più di 35 anni (26% del campione) e di questi circa la metà ha più di 40 anni. Le ripercussioni sulla famiglia sono immediate: basta pensare che l'82% degli interpellati non ha figli.
Pubblicato il: 06.01.07
Modificato il: 07.01.07
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Addetti delle pulizie in fermento
in 15mila aspettano il contratto
da E POLIS dell'8 gennaio 2006
La bufera scatenata dall’inchiesta sulle condizioni sanitarie nel più grande ospedale di Roma riapre una miniera poco esplorata: quella del settore pulizia, un servizio quasi sempre affidato in appalto a ditte esterne. Che si parli di nosocomi, ditte o ministeri, la pratica non cambia.
A SORPRESA riguarda anche alcuni grandi alberghi della capitale. Quello degli addetti alle pulizie è un universo di almeno 15.000 lavoratori, solo a Roma.
Lavorano in media tre ore al giorno per un stipendio che a stento arriva a 500 euro a fine mese. Al di sotto quindi del parametro retributivo orario di 15 euro lordi, stabilito dall’ultimo contratto nazionale, scaduto il 31 dicembre. Sono tra i nove milioni di lavoratori dei vari comparti in attesa del rinnovo.
Insieme agli statali, i bancari, i metalmeccanici, gli artigiani, gli addetti al commercio, alle Ferrovie, gli impiegati dell’A l italia, gli alimentaristi, i poligrafici e i panificatori, gli addetti alle telecomunicazioni, quelli del gas e gli elettrici. Un po’ come loro ma in condizioni peggiori. In quanto lavoratori in appalto, privi di una contrattazione aziendale, per il rinnovo del loro contratto si attende la legge regionale sugli appalti pubblici che a sua volta è condizionata da quella nazionale, per ragioni di coerenza e simmetria.
La Cgil Lazio, insieme a Uil e Cisl siede al tavolo delle trattative regionali, ma sono interessati anche i vertici a livello nazionale. Attendono tutti il prossimo incontro al Ministero del Lavoro per vedere come dare attuazione alle promesse dello stesso ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che intende ridimensionare, tra i criteri di aggiudicazione, quello del ribasso d’asta, che porta a risparmiare sui costi di manodopera, per valorizzare piuttosto le clausole sociali, a tutela dei lavoratori e del rispetto dei criteri di sicurezza.
UN DIBATTITO sorto intorno al mondo dell’edilizia, per evitare l’aggravarsi del fenomeno delle morti sul lavoro, ha così suoi riverberi utili anche per chi fa le pulizie. E a Roma, sottolinea la Cgil Lazio, il comparto di questi lavoratori, tutti italiani e precari, è sottostimato. In realtà sono molti di più di quelli ufficialmente considerati nelle stime pubbliche, considerati i lavoratori in nero. Senza dimenticare l'armata degli invisibili, stranieri che lavorano normalmente in nero. Gli stessi addetti di un grande albergo non lontano da Termini sono stati minacciati, ripetutamente.
«Se trapelasse che non si tratta di dipendenti assunti e con cui c’è un rapporto fiduciario - sottolinea Silvana Morini di Cgil commercio e turismo - ma di addetti di cooperative, che variano di anno in anno in funzioni di chi vince l’appalto, la clientela potrebbe risentirsi». Eppure questi lavoratori sono stati costretti a ritirarsi dal sindacato. Per avere portato la loro questione all’attenzione del patronato sono stati oggetto di pressioni pesanti da parte del datore di lavoro.
■EM. LA.
da E POLIS dell'8 gennaio 2006
La bufera scatenata dall’inchiesta sulle condizioni sanitarie nel più grande ospedale di Roma riapre una miniera poco esplorata: quella del settore pulizia, un servizio quasi sempre affidato in appalto a ditte esterne. Che si parli di nosocomi, ditte o ministeri, la pratica non cambia.
A SORPRESA riguarda anche alcuni grandi alberghi della capitale. Quello degli addetti alle pulizie è un universo di almeno 15.000 lavoratori, solo a Roma.
Lavorano in media tre ore al giorno per un stipendio che a stento arriva a 500 euro a fine mese. Al di sotto quindi del parametro retributivo orario di 15 euro lordi, stabilito dall’ultimo contratto nazionale, scaduto il 31 dicembre. Sono tra i nove milioni di lavoratori dei vari comparti in attesa del rinnovo.
Insieme agli statali, i bancari, i metalmeccanici, gli artigiani, gli addetti al commercio, alle Ferrovie, gli impiegati dell’A l italia, gli alimentaristi, i poligrafici e i panificatori, gli addetti alle telecomunicazioni, quelli del gas e gli elettrici. Un po’ come loro ma in condizioni peggiori. In quanto lavoratori in appalto, privi di una contrattazione aziendale, per il rinnovo del loro contratto si attende la legge regionale sugli appalti pubblici che a sua volta è condizionata da quella nazionale, per ragioni di coerenza e simmetria.
La Cgil Lazio, insieme a Uil e Cisl siede al tavolo delle trattative regionali, ma sono interessati anche i vertici a livello nazionale. Attendono tutti il prossimo incontro al Ministero del Lavoro per vedere come dare attuazione alle promesse dello stesso ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che intende ridimensionare, tra i criteri di aggiudicazione, quello del ribasso d’asta, che porta a risparmiare sui costi di manodopera, per valorizzare piuttosto le clausole sociali, a tutela dei lavoratori e del rispetto dei criteri di sicurezza.
UN DIBATTITO sorto intorno al mondo dell’edilizia, per evitare l’aggravarsi del fenomeno delle morti sul lavoro, ha così suoi riverberi utili anche per chi fa le pulizie. E a Roma, sottolinea la Cgil Lazio, il comparto di questi lavoratori, tutti italiani e precari, è sottostimato. In realtà sono molti di più di quelli ufficialmente considerati nelle stime pubbliche, considerati i lavoratori in nero. Senza dimenticare l'armata degli invisibili, stranieri che lavorano normalmente in nero. Gli stessi addetti di un grande albergo non lontano da Termini sono stati minacciati, ripetutamente.
«Se trapelasse che non si tratta di dipendenti assunti e con cui c’è un rapporto fiduciario - sottolinea Silvana Morini di Cgil commercio e turismo - ma di addetti di cooperative, che variano di anno in anno in funzioni di chi vince l’appalto, la clientela potrebbe risentirsi». Eppure questi lavoratori sono stati costretti a ritirarsi dal sindacato. Per avere portato la loro questione all’attenzione del patronato sono stati oggetto di pressioni pesanti da parte del datore di lavoro.
■EM. LA.
Ufficio virtuale, problemi reali
(da Apogeonline)
di Roberto Venturini
D'accordo che il nuovo lavoro è nomade e atipico, ma del bimbo urlante accanto al pc che cosa ne facciamo? Qualche soluzione empirica e una buona idea (andata a monte).
Quando chiacchiero con la mia anziana madre, cresciuta nell’ordinato mondo delle aziende strutturate e stabili, ho a volte delle difficoltà a spiegarle il disordinato e instabile procedere della società in cui ci tocca di vivere. La faccenda dei lavori temporanei, della virtuale impossibilità di rientrare nel mondo del lavoro una volta sparati fuori a una certa età, delle aziende diventate anch’esse virtuali, dell’indifferenza della fisicità della sede operativa… sono concetti che fa fatica a inquadrare – al di fuori del concetto di anomalie rispetto a un naturale ordine delle cose che ci vuole tutti i giorni seduti a una scrivania ben identificabile, all’interno di una azienda solida, con l’occhio teso a una pensione il meno incerta possibile.
Lei che la pensione ce l’ha questa fatica a capire può anche farla. Per il resto di noi, invece, è giocoforza accettare e farci più o meno piacere un mondo lavorativo completamente destabilizzato, dove si intrecciano precarietà, nomadismo, il ricorso all’attività consulenziale per motivi totalmente opposti(scelta di vita o scelta di sopravvivenza), l’irrompere di Internet che ha tolto molto senso al concetto di sede, di ufficio, di gente ammassata in un unico luogo giorno dopo giorno.
Io da anni vivo felice senza un ufficio: per amore filiale lascio perdere quando mia madre sostiene che io “lavoro da casa” quando io in realtà ormai lavoro da ogni luogo, sul bus, dai clienti, in aereo, dalla barca o da un bar. Non posso certo spiegarle che in fondo sono un “neo beduino”. Bisogna ammettere che la tecnologia può darci molto – in termini di connettività ubiqua e di accesso a una mole infinita di dati, informazioni, connessioni e relazioni che ci permettono di lavorare qualitativamente e quantitativamente come mai prima nella storia. Bisogna ammettere che la tecnologia non può però darci tutto.
Anzi, alcune delle cose più preziose non ce le può dare. Ad esempio la tranquillità. La concentrazione. La focalizzazione delle nostre risorse mentali. Tutti aspetti fondamentali per riuscire a quagliare: sapeste che fatica sto facendo a concentrarmi e a terminare quest’articolo, con la mia signora e mia madre intenti a combattere in corridoio per condurre i due irriducibili figli al riposo notturno. E dato che è notte e fa freddino, non posso pensare (con tutto il supporto tecnologico del mondo) di andarmene a lavorare su una panchina di fronte al mare, o in un bar, o in biblioteca. Io sono ancora fortunato dato che, essendo in ritardo per la consegna di questo pezzo, ho ben due persone pronte a filtrarmi e a regalarmi un po’ di tempo e di concentrazione sul lavoro (a buon rendere).
In molti casi la famiglia si è ridotta a un unico genitore. E in tanti casi questo genitore (in genere questa) “lavora da casa”, il che vuol dire che deve cercare di eseguire complicati numeri di funambolismo gestendo bambino e lavoro, ad esempio lavorando velocissimamente nei rari e brevi pisolini del figlio piccolo, mentre i nonni – se ancora sopravvivono – sono magari a centinaia di chilometri di distanza. Ci si trova di fronte al dilemma se lavorare per pagare una baby sitter o non riuscire a lavorare affatto finché il bambino non va all’asilo al mattino e a qualche altra terapia occupazionale fino al tardo pomeriggio.
Le possibilità offerte dalla tecnologia e i vincoli posti da famiglie destrutturate stanno dunque portando all’orizzonte un nuovo settore di business, quello degli uffici virtuali. Spazi dove per un’ora o mezza giornata o 8 ore al giorno, possiamo trovare un angolino tranquillo, una presa di corrente, una sedia, una superficie su cui appoggiare il portatile, qualche genere di conforto, un caffé, un microonde. Se negli Stati Uniti nascono vere e proprie catene di spazi aperti a lavoratori telematici o forse nomadi, in molti altri paesi sono spazi più tradizionali che stanno iniziando ad allestire aree consone a supportare le necessità di questi nuovi lavoratori. Dalla tradizionalissima biblioteca, che offre ora il WiFi gratuito, al mio ufficio virtuale favorito: un locale della catena Starbucks, posto in posizione centralissima a Barcellona.
Un po’ nascosto dai flussi turistici, e quindi poco affollato, ha un secondo piano allestito a sale riunioni (due tavoli da 12 posti, tavolini per riunioni più piccole, accesso WiFi a caro prezzo, e secondo me tra un po’ ci mettono pure dei videoproiettori). Lo scenario, in un martedì mattino, è una stratigrafia dell’evoluzione imprenditoriale. Al basso della scala evolutiva un po’ di studenti sprofondati – libro o laptop sulle ginocchia – nelle poltrone avvolgenti. Si sale con un certo numero di startuppari che a gruppetti di due, massimo tre, si raccolgono in modo carbonaro attorno ai tavolini piccoli, cercando di inchiodare un business plan che stia in piedi (oggigiorno più di una pizzeria che di una web company). Giovani imprenditori che guardano con invidia quelli riuniti attorno ai tavoli grandi, generalmente indaffarati in presentazioni tra agenzia/fornitore/consulente-strutturato-ma-senza-fissa-dimora e cliente-nomade-e-attento-ai-costi. Ci si guarda, ci si ammicca, un po’ si ride e – Internet a parte – con 5 o 6 euro di consumazione pro capite (e qualche centinaio di calorie) una buona mattinata di lavoro la si mette insieme.
Ma il vero apice dell’evoluzione, quello che ritengo il modello killer, è quello della no profit americana Tworooms. Un luogo, posto nell’Upper West Side di Manhattan, che offre da un lato spazio per lavorare e dall’altro una nursery che si smazza i figli dei suddetti. E, tutto insieme, una community di utenti che condividono la stessa situazione. Una soluzione intelligente, che permette di lavorare senza l’ingombro del pupo, ma con la possibilità di controllarlo o di coccolarlo facendo solo pochi metri. Una soluzione tanto perfetta che ha già chiuso le porte e non prevede di riaprirle, nella migliore tradizione di milioni di ottime idee. Ma un’idea,quella di combinare tecnologia, spazio per lavorare e concentrarsi, isolamento e cura dei bambini che, coi tempi che corrono, mi sembra inevitabilmente destinata (almeno a medio termine) a rinascere e a diffondersi. Per permettere a milioni di “atipici” come noi nel mondo, di vivere/sopravvivere secondo quei modelli organizzativi flessibili e virtuali che Internet ci ha messo a portata di mano.
di Roberto Venturini
D'accordo che il nuovo lavoro è nomade e atipico, ma del bimbo urlante accanto al pc che cosa ne facciamo? Qualche soluzione empirica e una buona idea (andata a monte).
Quando chiacchiero con la mia anziana madre, cresciuta nell’ordinato mondo delle aziende strutturate e stabili, ho a volte delle difficoltà a spiegarle il disordinato e instabile procedere della società in cui ci tocca di vivere. La faccenda dei lavori temporanei, della virtuale impossibilità di rientrare nel mondo del lavoro una volta sparati fuori a una certa età, delle aziende diventate anch’esse virtuali, dell’indifferenza della fisicità della sede operativa… sono concetti che fa fatica a inquadrare – al di fuori del concetto di anomalie rispetto a un naturale ordine delle cose che ci vuole tutti i giorni seduti a una scrivania ben identificabile, all’interno di una azienda solida, con l’occhio teso a una pensione il meno incerta possibile.
Lei che la pensione ce l’ha questa fatica a capire può anche farla. Per il resto di noi, invece, è giocoforza accettare e farci più o meno piacere un mondo lavorativo completamente destabilizzato, dove si intrecciano precarietà, nomadismo, il ricorso all’attività consulenziale per motivi totalmente opposti(scelta di vita o scelta di sopravvivenza), l’irrompere di Internet che ha tolto molto senso al concetto di sede, di ufficio, di gente ammassata in un unico luogo giorno dopo giorno.
Io da anni vivo felice senza un ufficio: per amore filiale lascio perdere quando mia madre sostiene che io “lavoro da casa” quando io in realtà ormai lavoro da ogni luogo, sul bus, dai clienti, in aereo, dalla barca o da un bar. Non posso certo spiegarle che in fondo sono un “neo beduino”. Bisogna ammettere che la tecnologia può darci molto – in termini di connettività ubiqua e di accesso a una mole infinita di dati, informazioni, connessioni e relazioni che ci permettono di lavorare qualitativamente e quantitativamente come mai prima nella storia. Bisogna ammettere che la tecnologia non può però darci tutto.
Anzi, alcune delle cose più preziose non ce le può dare. Ad esempio la tranquillità. La concentrazione. La focalizzazione delle nostre risorse mentali. Tutti aspetti fondamentali per riuscire a quagliare: sapeste che fatica sto facendo a concentrarmi e a terminare quest’articolo, con la mia signora e mia madre intenti a combattere in corridoio per condurre i due irriducibili figli al riposo notturno. E dato che è notte e fa freddino, non posso pensare (con tutto il supporto tecnologico del mondo) di andarmene a lavorare su una panchina di fronte al mare, o in un bar, o in biblioteca. Io sono ancora fortunato dato che, essendo in ritardo per la consegna di questo pezzo, ho ben due persone pronte a filtrarmi e a regalarmi un po’ di tempo e di concentrazione sul lavoro (a buon rendere).
In molti casi la famiglia si è ridotta a un unico genitore. E in tanti casi questo genitore (in genere questa) “lavora da casa”, il che vuol dire che deve cercare di eseguire complicati numeri di funambolismo gestendo bambino e lavoro, ad esempio lavorando velocissimamente nei rari e brevi pisolini del figlio piccolo, mentre i nonni – se ancora sopravvivono – sono magari a centinaia di chilometri di distanza. Ci si trova di fronte al dilemma se lavorare per pagare una baby sitter o non riuscire a lavorare affatto finché il bambino non va all’asilo al mattino e a qualche altra terapia occupazionale fino al tardo pomeriggio.
Le possibilità offerte dalla tecnologia e i vincoli posti da famiglie destrutturate stanno dunque portando all’orizzonte un nuovo settore di business, quello degli uffici virtuali. Spazi dove per un’ora o mezza giornata o 8 ore al giorno, possiamo trovare un angolino tranquillo, una presa di corrente, una sedia, una superficie su cui appoggiare il portatile, qualche genere di conforto, un caffé, un microonde. Se negli Stati Uniti nascono vere e proprie catene di spazi aperti a lavoratori telematici o forse nomadi, in molti altri paesi sono spazi più tradizionali che stanno iniziando ad allestire aree consone a supportare le necessità di questi nuovi lavoratori. Dalla tradizionalissima biblioteca, che offre ora il WiFi gratuito, al mio ufficio virtuale favorito: un locale della catena Starbucks, posto in posizione centralissima a Barcellona.
Un po’ nascosto dai flussi turistici, e quindi poco affollato, ha un secondo piano allestito a sale riunioni (due tavoli da 12 posti, tavolini per riunioni più piccole, accesso WiFi a caro prezzo, e secondo me tra un po’ ci mettono pure dei videoproiettori). Lo scenario, in un martedì mattino, è una stratigrafia dell’evoluzione imprenditoriale. Al basso della scala evolutiva un po’ di studenti sprofondati – libro o laptop sulle ginocchia – nelle poltrone avvolgenti. Si sale con un certo numero di startuppari che a gruppetti di due, massimo tre, si raccolgono in modo carbonaro attorno ai tavolini piccoli, cercando di inchiodare un business plan che stia in piedi (oggigiorno più di una pizzeria che di una web company). Giovani imprenditori che guardano con invidia quelli riuniti attorno ai tavoli grandi, generalmente indaffarati in presentazioni tra agenzia/fornitore/consulente-strutturato-ma-senza-fissa-dimora e cliente-nomade-e-attento-ai-costi. Ci si guarda, ci si ammicca, un po’ si ride e – Internet a parte – con 5 o 6 euro di consumazione pro capite (e qualche centinaio di calorie) una buona mattinata di lavoro la si mette insieme.
Ma il vero apice dell’evoluzione, quello che ritengo il modello killer, è quello della no profit americana Tworooms. Un luogo, posto nell’Upper West Side di Manhattan, che offre da un lato spazio per lavorare e dall’altro una nursery che si smazza i figli dei suddetti. E, tutto insieme, una community di utenti che condividono la stessa situazione. Una soluzione intelligente, che permette di lavorare senza l’ingombro del pupo, ma con la possibilità di controllarlo o di coccolarlo facendo solo pochi metri. Una soluzione tanto perfetta che ha già chiuso le porte e non prevede di riaprirle, nella migliore tradizione di milioni di ottime idee. Ma un’idea,quella di combinare tecnologia, spazio per lavorare e concentrarsi, isolamento e cura dei bambini che, coi tempi che corrono, mi sembra inevitabilmente destinata (almeno a medio termine) a rinascere e a diffondersi. Per permettere a milioni di “atipici” come noi nel mondo, di vivere/sopravvivere secondo quei modelli organizzativi flessibili e virtuali che Internet ci ha messo a portata di mano.
Stage: il grande tranello...
Pubblichiamo questo articolo convinti che questo passaggio (quasi) obbligatorio per entrare nel mondo del lavoro necessiti di maggiore coscienza da parte di tutti (giovani designer e imprese). Spesso si cade nel tranello dello stage pensando ad un raggiante futuro e ritrovandosi invece a sgobbare gratis per il designer di grido che poi nemmeno ha mai pensato di assumerti...
da "Ministero della grafica" ...
Ricordate il comico di Zelig che impersonificava Palmiro Cangini, assessore di Roccofritto alle “varie ed eventuali”, ed il suo cinico utilizzo dell’obiettore di coscienza per le mansioni più avvilenti? Il nostro quotidiano offre un drammatico parallelismo.
Il mondo del design, così come della creatività in generale, è uno degli ambiti di lavoro in cui maggiormente viene impiegata la neo-figura professionale dello stagista,ovvero manodopera sotto, o affatto, pagata, al servizio di professionisti e imprenditori.
Il fenomeno dell’utilizzo dello stage sta assumendo proporzioni sempre maggiori, spesso in concerto con università e centri di formazione che, pur di fregiarsi della capacità di avviare al lavoro i propri studenti, hanno dimenticato l’onere di regolamentare una situazione divenuta, per diversi aspetti, insostenibile.
L’etica della concorrenza.
Utilizzare un numero imprecisato di stagisti, non è, dal punto di vista economico, molto diverso dal far produrre scarpe da ginnastica nel terzo mondo, da lavoratori sottopagati, privi dei più elementari diritti sindacali, vincolati a regimi di produzione al limite della sostenibilità, pena la perdita del posto.
Chi, invece, le scarpe le produce, sempre nel terzo mondo, ma con lavoratori tutelati, sarà costretto a mettere sul mercato prodotti più cari. Allo stesso modo un designer che paga con uno stipendio di mercato i suoi collaboratori sarà costretto ad averne meno, quindi ad avere una capacità produttiva inferiore, ed a vendere i suoi progetti ad un prezzo più elevato.
Risultato: i designer che scelgono di remunerare dignitosamente i propri lavoratori incontrano enormi difficoltà nel mantenersi concorrenziali sul mercato.
Come impoverire l’azienda?
Non pagare il tuo stagista. La figura dello stagista, in realtà, esiste da sempre. È quello che nel medioevo era il ragazzo di bottega, lo sono stati Leonardo, Raffaello e Botticelli.
Lo stage, si sa, serve a inserire i giovani che escono dagli anni dello studio, nel mondo del lavoro reale, insegnando loro un mestiere e i suoi meccanismi, per essere, dopo un tempo ragionevole, inseriti a pieno titolo nell’organigramma aziendale.
Oggi, rispetto al Rinascimento, questo non avviene.
Gli stagisti che entrano in azienda a volte fanno fotocopie, a volte lavorano per davvero, spesso con orari ben oltre il lecito, nell’erronea convinzione, che mostrarsi disponibili aprirà loro le porte dell’ assunzione. Ma lo stage finisce, e l’azienda non concede, si limita a cambiare stagista, a “dare opportunità” a qualcun altro. In altro caso esiste la migliore ipotesi in cui lo stage viene rinnovato, sempre sottopagato, magari anche più di una volta.
Nel primo scenario, l’azienda non sarà mai dotata di personale qualificato: gli stagisti arrivano, imparano quel poco che gli si insegna, e saranno messi alla porta. Il know how globale dell’ azienda non ne risulterà arricchito, ed inevitabilmente la qualità del prodotto sarà scadente.
Il secondo scenario è ancora più desolante. Mantenendo gli stagisti come tali per tempi prolungati, il know how globale aumenterà, la qualità crescerà, ma alimentando un mercato al ribasso, danneggiando il comparto e mantenendo in povertà decine di giovani talenti privati della possibilità di progettare il proprio futuro.
È sempre il consumatore che decide, anche quando si chiama cliente.
Attualmente non resta che ai clienti la possibilità di effettuare una scelta evitando di alimentare tale situazione.
Questa presa di posizione risponde sia dall’esigenza di avere prodotti di qualità, e contrastare coloro che applicano la rotazione degli stagisti o un’eccessiva quota di tale forza lavoro, sia ad una volontà etica.
Non comprare prodotti realizzati da stagisti significa, infatti, scegliere un progetto per il quale i lavoratori sono stati giustamente remunerati.
altre risorde sul tema: Giubileo degli Stagisti
da "Ministero della grafica" ...
Ricordate il comico di Zelig che impersonificava Palmiro Cangini, assessore di Roccofritto alle “varie ed eventuali”, ed il suo cinico utilizzo dell’obiettore di coscienza per le mansioni più avvilenti? Il nostro quotidiano offre un drammatico parallelismo.
Il mondo del design, così come della creatività in generale, è uno degli ambiti di lavoro in cui maggiormente viene impiegata la neo-figura professionale dello stagista,ovvero manodopera sotto, o affatto, pagata, al servizio di professionisti e imprenditori.
Il fenomeno dell’utilizzo dello stage sta assumendo proporzioni sempre maggiori, spesso in concerto con università e centri di formazione che, pur di fregiarsi della capacità di avviare al lavoro i propri studenti, hanno dimenticato l’onere di regolamentare una situazione divenuta, per diversi aspetti, insostenibile.
L’etica della concorrenza.
Utilizzare un numero imprecisato di stagisti, non è, dal punto di vista economico, molto diverso dal far produrre scarpe da ginnastica nel terzo mondo, da lavoratori sottopagati, privi dei più elementari diritti sindacali, vincolati a regimi di produzione al limite della sostenibilità, pena la perdita del posto.
Chi, invece, le scarpe le produce, sempre nel terzo mondo, ma con lavoratori tutelati, sarà costretto a mettere sul mercato prodotti più cari. Allo stesso modo un designer che paga con uno stipendio di mercato i suoi collaboratori sarà costretto ad averne meno, quindi ad avere una capacità produttiva inferiore, ed a vendere i suoi progetti ad un prezzo più elevato.
Risultato: i designer che scelgono di remunerare dignitosamente i propri lavoratori incontrano enormi difficoltà nel mantenersi concorrenziali sul mercato.
Come impoverire l’azienda?
Non pagare il tuo stagista. La figura dello stagista, in realtà, esiste da sempre. È quello che nel medioevo era il ragazzo di bottega, lo sono stati Leonardo, Raffaello e Botticelli.
Lo stage, si sa, serve a inserire i giovani che escono dagli anni dello studio, nel mondo del lavoro reale, insegnando loro un mestiere e i suoi meccanismi, per essere, dopo un tempo ragionevole, inseriti a pieno titolo nell’organigramma aziendale.
Oggi, rispetto al Rinascimento, questo non avviene.
Gli stagisti che entrano in azienda a volte fanno fotocopie, a volte lavorano per davvero, spesso con orari ben oltre il lecito, nell’erronea convinzione, che mostrarsi disponibili aprirà loro le porte dell’ assunzione. Ma lo stage finisce, e l’azienda non concede, si limita a cambiare stagista, a “dare opportunità” a qualcun altro. In altro caso esiste la migliore ipotesi in cui lo stage viene rinnovato, sempre sottopagato, magari anche più di una volta.
Nel primo scenario, l’azienda non sarà mai dotata di personale qualificato: gli stagisti arrivano, imparano quel poco che gli si insegna, e saranno messi alla porta. Il know how globale dell’ azienda non ne risulterà arricchito, ed inevitabilmente la qualità del prodotto sarà scadente.
Il secondo scenario è ancora più desolante. Mantenendo gli stagisti come tali per tempi prolungati, il know how globale aumenterà, la qualità crescerà, ma alimentando un mercato al ribasso, danneggiando il comparto e mantenendo in povertà decine di giovani talenti privati della possibilità di progettare il proprio futuro.
È sempre il consumatore che decide, anche quando si chiama cliente.
Attualmente non resta che ai clienti la possibilità di effettuare una scelta evitando di alimentare tale situazione.
Questa presa di posizione risponde sia dall’esigenza di avere prodotti di qualità, e contrastare coloro che applicano la rotazione degli stagisti o un’eccessiva quota di tale forza lavoro, sia ad una volontà etica.
Non comprare prodotti realizzati da stagisti significa, infatti, scegliere un progetto per il quale i lavoratori sono stati giustamente remunerati.
altre risorde sul tema: Giubileo degli Stagisti
Addio telegrammi e taglio netto alle spese postali dal prossimo mese di settembre
Supplenze “appese” al cellulare
((c.b.))
Convocazioni via telefonino: escluso chi l’ha spento
Le nuove regole mettono in fibrillazione i candidati
Supplenze definite via cellulare dall’anno scolastico 2007-2008 e addio a fonogrammi o telegrammi di convocazione per mille docenti precari: meno spese postali, per le segreterie scolastiche, da questo settembre. Parola di viale Trastevere e chi non risponde alla chiamata, perderà la supplenza breve. Deve restare reperibile 24 ore su 24 il popolo dei supplenti, altrimenti addio cattedra. Scongiuri sul black-out del telefonino scarico, da evitare come peste bubbonica le zone dove non c’è campo (come i tunnel autostradali o garage sotterranei) e giro di vite sui costi delle bollette per le 49 scuole provinciali. Addio all’odissea della caccia a vuoto per le sostituzioni di pochi giorni nelle primarie: anno nuovo e buoni propositi di risparmio sulle linee del telefono, dicono dalla Minerva romana.
«Le nuove regole sulle nomine dei supplenti cominceranno in via sperimentale forse da gennaio in scuole-pilota scelte dal ministero - anticipano dal palazzo dell’Istruzione -. Da settembre, poi, le chiamate delle scuole al cellulare degli aspiranti sostituiranno i telegrammi e chi non accetta l’incarico sarà penalizzato, con arretramento in graduatoria. Il nuovo regolamento sarà emanato dopo il confronto con i sindacati».
Guai a chiudere il cellulare: chi rinuncerà a una supplenza o manca alla convocazione, farà il “pit-stop” per un anno in coda all’elenco dei precari (“Per le supplenze oltre i 30 giorni rimarrà la comunicazione cartacea” rassicurano da Cisl scuola), oppure escluso.
Probabile anche una contrazione nel numero delle scuole scelte per le supplenze. «Dalle attuali 30 a 20 - secondo fonti sindacali che usano il condizionale - e 5 per supplenze non superiori a 15 giorni».
«Confronto aperto sulle nuove regole per le supplenze - sono possibilisti i sindacati confederali della scuola -, ma ragioniamo anche su incarichi pluriennali. Contratti di supplenza su 2 o 3 anni sarebbero la giusta prospettiva per superare, a piccoli passi, la piaga annosa del precariato che in provincia di Pordenone conta mille supplenti abilitati e altri mille nel girone delle supplenze brevi».
Per loro, in arrivo l’obbligo di residenza. Salvati per il rotto della cuffia dall’estinzione delle graduatorie permanenti provinciali, trasformate in graduatorie a esaurimento (Gae, nell’acrostico burocratico), finiscono castigati dal nuovo regolamento in cantiere.
«Servirà la residenza nella provincia prescelta per inserirsi nelle graduatorie di istituto - anticipa il nuovo codice il segretario provinciale cislino Marisa Susanna ai supplenti che arrivano da Centro-sud e dalle Isole nel Nordest -. Con l’obbligo della reperibilità, per garantire la presenza a scuola nello stesso giorno della chiamata: a tutela del diritto allo studio dell’utenza».
(09 gennaio 2007)
((c.b.))
Convocazioni via telefonino: escluso chi l’ha spento
Le nuove regole mettono in fibrillazione i candidati
Supplenze definite via cellulare dall’anno scolastico 2007-2008 e addio a fonogrammi o telegrammi di convocazione per mille docenti precari: meno spese postali, per le segreterie scolastiche, da questo settembre. Parola di viale Trastevere e chi non risponde alla chiamata, perderà la supplenza breve. Deve restare reperibile 24 ore su 24 il popolo dei supplenti, altrimenti addio cattedra. Scongiuri sul black-out del telefonino scarico, da evitare come peste bubbonica le zone dove non c’è campo (come i tunnel autostradali o garage sotterranei) e giro di vite sui costi delle bollette per le 49 scuole provinciali. Addio all’odissea della caccia a vuoto per le sostituzioni di pochi giorni nelle primarie: anno nuovo e buoni propositi di risparmio sulle linee del telefono, dicono dalla Minerva romana.
«Le nuove regole sulle nomine dei supplenti cominceranno in via sperimentale forse da gennaio in scuole-pilota scelte dal ministero - anticipano dal palazzo dell’Istruzione -. Da settembre, poi, le chiamate delle scuole al cellulare degli aspiranti sostituiranno i telegrammi e chi non accetta l’incarico sarà penalizzato, con arretramento in graduatoria. Il nuovo regolamento sarà emanato dopo il confronto con i sindacati».
Guai a chiudere il cellulare: chi rinuncerà a una supplenza o manca alla convocazione, farà il “pit-stop” per un anno in coda all’elenco dei precari (“Per le supplenze oltre i 30 giorni rimarrà la comunicazione cartacea” rassicurano da Cisl scuola), oppure escluso.
Probabile anche una contrazione nel numero delle scuole scelte per le supplenze. «Dalle attuali 30 a 20 - secondo fonti sindacali che usano il condizionale - e 5 per supplenze non superiori a 15 giorni».
«Confronto aperto sulle nuove regole per le supplenze - sono possibilisti i sindacati confederali della scuola -, ma ragioniamo anche su incarichi pluriennali. Contratti di supplenza su 2 o 3 anni sarebbero la giusta prospettiva per superare, a piccoli passi, la piaga annosa del precariato che in provincia di Pordenone conta mille supplenti abilitati e altri mille nel girone delle supplenze brevi».
Per loro, in arrivo l’obbligo di residenza. Salvati per il rotto della cuffia dall’estinzione delle graduatorie permanenti provinciali, trasformate in graduatorie a esaurimento (Gae, nell’acrostico burocratico), finiscono castigati dal nuovo regolamento in cantiere.
«Servirà la residenza nella provincia prescelta per inserirsi nelle graduatorie di istituto - anticipa il nuovo codice il segretario provinciale cislino Marisa Susanna ai supplenti che arrivano da Centro-sud e dalle Isole nel Nordest -. Con l’obbligo della reperibilità, per garantire la presenza a scuola nello stesso giorno della chiamata: a tutela del diritto allo studio dell’utenza».
(09 gennaio 2007)
Tutti i precari del presidente
(Famiglia Cristiana)
Due donne sono state portate ad esempio nel messaggio di fine anno del presidente Napolitano. Una è rimasta protetta dall'anonimato. L'altra, ricercatrice a Napoli, gode di una fama improvvisa. E riporta all'attenzione il dramma di tanti giovani senza futuro.
Questa ragazza che lavora a Napoli come ricercatrice del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche, è diventata famosa in un lampo. No, non ha fatto una di quelle scoperte che danno la svolta alla scienza. Semplicemente è stata citata, ma senza nome, dal presidente Napolitano nel messaggio di fine anno. «Voglio sottolineare», ha detto il presidente, «come in Italia tra le riserve preziose su cui contare ci sia quella, ancora così poco valorizzata, dei talenti e delle energie femminili». E qui ha portato due esempi: «Ho conosciuto e ascoltato un mese fa a Napoli due donne. La prima, madre di un ragazzo che si stava perdendo nelle trappole della malavita, ci ha raccontato come abbia combattuto per salvarlo... La seconda, una giovane che ha studiato con successo giungendo alla laurea e al dottorato, lavora ora a un progetto avanzato di ricerca genetica per mille euro al mese – e si considera fortunata –, con un contratto che scade nel maggio prossimo».
Il presidente Giorgio Napolitano mentre rivolge il suo primo messaggio di fine anno agli italiani.
Il presidente Giorgio Napolitano mentre rivolge il suo primo messaggio
di fine anno agli italiani (foto AP/La Presse).
La madre coraggio è rimasta nell’anonimato, e si capisce bene: la malavita può anche fartela pagare, se hai sottratto una possibile recluta alle sue trappole. Invece la ricercatrice ha avuto interviste sui giornali e per il momento si rallegra della fama, anche se precaria come il suo lavoro. Enza Colonna, trent’anni, sta in un gruppo di ricerca che studia i frammenti del Dna responsabili di alcune malattie. Prende 980 euro al mese, senza tredicesima e con un contratto a termine. «Con 980 euro al mese non si vive un granché bene», ha detto ai giornali. «Io posso fare il lavoro che mi piace grazie all’aiuto della mia famiglia, quindi mi ritengo una privilegiata. Altri miei colleghi non sono così fortunati».
Tempo fa ho fatto un’inchiesta sul mondo del precariato, una piaga tutta italiana che sarebbe meglio chiamare sfruttamento. Ricordo alcuni nomi e storie. Giovanni, diplomato in violoncello a Santa Cecilia, inseguiva invano un posto in orchestra o una cattedra di musica, e intanto si arrangiava a cottimo in un call center, ore e ore al telefono per neanche un milione al mese che oggi sarebbero meno di 500 euro. «Devi chinare la testa perché altro non trovi e intanto campi alla giornata», mi disse. Carla, dopo il diploma da tecnico di laboratorio, era entrata volontaria in un centro di analisi della Croce Rossa, otto ore al giorno senza paga in attesa di un contratto trimestrale: «Con gli anni ti rassegni e intanto perdi la fiducia nelle tue capacità». Giorgio era assunto in Rai a tempo determinato e ogni volta che scadeva il contratto non sapeva se glielo avrebbero rinnovato: «Come posso sposarmi, avere figli? Le mie colleghe resistono sullo stipendio del marito».
Non so se Giovanni, Carla, Giorgio abbiano poi trovato un vero lavoro o se stiano ancora a inseguire il sogno. Temo sia vera la seconda ipotesi. L’anno scorso è uscito da Einaudi un libro di Aldo Nove intitolato Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... È una raccolta di interviste a giovani e meno giovani, forzati del lavoro a scadenza; una discesa nel malessere di tanti che hanno studiato, si danno da fare, ma stanno perdendo coraggio.
Nel messaggio del capo dello Stato colpiscono frasi come: «si trovi l’intesa», «si concordino le riforme», «si ricerchi pazientemente». Forse questi incitamenti potranno dare la spinta anche a una generazione umiliata. Affinché non ci sia più bisogno di citare una precaria nel discorso di fine anno.
Due donne sono state portate ad esempio nel messaggio di fine anno del presidente Napolitano. Una è rimasta protetta dall'anonimato. L'altra, ricercatrice a Napoli, gode di una fama improvvisa. E riporta all'attenzione il dramma di tanti giovani senza futuro.
Questa ragazza che lavora a Napoli come ricercatrice del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche, è diventata famosa in un lampo. No, non ha fatto una di quelle scoperte che danno la svolta alla scienza. Semplicemente è stata citata, ma senza nome, dal presidente Napolitano nel messaggio di fine anno. «Voglio sottolineare», ha detto il presidente, «come in Italia tra le riserve preziose su cui contare ci sia quella, ancora così poco valorizzata, dei talenti e delle energie femminili». E qui ha portato due esempi: «Ho conosciuto e ascoltato un mese fa a Napoli due donne. La prima, madre di un ragazzo che si stava perdendo nelle trappole della malavita, ci ha raccontato come abbia combattuto per salvarlo... La seconda, una giovane che ha studiato con successo giungendo alla laurea e al dottorato, lavora ora a un progetto avanzato di ricerca genetica per mille euro al mese – e si considera fortunata –, con un contratto che scade nel maggio prossimo».
Il presidente Giorgio Napolitano mentre rivolge il suo primo messaggio di fine anno agli italiani.
Il presidente Giorgio Napolitano mentre rivolge il suo primo messaggio
di fine anno agli italiani (foto AP/La Presse).
La madre coraggio è rimasta nell’anonimato, e si capisce bene: la malavita può anche fartela pagare, se hai sottratto una possibile recluta alle sue trappole. Invece la ricercatrice ha avuto interviste sui giornali e per il momento si rallegra della fama, anche se precaria come il suo lavoro. Enza Colonna, trent’anni, sta in un gruppo di ricerca che studia i frammenti del Dna responsabili di alcune malattie. Prende 980 euro al mese, senza tredicesima e con un contratto a termine. «Con 980 euro al mese non si vive un granché bene», ha detto ai giornali. «Io posso fare il lavoro che mi piace grazie all’aiuto della mia famiglia, quindi mi ritengo una privilegiata. Altri miei colleghi non sono così fortunati».
Tempo fa ho fatto un’inchiesta sul mondo del precariato, una piaga tutta italiana che sarebbe meglio chiamare sfruttamento. Ricordo alcuni nomi e storie. Giovanni, diplomato in violoncello a Santa Cecilia, inseguiva invano un posto in orchestra o una cattedra di musica, e intanto si arrangiava a cottimo in un call center, ore e ore al telefono per neanche un milione al mese che oggi sarebbero meno di 500 euro. «Devi chinare la testa perché altro non trovi e intanto campi alla giornata», mi disse. Carla, dopo il diploma da tecnico di laboratorio, era entrata volontaria in un centro di analisi della Croce Rossa, otto ore al giorno senza paga in attesa di un contratto trimestrale: «Con gli anni ti rassegni e intanto perdi la fiducia nelle tue capacità». Giorgio era assunto in Rai a tempo determinato e ogni volta che scadeva il contratto non sapeva se glielo avrebbero rinnovato: «Come posso sposarmi, avere figli? Le mie colleghe resistono sullo stipendio del marito».
Non so se Giovanni, Carla, Giorgio abbiano poi trovato un vero lavoro o se stiano ancora a inseguire il sogno. Temo sia vera la seconda ipotesi. L’anno scorso è uscito da Einaudi un libro di Aldo Nove intitolato Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... È una raccolta di interviste a giovani e meno giovani, forzati del lavoro a scadenza; una discesa nel malessere di tanti che hanno studiato, si danno da fare, ma stanno perdendo coraggio.
Nel messaggio del capo dello Stato colpiscono frasi come: «si trovi l’intesa», «si concordino le riforme», «si ricerchi pazientemente». Forse questi incitamenti potranno dare la spinta anche a una generazione umiliata. Affinché non ci sia più bisogno di citare una precaria nel discorso di fine anno.
Lavoro. Sondaggio Isfol: italiani soddisfatti ma stressati
Il 21% degli italiani non ha mai cambiato azienda
Roma, 9 gennaio 2007
Il 60% dei lavoratori italiani e' "abbastanza soddisfatto" del proprio lavoro, ma quasi il 30% si dichiara "stressato". Lo rivela la seconda indagine su "La qualità del lavoro in Italia" 2006, realizzata dall'Isfol (Istituto per lo Sviluppo e la Formazione Professionale dei Lavoratori) .
Sono stati presi in esame tutti gli occupati sia dipendenti che autonomi, di ogni settore produttivo, sia pubblico che privato, ogni dimensione di impresa, sia lavoratori standard che atipici.
In aumento i lavoratori sotto pressione rispetto al 2002
I piu' insoddisfatti (oltre il 20%) sono i precari, con riferimento soprattutto ai compiti svolti, ai livelli retributivi e all'attenzione delle imprese per la sicurezza e la salute sul lavoro.
Ma lo stress non si rivela l'unico nemico dei lavoratori: le insoddsfazioni per gli impieghi e la difficoltà di cambiamenti e crescite professionali si aggiungono alla lista dei problemi dell'ambiente lavorativo italiano.
Cambiare lavoro: il sogno impossibile degli italiani
Un lavoratore su cinque si propone di cambiare impiego a causa dell’insoddisfazione per la busta paga e la disillusione per le prospettive di carriera che non soddisfano a pieno i lavoratori, cosi come le attuali retribuzioni. Questi i maggiori motivi di malcontento dei lavoratori italiani, a cui si aggiunge la difficoltà di trovare un'impiego che soddifi le necessità.
Le carriere "ingessate"
Il malcontento lavorativo si accompagna alla preoccupazione per le scarse prospettive di avanzamento e crescita professionale. Altre indagini, nel passato, avevano dimostrato come l'Italia sia uno dei Paesi in cui la mobilità professionale è assai scarsa. Per la maggior parte degli occupati che hanno cambiato almeno una volta mestiere durante la propria vita lavorativa non vi è stato nessun miglioramento in termini di affermazione e carriera professionale, nè miglioramenti nella retribuzione.
''La maggiore flessibilità' del mercato del lavoro - avverte l'Isfol - non sembra dunque aver aumentato le probabilità di crescita professionale''.
Secondo i recenti dati , il 21% degli italiani non ha mai cambiato azienda durante l’arco della propria carriera professionale e il 47% lo ha fatto tra una e 5 volte. Solo il 3% più di sei volte. Il 28% lavora con lo stesso datore di lavoro da più di dieci anni e il 13% da almeno sei anni. Solo il 3% da meno di un anno. E tra chi cambia spesso è perché ci si trova in qualche modo costretti a passare da azienda in azienda più perché costretti che di propria scelta.
La poca mobilità impedisce ai lavoratori la crescita di carriera, e causa, oltre allo stress, il malcontento nell'ambito lavorativo.
"Relativamente all'aumento dello stress - ha dichiarato Sergio Trevisanato, presidente dell'Isfol- occorre dare maggiori garanzie sul mantenimento del posto di lavoro o anche una serie di servizi legati allo sviluppo della famiglia e
dell'attivita' privata. Cosi' le amministrazioni pubbliche potrebbero venire incontro a questi problemi. Superato questo aspetto - ha aggiunto - ovremmo trovare delle risposte piu' complete anche su altri versanti e servizi che possano sopperire a carenze". E per essere chiari cita le "garanzie nel settore bancario, soprattutto nella concessione di prestiti a mutui a giovani".
Roma, 9 gennaio 2007
Il 60% dei lavoratori italiani e' "abbastanza soddisfatto" del proprio lavoro, ma quasi il 30% si dichiara "stressato". Lo rivela la seconda indagine su "La qualità del lavoro in Italia" 2006, realizzata dall'Isfol (Istituto per lo Sviluppo e la Formazione Professionale dei Lavoratori) .
Sono stati presi in esame tutti gli occupati sia dipendenti che autonomi, di ogni settore produttivo, sia pubblico che privato, ogni dimensione di impresa, sia lavoratori standard che atipici.
In aumento i lavoratori sotto pressione rispetto al 2002
I piu' insoddisfatti (oltre il 20%) sono i precari, con riferimento soprattutto ai compiti svolti, ai livelli retributivi e all'attenzione delle imprese per la sicurezza e la salute sul lavoro.
Ma lo stress non si rivela l'unico nemico dei lavoratori: le insoddsfazioni per gli impieghi e la difficoltà di cambiamenti e crescite professionali si aggiungono alla lista dei problemi dell'ambiente lavorativo italiano.
Cambiare lavoro: il sogno impossibile degli italiani
Un lavoratore su cinque si propone di cambiare impiego a causa dell’insoddisfazione per la busta paga e la disillusione per le prospettive di carriera che non soddisfano a pieno i lavoratori, cosi come le attuali retribuzioni. Questi i maggiori motivi di malcontento dei lavoratori italiani, a cui si aggiunge la difficoltà di trovare un'impiego che soddifi le necessità.
Le carriere "ingessate"
Il malcontento lavorativo si accompagna alla preoccupazione per le scarse prospettive di avanzamento e crescita professionale. Altre indagini, nel passato, avevano dimostrato come l'Italia sia uno dei Paesi in cui la mobilità professionale è assai scarsa. Per la maggior parte degli occupati che hanno cambiato almeno una volta mestiere durante la propria vita lavorativa non vi è stato nessun miglioramento in termini di affermazione e carriera professionale, nè miglioramenti nella retribuzione.
''La maggiore flessibilità' del mercato del lavoro - avverte l'Isfol - non sembra dunque aver aumentato le probabilità di crescita professionale''.
Secondo i recenti dati , il 21% degli italiani non ha mai cambiato azienda durante l’arco della propria carriera professionale e il 47% lo ha fatto tra una e 5 volte. Solo il 3% più di sei volte. Il 28% lavora con lo stesso datore di lavoro da più di dieci anni e il 13% da almeno sei anni. Solo il 3% da meno di un anno. E tra chi cambia spesso è perché ci si trova in qualche modo costretti a passare da azienda in azienda più perché costretti che di propria scelta.
La poca mobilità impedisce ai lavoratori la crescita di carriera, e causa, oltre allo stress, il malcontento nell'ambito lavorativo.
"Relativamente all'aumento dello stress - ha dichiarato Sergio Trevisanato, presidente dell'Isfol- occorre dare maggiori garanzie sul mantenimento del posto di lavoro o anche una serie di servizi legati allo sviluppo della famiglia e
dell'attivita' privata. Cosi' le amministrazioni pubbliche potrebbero venire incontro a questi problemi. Superato questo aspetto - ha aggiunto - ovremmo trovare delle risposte piu' complete anche su altri versanti e servizi che possano sopperire a carenze". E per essere chiari cita le "garanzie nel settore bancario, soprattutto nella concessione di prestiti a mutui a giovani".
La Regione Lazio blocca le assunzioni
La Fials Confsal: «Precari disoccupati e affari in vista per le coop»
09/01/2007 16:23 - (Segnala questo articolo)
La Regione Lazio blocca le assunzioni
«E' ora di dire basta alle continue azioni di propaganda messe in campo dai vertici della Giunta Regionale sulle stabilizzazioni lavorative del personale precario. Infatti arriva proprio dalla Giunta di Piero Marrazzo lo stop categorico e inderogabile all'operazione di regolarizzazione: la delibera n.918 del 21 dicembre 2006 chiarisce che per almeno sei mesi, peraltro rinnovabili, è fatto divieto alle aziende sanitarie locali, alle aziende ospedaliere ed agli altri enti del servizio sanitario di procedere a nuove assunzioni di personale a tempo determinato e di personale a tempo indeterminato. Si precisa nell'atto in questione pure che, rientra nell'esclusiva responsabilità dei direttori generali, garantire il regolare funzionamento delle strutture sanitarie con il personale attualmente in servizio. Mentre quello che si profila all'orizzonte è un vero e proprio business per le cooperative sociali che si guadagneranno gli appalti di tutti quei servizi che necessiteranno di nuova manodopera».
E' quanto dichiara il segretario regionale della Fial Confsal, Gianni Romano, a seguito della divulgazione, da parte dell'Assessorato alla Sanità e dell'Assessorato al Lavoro, della notizia sulla sigla dell'accordo con alcuni sindacati della Funzione pubblica per la risoluzione del fenomeno del precariato e il relativo patto per il superamento delle esternalizzazioni dei servizi sanitari.
«Altro che superamento del precariato e reinternalizzazione dei servizi appaltati all'esterno delle aziende con l'utilizzo di una più che palese intermediazione di manodopera - precisa Romano - Siamo davanti a una notevole contraddizione che darà filo da torcere agli uffici del personale da un lato mentre, dall'altro provocherà una cascata di disservizi a catena che ripiomberanno sulle spalle dei pazienti o peggio degli assistiti in genere. Infatti vincolare i direttori delle aziende sanitarie a mantenere gli attuali livelli assistenziali con il blocco delle assunzioni e con il blocco sul rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza è pressoché impossibile. La realtà è che questa delibera "secretata" ai più è una vera burla di pessimo gusto per tutti quei lavoratori che sono stati invitati a fare un concorso per l'assunzione e, pure se l'hanno vinto a tutti gli effetti, tra poche settimane saranno senza lavoro. Con l'atto siglato dalla Giunta Marrazzo a ridosso di Natale sappiamo bene che non potranno essere ricollocati né i lavoratori dell'azienda ospedaliera Sant'Andrea e quelli dell'Istituto Zooprofilattico sperimentale per il Lazio e la Toscana. Infatti - conclude Romano - terminato il periodo di assunzione temporanea di otto mesi saranno tra i primi ad ingrassare le file delle liste di disoccupazione. Quanto alla ricaduta pratica su ospedali e ambulatori sarà difficile che data la carenza di personale inquadrato a tempo indeterminato, escludendo i precari, si riescano a fornire i servizi assistenziali odierni e le altre prestazioni d'opera: pulizia, facchinaggio e trasporto. A meno che queste stesse funzioni non verranno affidate agli operatori delle cooperative sociali».
09/01/2007 16:23 - (Segnala questo articolo)
La Regione Lazio blocca le assunzioni
«E' ora di dire basta alle continue azioni di propaganda messe in campo dai vertici della Giunta Regionale sulle stabilizzazioni lavorative del personale precario. Infatti arriva proprio dalla Giunta di Piero Marrazzo lo stop categorico e inderogabile all'operazione di regolarizzazione: la delibera n.918 del 21 dicembre 2006 chiarisce che per almeno sei mesi, peraltro rinnovabili, è fatto divieto alle aziende sanitarie locali, alle aziende ospedaliere ed agli altri enti del servizio sanitario di procedere a nuove assunzioni di personale a tempo determinato e di personale a tempo indeterminato. Si precisa nell'atto in questione pure che, rientra nell'esclusiva responsabilità dei direttori generali, garantire il regolare funzionamento delle strutture sanitarie con il personale attualmente in servizio. Mentre quello che si profila all'orizzonte è un vero e proprio business per le cooperative sociali che si guadagneranno gli appalti di tutti quei servizi che necessiteranno di nuova manodopera».
E' quanto dichiara il segretario regionale della Fial Confsal, Gianni Romano, a seguito della divulgazione, da parte dell'Assessorato alla Sanità e dell'Assessorato al Lavoro, della notizia sulla sigla dell'accordo con alcuni sindacati della Funzione pubblica per la risoluzione del fenomeno del precariato e il relativo patto per il superamento delle esternalizzazioni dei servizi sanitari.
«Altro che superamento del precariato e reinternalizzazione dei servizi appaltati all'esterno delle aziende con l'utilizzo di una più che palese intermediazione di manodopera - precisa Romano - Siamo davanti a una notevole contraddizione che darà filo da torcere agli uffici del personale da un lato mentre, dall'altro provocherà una cascata di disservizi a catena che ripiomberanno sulle spalle dei pazienti o peggio degli assistiti in genere. Infatti vincolare i direttori delle aziende sanitarie a mantenere gli attuali livelli assistenziali con il blocco delle assunzioni e con il blocco sul rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza è pressoché impossibile. La realtà è che questa delibera "secretata" ai più è una vera burla di pessimo gusto per tutti quei lavoratori che sono stati invitati a fare un concorso per l'assunzione e, pure se l'hanno vinto a tutti gli effetti, tra poche settimane saranno senza lavoro. Con l'atto siglato dalla Giunta Marrazzo a ridosso di Natale sappiamo bene che non potranno essere ricollocati né i lavoratori dell'azienda ospedaliera Sant'Andrea e quelli dell'Istituto Zooprofilattico sperimentale per il Lazio e la Toscana. Infatti - conclude Romano - terminato il periodo di assunzione temporanea di otto mesi saranno tra i primi ad ingrassare le file delle liste di disoccupazione. Quanto alla ricaduta pratica su ospedali e ambulatori sarà difficile che data la carenza di personale inquadrato a tempo indeterminato, escludendo i precari, si riescano a fornire i servizi assistenziali odierni e le altre prestazioni d'opera: pulizia, facchinaggio e trasporto. A meno che queste stesse funzioni non verranno affidate agli operatori delle cooperative sociali».
4.1.07
Precari, la carica dei "nuovi" 150Mila: età media 40 anni
4 gennaio 2007 - Sole24Ore
150mila nuovi docenti assunti nei prossimi tre anni saranno già vecchi
Il programma pluriennale di immissioni in ruolo è previsto dalla Finanziaria 2007. L'alto numero farebbe pensare a una robusta iniezione di forze fresche in cattedra. Ma non è così: l'età media di chi otterrà la nomina sarà intorno ai 40 anni, tra le più alte d'Europa. E gli insegnanti immessi in ruolo avranno in comune gli anni difficili trascorsi da supplenti, cominciati con gli incarichi brevi e proseguiti fino al traguardo delle nomine annuali. Un percorso sfiancante che può durare anche più di dieci anni, tra continui cambi di sede, di colleghi e - ovviamente - di studenti.
Con queste premesse diventa facile comprendere che gran parte dei nuovi assunti saranno demotivati e, soprattutto, sfibrati dalla lunga marcia verso la cattedra. Considerato che l'età per la pensione scatta a 65 anni, si tratta di docenti che resteranno in servizio per almeno venti anni. E' uno dei motivi che rende molto arduo parlare di ronnovamento nella scuola. Gran parte dei supplenti entrerà in ruolo tra i 45 e i 55 anni.
Ma per gli aspiranti docenti non è solo questione di anagrafica: mancano selezione e formazione specifica. Così, anche per le prossime immissioni in ruolo non sarà possibile applicare alcuna valutazione di merito, ma solo far scorrere la famigerata graduatoria permanente. La superlista che, di fatto, ha trasformato i supplenti in disoccupati organizzati, dove si va avanti a colpi di punteggi legati soltanto ai titoli di studio e all'anzianità di servizio.
Secondo l'ultimo dossier pubblicato dall'associazione Treellle (Oltre il precariato) gli iscritti alla graduatoria permanente sono oltre 43 mila. Il 31% è già di ruoli, ma mira a cambiare insegnamento anche se "non dovrebbe stare in una lista che serve per l'assunzione dei precari", osserva Treelle. Il 53% appartiene all'area umanistica. La finanziaria 2007 tenta di mettere ordine bloccando l'accesso alle graduatorie permanenti, a parte alcuni casi, trasformandole in elenchi "a esaurimento". Ma la superfila di chi preme per insegnare è lunghissima. E per le classi di concorso legate alle discipline linguistico-letterarie il periodo di esaurimento è stimanto in decine di anni.
Gli insegnanti a tempo indeterminato sono 711mila ai quali ogni anno si aggiungono 242 docenti supplenti (124mila con contratti annuali, 118mila con nomine brevi). Altri 90mila sono prossimi all'abilitazione, tra corsi e escuole universitarie di specializzazione. Infine, ai precari vanno sommati anche gli aspiranti iscritti nelle graduatorie di istituto, che sarebbero 56 mila.
"la graduatoria nazionale permanente di precari rappresenta un caso unico in Europa", è scritto ancora nella ricerca di Treelle. L'esubero di docenti in Italia, con il connesso fenomeno del precariato, è un'anomalia:"La maggior parte dei Paesi europei ha il problema opposto di una carenza di insegnanti", aggiunge Treelle.
Intervenire in un simile contesta diventa quasi un rompicapo. Da un lato l'esigenza di impostare un percorso unico di formazione specifica per gli insegnanti, collegato alle reali esigenze di posto. Dall'altro la necessità di stabilizzare centinaia di migliaia di supplenti che da anno consentono alla scuola di funzionare. In gioco la qualtià, l'innovazione e la competitività dell'intero sistema-istruzione sullo scenario europeo
Vincono le donne
39anni
Età media precari
L'età media dei 242 iscritti alla graduatoria naizonale permanente (nel 2003) sfiora i 40 anni. L'età media degli insegnanti di ruolo a tempo indeterminato è di 48 anni
83%
Tasso di femminilizzazione
Tra gli insegnanti di ruolo la percentuale di donne è leggermente più bassa: 79%
63%
Dal sud e dalle Isole
Più della metà dei precari viene dalle Regioni del Sud e dalle Isole. Il 12% sono inoltre iscritti in graduatoria di regione diversa da quella di titolarità
150mila nuovi docenti assunti nei prossimi tre anni saranno già vecchi
Il programma pluriennale di immissioni in ruolo è previsto dalla Finanziaria 2007. L'alto numero farebbe pensare a una robusta iniezione di forze fresche in cattedra. Ma non è così: l'età media di chi otterrà la nomina sarà intorno ai 40 anni, tra le più alte d'Europa. E gli insegnanti immessi in ruolo avranno in comune gli anni difficili trascorsi da supplenti, cominciati con gli incarichi brevi e proseguiti fino al traguardo delle nomine annuali. Un percorso sfiancante che può durare anche più di dieci anni, tra continui cambi di sede, di colleghi e - ovviamente - di studenti.
Con queste premesse diventa facile comprendere che gran parte dei nuovi assunti saranno demotivati e, soprattutto, sfibrati dalla lunga marcia verso la cattedra. Considerato che l'età per la pensione scatta a 65 anni, si tratta di docenti che resteranno in servizio per almeno venti anni. E' uno dei motivi che rende molto arduo parlare di ronnovamento nella scuola. Gran parte dei supplenti entrerà in ruolo tra i 45 e i 55 anni.
Ma per gli aspiranti docenti non è solo questione di anagrafica: mancano selezione e formazione specifica. Così, anche per le prossime immissioni in ruolo non sarà possibile applicare alcuna valutazione di merito, ma solo far scorrere la famigerata graduatoria permanente. La superlista che, di fatto, ha trasformato i supplenti in disoccupati organizzati, dove si va avanti a colpi di punteggi legati soltanto ai titoli di studio e all'anzianità di servizio.
Secondo l'ultimo dossier pubblicato dall'associazione Treellle (Oltre il precariato) gli iscritti alla graduatoria permanente sono oltre 43 mila. Il 31% è già di ruoli, ma mira a cambiare insegnamento anche se "non dovrebbe stare in una lista che serve per l'assunzione dei precari", osserva Treelle. Il 53% appartiene all'area umanistica. La finanziaria 2007 tenta di mettere ordine bloccando l'accesso alle graduatorie permanenti, a parte alcuni casi, trasformandole in elenchi "a esaurimento". Ma la superfila di chi preme per insegnare è lunghissima. E per le classi di concorso legate alle discipline linguistico-letterarie il periodo di esaurimento è stimanto in decine di anni.
Gli insegnanti a tempo indeterminato sono 711mila ai quali ogni anno si aggiungono 242 docenti supplenti (124mila con contratti annuali, 118mila con nomine brevi). Altri 90mila sono prossimi all'abilitazione, tra corsi e escuole universitarie di specializzazione. Infine, ai precari vanno sommati anche gli aspiranti iscritti nelle graduatorie di istituto, che sarebbero 56 mila.
"la graduatoria nazionale permanente di precari rappresenta un caso unico in Europa", è scritto ancora nella ricerca di Treelle. L'esubero di docenti in Italia, con il connesso fenomeno del precariato, è un'anomalia:"La maggior parte dei Paesi europei ha il problema opposto di una carenza di insegnanti", aggiunge Treelle.
Intervenire in un simile contesta diventa quasi un rompicapo. Da un lato l'esigenza di impostare un percorso unico di formazione specifica per gli insegnanti, collegato alle reali esigenze di posto. Dall'altro la necessità di stabilizzare centinaia di migliaia di supplenti che da anno consentono alla scuola di funzionare. In gioco la qualtià, l'innovazione e la competitività dell'intero sistema-istruzione sullo scenario europeo
Vincono le donne
39anni
Età media precari
L'età media dei 242 iscritti alla graduatoria naizonale permanente (nel 2003) sfiora i 40 anni. L'età media degli insegnanti di ruolo a tempo indeterminato è di 48 anni
83%
Tasso di femminilizzazione
Tra gli insegnanti di ruolo la percentuale di donne è leggermente più bassa: 79%
63%
Dal sud e dalle Isole
Più della metà dei precari viene dalle Regioni del Sud e dalle Isole. Il 12% sono inoltre iscritti in graduatoria di regione diversa da quella di titolarità
Cassino — La tenacia forse sta ottenendo qualche primo risultato
A forza di protestare sembra che ai sindacati non sia più possibile fare i vaghi sulla questione dei precari della sanità della provincia di Frosinone. Dopo aver fatto finta di niente per ben un mese, da quando cioè è cominciata l’agitazione dei 150 lavoratori dell’ospedale di Cassino, si erano dati per dispersi, ma ieri devono aver ricevuto una strigliata che in qualche modo deve averli inchiodati alle loro responsabilità. E così domani mattina a Cassino, presso una sede ancora da definire, i precari della sanità incontreranno i rappresentanti sindacali. Intanto l’assessore regionale Battaglia ha garantito che incontrerà i lavoratori il 12 gennaio nella sede dell’Asl di Frosinone.
giovedì 4 gennaio 2007
giovedì 4 gennaio 2007
Per i precari del Comune di Molfetta stipulato il contratto per tutto il 2007
03.01.2007 ore 08:45:00.
Molfetta - Nessun licenziamento, nessuna brutta sorpresa. E quanto fanno sapere dal Comune di Molfetta. Per i 33 lavoratori socialmente utili e per gli 11 lavoratori in regime di collaborazione coordinata e continuativa, già presenti nell’organico comunale barese, il nuovo anno dovrebbe iniziare nel migliore dei modi. La giunta comunale, infatti, ha reso noto di aver dato mandato agli uffici competenti per provvedere a confermare il loro impiego per tutto il 2007. In particolare, il contratto di lavoro per i lavoratori cosiddetti “co.co.co” sarà stipulato, in aderenza alle normative attuali, fino al 31 dicembre 2007 e con le stesse condizioni economiche precedenti. Una decisione importante visto che lo scorso 29 ottobre gli era stato comunicato l’avviso di scadenza naturale dei precedenti contratti e la conseguente sospensione di ogni attività, suscitando grande preoccupazione fra gli stessi lavoratori. «È un atto di grande coraggio - ha commentato il sindaco Antonio Azzollini -. Di fronte a persone in grande difficoltà e con la voglia di lavorare, in un momento in cui è necessario tenere sotto controllo la spesa pubblica corrente, questa amministrazione comunale si è assunta la responsabilità politica di fare tutto il possibile per dar loro la possibilità di non rimanere improvvisamente senza lavoro. Ora, continuerò a lavorare personalmente affinché il problema del precariato trovi una soluzione positiva e definitiva» aggiunge il primo cittadino di Molfetta che, recentemente, nel corso della discussione della legge Finanziaria al Senato, ha proposto un emendamento in tal senso, respinto però dal Governo. «Mi ha fatto piacere ricevere il sentito ringraziamento da parte dei sindacati rappresentanti dei lavoratori. E’ la prova di una città che va avanti nel segno della civiltà e della laboriosità», conclude Azzolini. La decisione di confermare l’impiego dei “co.co.co.” consentirà così di portare a termine i vari progetti nei quali gli 11 lavoratori erano stati già impegnati da tempo, come segnalato da alcuni dirigenti dei vari settori comunali.
Molfetta - Nessun licenziamento, nessuna brutta sorpresa. E quanto fanno sapere dal Comune di Molfetta. Per i 33 lavoratori socialmente utili e per gli 11 lavoratori in regime di collaborazione coordinata e continuativa, già presenti nell’organico comunale barese, il nuovo anno dovrebbe iniziare nel migliore dei modi. La giunta comunale, infatti, ha reso noto di aver dato mandato agli uffici competenti per provvedere a confermare il loro impiego per tutto il 2007. In particolare, il contratto di lavoro per i lavoratori cosiddetti “co.co.co” sarà stipulato, in aderenza alle normative attuali, fino al 31 dicembre 2007 e con le stesse condizioni economiche precedenti. Una decisione importante visto che lo scorso 29 ottobre gli era stato comunicato l’avviso di scadenza naturale dei precedenti contratti e la conseguente sospensione di ogni attività, suscitando grande preoccupazione fra gli stessi lavoratori. «È un atto di grande coraggio - ha commentato il sindaco Antonio Azzollini -. Di fronte a persone in grande difficoltà e con la voglia di lavorare, in un momento in cui è necessario tenere sotto controllo la spesa pubblica corrente, questa amministrazione comunale si è assunta la responsabilità politica di fare tutto il possibile per dar loro la possibilità di non rimanere improvvisamente senza lavoro. Ora, continuerò a lavorare personalmente affinché il problema del precariato trovi una soluzione positiva e definitiva» aggiunge il primo cittadino di Molfetta che, recentemente, nel corso della discussione della legge Finanziaria al Senato, ha proposto un emendamento in tal senso, respinto però dal Governo. «Mi ha fatto piacere ricevere il sentito ringraziamento da parte dei sindacati rappresentanti dei lavoratori. E’ la prova di una città che va avanti nel segno della civiltà e della laboriosità», conclude Azzolini. La decisione di confermare l’impiego dei “co.co.co.” consentirà così di portare a termine i vari progetti nei quali gli 11 lavoratori erano stati già impegnati da tempo, come segnalato da alcuni dirigenti dei vari settori comunali.
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2007. Tutte le novita' per i precari della scuola
Andrea Florit, dal Coordinamento Precari di Venezia, 1/1/2007
Prime ore del 2007 e già molti precari, memori dei brindisi di qualche ora prima, si chiedono quali novità porterà il nuovo anno. Riassumiamo le principali che li riguardano da vicino.
Riduzioni degli organici: le previsioni, fatte sulla base dei contenuti della Finanziaria 2007, indicano decisi interventi di "razionalizzazione" (per ridurre la spesa ministeriale di 1.402 milioni di euro) con diminuzione degli organici della scuola statale nel triennio 2007-2009 di alcune decine di migliaia di posti. C'è l'innalzamento di 0,4 punti del rapporto alunni/classe, la diminuzione delle ripetenze nel biennio degli istituti superiori nonché la riduzione dell'orario delle lezioni e la modifica degli ordinamenti negli istituti professionali; tutto questo comporterebbe la sparizione di circa 23mila posti di docente e circa 7.500 Ata.
Organico funzionale: c'è molta attesa per sapere se e come verrà realizzato l'obiettivo di stabilizzare gli organici di istituto, in modo da garantire una maggiore continuità didattica e gestire al meglio le supplenze.
Immissioni in ruolo: il piano triennale di assunzioni prevede 150mila nuovi docenti in cattedra, ma sui numeri effettivi si sollevano già parecchi dubbi, visti i contenuti della Finanziaria. Indicativa sarà pertanto l'effettiva consistenza del primo contingente che verrà autorizzato quest'anno; l'aspettativa dei primi 50mila potrebbe già trasformarsi, a quanto indicato dalle Ooss, in amara illusione.
Sistema di formazione e di reclutamento: quest'anno dovrebbe essere quello della svolta. Le attuali Ssis chiuderanno i battenti per cedere il posto ai nuovi bienni di formazione universitaria degli insegnanti (laurea magistrale). Le GP invece sono già diventate Graduatorie ad esaurimento. C'è quindi la curiosità di sapere come verrà poi impostato il nuovo sistema di reclutamento: accessi ai nuovi concorsi ordinari e loro modalità di svolgimento, fase di transizione, percentuali riservate, destino delle attuali GM.
Graduatorie ad esaurimento: salutate come manna dal cielo (ma solo perché ottenute come rimedio alla loro cancellazione dal 2010), diventeranno il porto d'approdo di un considerevole numero di aspiranti. La Finanziaria 2007 infatti consente, per l'ultima volta quest'anno, l'ingresso di tutti coloro che già possiedono un'abilitazione e di tutti i candidati che la conseguiranno con le procedure già attivate. In concreto, tutti i docenti di ruolo che aspirano ad un trasferimento o ad un passaggio di ruolo, potranno tentare la via alternativa dell'iscrizione nelle GE, rendendo estremamente lunga l'attesa di quanti stanno ora frequentando i corsi speciali o le ssis. Quanti speravano che le novità legislative avrebbero cancellato dalle GP i docenti di ruolo già presenti, devono scontrarsi invece con la realtà del comma della Finanziaria che addirittura consente l'ingresso di tutti gli insegnanti di ruolo non ancora iscritti. Altri dubbi riguardano il decreto che stabilirà le nuove regole per l'aggiornamento dei punteggi all'interno delle GE negli anni successivi.
Tabella di valutazione dei titoli: le GE verranno integrate a aggiornate nella prossima primavera con alcune modifiche alla tabella dei punteggi. In particolare sarà cancellata la supervalutazione per il servizio in montagna, penitenziari e piccole isole e saranno rivisti i riconoscimenti per i master e i corsi di perfezionamento e specializzazione.
Regolamento supplenze: in arrivo nuove norme che penalizzeranno le rinunce alle proposte di assunzione, che regoleranno meglio la gestione degli spezzoni ed i completamenti di cattedra, che agevoleranno le segreterie nella ricerca dei supplenti (un nuovo sistema informatico dovrebbe vedere l'applicazione sperimentale in alcune province già dal prossimo mese). Le nuove graduatorie d'istituto dovranno trovare corrispondenza con le GE, con la tabella punteggi delle GE anche per la seconda fascia e con una durata biennale per la terza fascia.
Prime ore del 2007 e già molti precari, memori dei brindisi di qualche ora prima, si chiedono quali novità porterà il nuovo anno. Riassumiamo le principali che li riguardano da vicino.
Riduzioni degli organici: le previsioni, fatte sulla base dei contenuti della Finanziaria 2007, indicano decisi interventi di "razionalizzazione" (per ridurre la spesa ministeriale di 1.402 milioni di euro) con diminuzione degli organici della scuola statale nel triennio 2007-2009 di alcune decine di migliaia di posti. C'è l'innalzamento di 0,4 punti del rapporto alunni/classe, la diminuzione delle ripetenze nel biennio degli istituti superiori nonché la riduzione dell'orario delle lezioni e la modifica degli ordinamenti negli istituti professionali; tutto questo comporterebbe la sparizione di circa 23mila posti di docente e circa 7.500 Ata.
Organico funzionale: c'è molta attesa per sapere se e come verrà realizzato l'obiettivo di stabilizzare gli organici di istituto, in modo da garantire una maggiore continuità didattica e gestire al meglio le supplenze.
Immissioni in ruolo: il piano triennale di assunzioni prevede 150mila nuovi docenti in cattedra, ma sui numeri effettivi si sollevano già parecchi dubbi, visti i contenuti della Finanziaria. Indicativa sarà pertanto l'effettiva consistenza del primo contingente che verrà autorizzato quest'anno; l'aspettativa dei primi 50mila potrebbe già trasformarsi, a quanto indicato dalle Ooss, in amara illusione.
Sistema di formazione e di reclutamento: quest'anno dovrebbe essere quello della svolta. Le attuali Ssis chiuderanno i battenti per cedere il posto ai nuovi bienni di formazione universitaria degli insegnanti (laurea magistrale). Le GP invece sono già diventate Graduatorie ad esaurimento. C'è quindi la curiosità di sapere come verrà poi impostato il nuovo sistema di reclutamento: accessi ai nuovi concorsi ordinari e loro modalità di svolgimento, fase di transizione, percentuali riservate, destino delle attuali GM.
Graduatorie ad esaurimento: salutate come manna dal cielo (ma solo perché ottenute come rimedio alla loro cancellazione dal 2010), diventeranno il porto d'approdo di un considerevole numero di aspiranti. La Finanziaria 2007 infatti consente, per l'ultima volta quest'anno, l'ingresso di tutti coloro che già possiedono un'abilitazione e di tutti i candidati che la conseguiranno con le procedure già attivate. In concreto, tutti i docenti di ruolo che aspirano ad un trasferimento o ad un passaggio di ruolo, potranno tentare la via alternativa dell'iscrizione nelle GE, rendendo estremamente lunga l'attesa di quanti stanno ora frequentando i corsi speciali o le ssis. Quanti speravano che le novità legislative avrebbero cancellato dalle GP i docenti di ruolo già presenti, devono scontrarsi invece con la realtà del comma della Finanziaria che addirittura consente l'ingresso di tutti gli insegnanti di ruolo non ancora iscritti. Altri dubbi riguardano il decreto che stabilirà le nuove regole per l'aggiornamento dei punteggi all'interno delle GE negli anni successivi.
Tabella di valutazione dei titoli: le GE verranno integrate a aggiornate nella prossima primavera con alcune modifiche alla tabella dei punteggi. In particolare sarà cancellata la supervalutazione per il servizio in montagna, penitenziari e piccole isole e saranno rivisti i riconoscimenti per i master e i corsi di perfezionamento e specializzazione.
Regolamento supplenze: in arrivo nuove norme che penalizzeranno le rinunce alle proposte di assunzione, che regoleranno meglio la gestione degli spezzoni ed i completamenti di cattedra, che agevoleranno le segreterie nella ricerca dei supplenti (un nuovo sistema informatico dovrebbe vedere l'applicazione sperimentale in alcune province già dal prossimo mese). Le nuove graduatorie d'istituto dovranno trovare corrispondenza con le GE, con la tabella punteggi delle GE anche per la seconda fascia e con una durata biennale per la terza fascia.
Quando il lavoro precario si diffonde nel pubblico impiego
2007-01-02 02:47:57
di RINO ZICCARDI* - Quello del lavoro precario è diventata una condizione lavorativa che si diffonde a macchia d’olio dentro il mercato del lavoro nazionale e molisano e, da anni anche se la legge non lo prevede, anche nel pubblico impiego in generale e nelle amministrazioni comunali in particolare.
Queste ultime scaricano sui lavoratori precari il costo dei servizi di pubblica utilità creando nuove inefficienze e garantendo pessimi servizi a basso costo del lavoro e una intensificazione dello sfruttamento del lavoro al limite del codice penale. Questo è quanto accade nel Comune di Riccia, documentata con dovizia di particolari da un consigliere di opposizione, dove da oltre dieci anni il Sindaco Fanelli, coadiuvato dalla Giunta Comunale, assume operai di III livello ad intermittenza, per un periodo sempre uguale di dieci giorni e in sostituzione di un improbabile quantità di personale sempre in malattia per dieci giorni Il sistema è quello dell’assunzione per sostituzione attraverso lo strumento della deliberazione di giunta che si perpetua da anni, sempre identiche tra loro, e sempre per lo stesso numero di giorni. Senza passare per i Centri per l’Impiego, senza attingere al sistema nuovo del collocamento al lavoro circoscrizionale, al di fuori di qualsiasi norma, si mette in piedi un grande carrozzone clientelare in cui poche persone decidono, per ripetuto atto deliberativo, di concedere e togliere lavoro a decine e decine di lavoratori, tenendoli sotto il gioco del clientelismo politico utile al momento di una qualsiasi elezione. Non si assume e si stabilizza neanche quando si e in presenza di pensionamenti e quindi di vuoti di organico, non si ristabiliscono le piante organiche minime a garantire i servizi, non si svolgono i concorsi a copertura dei posti vacanti, adducendo di solito il rispetto del patto di stabilità finanziario a cui sono tenuti i Comuni poco virtuosi in fatto di spese. Insomma una grande ingiustizia verso quei lavoratori a cui nessuno presta attenzione, una sorta di capolarato pubblico, uomini e donne del mondo del lavoro che convivono quotidianamente con la precarietà del lavoro e ne subiscono le conseguenze più odiose. Persone sempre al centro di qualche citazione nei convegni, destinatari di elaborate strategie di tutele, conosciuti come fenomeno ma sconosciuti agli studiosi per quanti sono, dove sono e cosa sopportano quotidianamente. E in questa situazione di palese illegalità, non basta e non serve denunciare all’Ispettorato del Lavoro e ai Carabinieri preposti al controllo della legalità la violazione delle norme e delle leggi a difesa del lavoro. Questi fatti sono stati denunciati, sono stati oggetto di discussione in consiglio comunale, sono state indicate agli organi dell’Ispettorato del Lavoro competente ai controlli, sono stati segnalati ai sindacati di categoria, risultato: silenzio assoluto. Come e chi deve difendere questi lavoratori? chi verifica lo stato di cose, la legalità delle delibere di giunta, la legittimità dei procedimenti adottati? E un Sindaco, una giunta comunale, un consiglio comunale possono essere compatibili con questi comportamenti?
*Partito dei Comunisti Italiani
di RINO ZICCARDI* - Quello del lavoro precario è diventata una condizione lavorativa che si diffonde a macchia d’olio dentro il mercato del lavoro nazionale e molisano e, da anni anche se la legge non lo prevede, anche nel pubblico impiego in generale e nelle amministrazioni comunali in particolare.
Queste ultime scaricano sui lavoratori precari il costo dei servizi di pubblica utilità creando nuove inefficienze e garantendo pessimi servizi a basso costo del lavoro e una intensificazione dello sfruttamento del lavoro al limite del codice penale. Questo è quanto accade nel Comune di Riccia, documentata con dovizia di particolari da un consigliere di opposizione, dove da oltre dieci anni il Sindaco Fanelli, coadiuvato dalla Giunta Comunale, assume operai di III livello ad intermittenza, per un periodo sempre uguale di dieci giorni e in sostituzione di un improbabile quantità di personale sempre in malattia per dieci giorni Il sistema è quello dell’assunzione per sostituzione attraverso lo strumento della deliberazione di giunta che si perpetua da anni, sempre identiche tra loro, e sempre per lo stesso numero di giorni. Senza passare per i Centri per l’Impiego, senza attingere al sistema nuovo del collocamento al lavoro circoscrizionale, al di fuori di qualsiasi norma, si mette in piedi un grande carrozzone clientelare in cui poche persone decidono, per ripetuto atto deliberativo, di concedere e togliere lavoro a decine e decine di lavoratori, tenendoli sotto il gioco del clientelismo politico utile al momento di una qualsiasi elezione. Non si assume e si stabilizza neanche quando si e in presenza di pensionamenti e quindi di vuoti di organico, non si ristabiliscono le piante organiche minime a garantire i servizi, non si svolgono i concorsi a copertura dei posti vacanti, adducendo di solito il rispetto del patto di stabilità finanziario a cui sono tenuti i Comuni poco virtuosi in fatto di spese. Insomma una grande ingiustizia verso quei lavoratori a cui nessuno presta attenzione, una sorta di capolarato pubblico, uomini e donne del mondo del lavoro che convivono quotidianamente con la precarietà del lavoro e ne subiscono le conseguenze più odiose. Persone sempre al centro di qualche citazione nei convegni, destinatari di elaborate strategie di tutele, conosciuti come fenomeno ma sconosciuti agli studiosi per quanti sono, dove sono e cosa sopportano quotidianamente. E in questa situazione di palese illegalità, non basta e non serve denunciare all’Ispettorato del Lavoro e ai Carabinieri preposti al controllo della legalità la violazione delle norme e delle leggi a difesa del lavoro. Questi fatti sono stati denunciati, sono stati oggetto di discussione in consiglio comunale, sono state indicate agli organi dell’Ispettorato del Lavoro competente ai controlli, sono stati segnalati ai sindacati di categoria, risultato: silenzio assoluto. Come e chi deve difendere questi lavoratori? chi verifica lo stato di cose, la legalità delle delibere di giunta, la legittimità dei procedimenti adottati? E un Sindaco, una giunta comunale, un consiglio comunale possono essere compatibili con questi comportamenti?
*Partito dei Comunisti Italiani
Vivere o sopravvivere con 1000 euro al mese
Non è facile per nessuno: se poi uno è pure disabile…
1000 euro mensili. Questo è lo stipendio mensile medio per operai, impiegati, commesse del centro (che con questo reddito non sono mica le fate come cantava Luca Carboni).
Si avvicina molto anche al reddito dei piccoli artigiani. Che contrariamente ai luoghi comuni che li vogliono grandi evasori non se la passano poi molto meglio. Ma sì, evaderanno un po' il fisco. Certo. Ma magari per arrivare alla famosa quarta settimana mensile… E poi, quanti dell'esercito dei lavoratori dipendenti se fosse loro concesso, con tali entrate non lo farebbero?
E poi il girone dantesco dei precari… Sempre più numerosi. Con l'età anagrafica che si alza inesorabilmente… E più sono gli anni, e più è la sofferenza, il malessere, il disagio…Quelli ai quali un prestito bancario, (magari per comprarsi un'auto per recarsi al lavoro perché turnisti, e i mezzi pubblici si trovano solo nelle ore canoniche) non è concesso. Per forza. Non danno garanzie. Per non parlare di un mutuo per acquistare la prima casa visto che gli affitti sono alle stelle.. Utopia! Precari nel lavoro precari nella vita…
Per non parlare dei pensionati, che hanno visto un taglio sul potere d'acquisto delle loro pensioni da guinnes dei primati, perché non vengono mai aggiornate al vero costo della vita…
E per di più, se incrociano un giovane lavoratore abbassano la testa, perché pensano sia colpa loro se lui ha molte trattenute sullo stipendio, si è alzata l'aspettativa di vita e questo bene o male pesa sulla società… Anche questo devono subire dopo trenta-trentacinque anni di fabbrica, di fonderia, cantiere alle intemperie. Nemmeno i nostri vecchi che sono le nostre radici sappiamo rispettare…
Poi, se hai anche la "colpa" di essere un disabile, hai fatto bingo! Tutto più difficile… Il lavoro un privilegio, altro che diritto! Le spese di un disabile, chissà come mai, sono sempre più alte. Gli ausili che, sulla carta, dovrebbero essere "passati" dalle Asl di competenza, sempre più spesso devono essere integrati economicamente di tasca propria. I mezzi pubblici per la stragrande maggioranza sono ancora un diritto negato…. L'appartamento deve essere più grande perché la carrozzina è ingombrante. C'è niente da fare. Poi se hai una patologia pesante devono saltare fuori anche i soldi per l'assistenza per soddisfare i bisogni primari come lavarsi medicarsi ecc., e di esempi potremmo farne all'infinito…
E da un coglione in televisione devo sentire che sono privilegiati perché hanno - bada bene! - i posti riservati per parcheggiare!
Non penso che si possa vivere, non dico felicemente, ma neanche serenamente, dovendo fare i salti mortali per far quadrare i conti. E poi basta un rubinetto che perde, l'apparecchio per i denti del figlio, il ticket sugli esami del sangue per farti ripiombare nel baratro… Ma quanta dignità, in questi lavoratori, che quasi vivono come una loro colpa quella di avere un lavoro, e nonostante questo non riuscire a soddisfare i bisogni della loro famiglia…
Ed in piazza a protestare, chi ti vedo…. I notai, i farmacisti, gli avvocati, gli orafi (che denunciano redditi più bassi dei loro dipendenti), perché non ce la fanno più. Questo stato li opprime con le tasse… Strano però perché se li frequenti ti accorgi che non posano i loro glutei sui sedili delle loro auto, che non siano sotto i 50.000 euro… I ristoranti dove si sfamano non vanno mai sotto ai 50 euro per coperto…
Per quelli della mia generazione i poveri erano gli emarginati, quelli fuori dal mondo del lavoro. Spesso gli alcolizzati, emarginati, ecc. Ora lo sono i lavoratori. Ma questa Italia non starà andando troppo indietro, piuttosto che avanti?
Davvero cari lettori non capisco! Aiutatemi voi! Ditemi dove sto sbagliando!
E a proposito, buon anno… Chissà che il 31 dicembre si porti via almeno un po' di queste brutture...
[Valter Nicoletti]
1000 euro mensili. Questo è lo stipendio mensile medio per operai, impiegati, commesse del centro (che con questo reddito non sono mica le fate come cantava Luca Carboni).
Si avvicina molto anche al reddito dei piccoli artigiani. Che contrariamente ai luoghi comuni che li vogliono grandi evasori non se la passano poi molto meglio. Ma sì, evaderanno un po' il fisco. Certo. Ma magari per arrivare alla famosa quarta settimana mensile… E poi, quanti dell'esercito dei lavoratori dipendenti se fosse loro concesso, con tali entrate non lo farebbero?
E poi il girone dantesco dei precari… Sempre più numerosi. Con l'età anagrafica che si alza inesorabilmente… E più sono gli anni, e più è la sofferenza, il malessere, il disagio…Quelli ai quali un prestito bancario, (magari per comprarsi un'auto per recarsi al lavoro perché turnisti, e i mezzi pubblici si trovano solo nelle ore canoniche) non è concesso. Per forza. Non danno garanzie. Per non parlare di un mutuo per acquistare la prima casa visto che gli affitti sono alle stelle.. Utopia! Precari nel lavoro precari nella vita…
Per non parlare dei pensionati, che hanno visto un taglio sul potere d'acquisto delle loro pensioni da guinnes dei primati, perché non vengono mai aggiornate al vero costo della vita…
E per di più, se incrociano un giovane lavoratore abbassano la testa, perché pensano sia colpa loro se lui ha molte trattenute sullo stipendio, si è alzata l'aspettativa di vita e questo bene o male pesa sulla società… Anche questo devono subire dopo trenta-trentacinque anni di fabbrica, di fonderia, cantiere alle intemperie. Nemmeno i nostri vecchi che sono le nostre radici sappiamo rispettare…
Poi, se hai anche la "colpa" di essere un disabile, hai fatto bingo! Tutto più difficile… Il lavoro un privilegio, altro che diritto! Le spese di un disabile, chissà come mai, sono sempre più alte. Gli ausili che, sulla carta, dovrebbero essere "passati" dalle Asl di competenza, sempre più spesso devono essere integrati economicamente di tasca propria. I mezzi pubblici per la stragrande maggioranza sono ancora un diritto negato…. L'appartamento deve essere più grande perché la carrozzina è ingombrante. C'è niente da fare. Poi se hai una patologia pesante devono saltare fuori anche i soldi per l'assistenza per soddisfare i bisogni primari come lavarsi medicarsi ecc., e di esempi potremmo farne all'infinito…
E da un coglione in televisione devo sentire che sono privilegiati perché hanno - bada bene! - i posti riservati per parcheggiare!
Non penso che si possa vivere, non dico felicemente, ma neanche serenamente, dovendo fare i salti mortali per far quadrare i conti. E poi basta un rubinetto che perde, l'apparecchio per i denti del figlio, il ticket sugli esami del sangue per farti ripiombare nel baratro… Ma quanta dignità, in questi lavoratori, che quasi vivono come una loro colpa quella di avere un lavoro, e nonostante questo non riuscire a soddisfare i bisogni della loro famiglia…
Ed in piazza a protestare, chi ti vedo…. I notai, i farmacisti, gli avvocati, gli orafi (che denunciano redditi più bassi dei loro dipendenti), perché non ce la fanno più. Questo stato li opprime con le tasse… Strano però perché se li frequenti ti accorgi che non posano i loro glutei sui sedili delle loro auto, che non siano sotto i 50.000 euro… I ristoranti dove si sfamano non vanno mai sotto ai 50 euro per coperto…
Per quelli della mia generazione i poveri erano gli emarginati, quelli fuori dal mondo del lavoro. Spesso gli alcolizzati, emarginati, ecc. Ora lo sono i lavoratori. Ma questa Italia non starà andando troppo indietro, piuttosto che avanti?
Davvero cari lettori non capisco! Aiutatemi voi! Ditemi dove sto sbagliando!
E a proposito, buon anno… Chissà che il 31 dicembre si porti via almeno un po' di queste brutture...
[Valter Nicoletti]
La protesta parte da Cassino
CASSINO — La protesta parte da Cassino, pronta a dilagare negli altri comuni ciociari.
I precari della sanità, quelli che lavorano a contratti da 6 mesi in 6 mesi, puntano i piedi. E chiedono alla regione di tener fede agli impegni presi. All’impegno: stabilità occupazionale. La protesta, almeno ieri, si è limitata a un’assemblea nell’atrio del Santa Scolastica. Ma i lavoratori annunciano manifestazioni ben più clamorose. Proprio davanti la Pisana, sede del consiglio regionale. I lavoratori hanno ricevuto le visite del consigliere regionale Wanda Ciaraldi, del sindaco di Cassino Bruno Scittarelli, del senatore Oreste Tofani. A proposito, ma i sindacati dov’erano? I sindacalisti presenti si contavano sulle dita di una mano. Cosa ne pensano della vertenza? Il nuovo anno, sul fronte sanità, si annuncia scoppiettante. Più di quello che ci stiamo lasciando alle spalle. Ma intanto per i 150 precari cassinati, tra medici, infermieri e ausiliari, nessuna buona nuova. Di conseguenza, nessuna buona novità per gli utenti. E il Santa Scolastica somiglia sempre più ad una cattedrale nel deserto.
I precari della sanità, quelli che lavorano a contratti da 6 mesi in 6 mesi, puntano i piedi. E chiedono alla regione di tener fede agli impegni presi. All’impegno: stabilità occupazionale. La protesta, almeno ieri, si è limitata a un’assemblea nell’atrio del Santa Scolastica. Ma i lavoratori annunciano manifestazioni ben più clamorose. Proprio davanti la Pisana, sede del consiglio regionale. I lavoratori hanno ricevuto le visite del consigliere regionale Wanda Ciaraldi, del sindaco di Cassino Bruno Scittarelli, del senatore Oreste Tofani. A proposito, ma i sindacati dov’erano? I sindacalisti presenti si contavano sulle dita di una mano. Cosa ne pensano della vertenza? Il nuovo anno, sul fronte sanità, si annuncia scoppiettante. Più di quello che ci stiamo lasciando alle spalle. Ma intanto per i 150 precari cassinati, tra medici, infermieri e ausiliari, nessuna buona nuova. Di conseguenza, nessuna buona novità per gli utenti. E il Santa Scolastica somiglia sempre più ad una cattedrale nel deserto.
Giornalisti senza diritti. A chi giova un’informazione precaria e senza libertà
Sono oltre 20 mila i giornalisti senza una forma decente di contratto, a fronte di poco più di 12 mila contrattualizzati. Un piccolo esercito che permette ad editori grandi e piccoli, nazionali e locali, di prosperare e fare utili senza precedenti da oltre due anni, nonostante le loro litanie della “torta ridotta dei proventi pubblicitari, tutti a favore della TV” (!) e il solito ritornello dei giornalisti garantiti, ben pagati e corporativi.
Quella del giornalismo non è più una professione come poteva essere vent’anni fa. E dall’introduzione delle nuove tecnologie, dalla scomparsa dei poligrafici, dall’arrivo con prepotenza di capitali legati ad altri interessi e non più derivati da alcune famiglie di “editori puri”, che il giornalismo ha cambiato pelle.
Sono aumentati a dismisura i precari e sempre più gli editori e i loro direttori fanno ricorso alla “forza lavorativa esterna” alle redazioni: siano grandi opinionisti oppure semplici redattori inviati sui luoghi più disparati.
Forse come sindacato e ordine professionale non siamo riusciti negli anni scorsi a contrastare questa deriva illiberale, non abbiamo spinto con forza affinché la politica approvasse una legge moderna sullo statuto d’impresa, che pure il Gruppo di Fiesole (antesignano della corrente sindacale di Autonomia e solidarietà, alla guida della FNSI da anni) aveva discusso e preparato già agli inizi degli anni Novanta.
In tutto questo tempo, il mercato dell’editoria si è sviluppato senza regole, in sintonia quasi perfetta con l’anarchia mercantile delle televisioni. Da una parte, dunque, l’anomalia berlusconiana del duopolio televisivo pubblico e privato italiano, con il drenaggio di ingenti risorse pubblicitarie; dall’altro, l’ingresso nell’editoria scritta ( quotidiani, riviste, radio e tv locali, agenzie, siti web, free press) di potentati economici, che si servono della stampa per tessere intrecci politico-affaristici, strane alleanze politiche ed economiche per fare pressioni sul governo nazionale e su quelli locali.
Dietro alle principali testate scritte, agenzie nazionali e a veri e propri network locali e interregionali ci sono personaggi che contemporaneamente finanziano o compartecipano testate filogovernative oppure di opposizione.
Un mercato così vasto come quello della comunicazione è diventato oggi, e che tende ad allargarsi ancor più con la piena maturità della “WebPress”, ha bisogno di enormi quantità di “braccia da lavoro”, senza regole e a bassi salari.
Ecco allora che l’allargamento della professione giornalistica, grazie alle tante scuole post-universitarie di giornalismo riconosciute dall’Ordine, ai mille e più professionisti riconosciuti ogni anno attraverso l’esame di stato, se da una parte ha rotto la cortina di corporativismo e di “casta elitaria”, dall’altra ha permesso agli editori “impuri” di utilizzare una gran massa di professionisti precari, per dare vita a tutte le nuove iniziative editoriali.
Ma è vera libertà di stampa, quella che viene immessa sul mercato grazie al lavoro schiavistico di 20 mila professionisti che sopravvivono con meno di 800 euro di media al mese? La libertà, ce lo ricordano gli economisti di stampo neoliberista, ma anche i keynesiani e i marxisti puri, costa cara e va alimentata con regole chiare fatte rispettare da tutti. Ma in Italia le regole in questo mercato non esistono e quelle poche sono disattese. Mai che un giudice abbia indagato sulle condizioni di sfruttamento dei precari che nella propria regione di competenza permettono di far prosperare quei giornali che ogni mattina si ritrovano gratuitamente sulle scrivanie o quelle radio e televisioni locali che spesso li fanno conoscere al grande pubblico, dopo aver svolto magari un’indagine di rilievo.
Come se il precariato nel giornalismo fosse uno “scotto da pagare” per diventare professionisti, la mitica “gavetta” di un tempo. Solo che stiamo nel 2006/2007, nell’era di internet, nella società dove il successo spesso viene valutato più per i centimetri scoperti del corpo che per il quoziente di intelligenza!
Se il contratto nazionale non viene nemmeno discusso dagli editori ( i vari De Benedetti, Montezemolo, Tronchetti Provera, Della Valle, Angelucci, Caltagirone, Rieffeser-Monti, Berlusconi, le principali banche e società finanziarie italiane,che siedono nel “salotto buono” di Mediobanca), ci sarà pure una ragione “mercantile”! Ovvero ci sono interessi politici e affaristici affinché questa situazione di illeberalità e precarietà restino ben radicate nel settore della comunicazione italiana.
Continuando così, ovviamente a farne le spese sono i giornalisti, tutelati e precari, ma anche i lettori, gli spettatori, le forze sociali e soprattutto il governo di centrosinistra, guidato da Prodi.
Il contratto è scaduto a febbraio del 2005, in piena epoca berlusconiana, ma la sua odissea continua in piena epoca prodiana. Gli editori che allora facevano le pulci al mal governo di Sua Emittenza , oggi fanno altrettanto nei confronti del governo Prodi. Una semplice coincidenza? O non è cambiato davvero nulla nella società e nella politica italiana?
C’è un gioco delle parti che viene fatto alle nostre spalle( operatori dell’informazione e pubblico contribuente e votante)?
Di certo, assistiamo al perdurare dell’anarchia del mercato, in piena epoca di innovazione tecnologica al riposizionamento dei gruppi finanziari, all’indeterminatezza dei “poteri forti” a scegliere con chiarezza il campo politico dove installarsi per un certo, eventualmente lungo, periodo. E così tutti paghiamo lo scotto delle “non scelte”, anche i settori che dovrebbero avere un contratto sacrosanto dopo quasi due anni dal termine del precedente.
Ma è proprio la precarietà dell’establishment economico-finanziario-politico a creare un clima di evanescenza ed effervescenza nella società e nei luoghi di lavoro. Assistiamo, senza che i giornalisti producano analisi approfondite e comparazioni internazionali, al più grande risiko del sistema bancario. Siamo senza occhi ed orecchi per comprendere le mutazioni quasi genetiche che avvengono nei vari strati sociali, a partire dalla rivoluzione del mondo del lavoro, sempre più precario, sempre più senza tutele, dove la gente muore ( tre persone al giorno, record europeo!),
si ammala e non ha più prospettive di miglioramento. E il futuro, pensionistico e assistenziale, si chiama sempre e comunque precarietà!
Le città vivono nella violenza sottile e strisciante, senza che nessuna ricerca venga fatta per capire cosa sta succedendo tra chi abita nei centri storici e coloro che vivono nelle periferie (solo l’arcivescovo di Milano, monsignor Tettamanzi, ha azzardato sotto Natale un’analisi davvero interessante, la prima nel suo genere!).
Per non parlare dell’assenza nella grande informazione radiotelevisiva di quanto sta succedendo nel resto del mondo, che solo a tratti riusciamo a percepire quando però si tratta di casi di cronaca nera, guerre, epidemie, tsunami, o “cronaca rosa”, avvenimenti legati al paludato mondo dello spettacolo e del costume.
Questa non è la stampa, bellezza! Questa è il caos informativo indotto perché la gente, i milioni e milioni di elettori, contribuenti, lavoratori e pensionati vivano nella precarietà intellettuale, nell’incertezza del futuro. Questa è l’anticamera dell’illibertà e del regime. A meno che le coscienze libere e impegnate di questo paese non dimostrino uno scatto di orgoglio ed inizino a rialzare la testa, risolvendo i nodi più intricati di questo paese: cominciando proprio dal contratto nazionale collettivo dei giornalisti.
Agli inizi del Novecento, quando non esistevano i contratti collettivi, fu siglato per la prima volta nella storia dei rapporti sociali quello dei giornalisti. E da quella determinazione seguirono i contratti nazionali per altre più vaste ed importanti categorie. Oggi potrebbe accader l’esatto contrario: l’abolizione del contratto nazionale collettivo per i giornalisti farebbe così da battistrada al ridimensionamento dei contratti nazionali per metalmeccanici, chimici, commercio, e quanti altri, magari passando prima per la contrattazione locale e aziendale, per poi arrivare in tempi stretti agli sciagurati contratti individuali.
Cosa si aspetta ancora per fermare questa deriva illiberale? E dopo i contratti abrogati, ne siamo convinti, toccherà anche alla politica essere abrogata, perché senza certezze e dignità lavorative, l’informazione è solo asservita, precaria e di parte. E’ proprio vero: la libertà costa cara e la stampa libera lo è ancora di più! Ma questi sono i costi, benedetti, della democrazia.
Quella del giornalismo non è più una professione come poteva essere vent’anni fa. E dall’introduzione delle nuove tecnologie, dalla scomparsa dei poligrafici, dall’arrivo con prepotenza di capitali legati ad altri interessi e non più derivati da alcune famiglie di “editori puri”, che il giornalismo ha cambiato pelle.
Sono aumentati a dismisura i precari e sempre più gli editori e i loro direttori fanno ricorso alla “forza lavorativa esterna” alle redazioni: siano grandi opinionisti oppure semplici redattori inviati sui luoghi più disparati.
Forse come sindacato e ordine professionale non siamo riusciti negli anni scorsi a contrastare questa deriva illiberale, non abbiamo spinto con forza affinché la politica approvasse una legge moderna sullo statuto d’impresa, che pure il Gruppo di Fiesole (antesignano della corrente sindacale di Autonomia e solidarietà, alla guida della FNSI da anni) aveva discusso e preparato già agli inizi degli anni Novanta.
In tutto questo tempo, il mercato dell’editoria si è sviluppato senza regole, in sintonia quasi perfetta con l’anarchia mercantile delle televisioni. Da una parte, dunque, l’anomalia berlusconiana del duopolio televisivo pubblico e privato italiano, con il drenaggio di ingenti risorse pubblicitarie; dall’altro, l’ingresso nell’editoria scritta ( quotidiani, riviste, radio e tv locali, agenzie, siti web, free press) di potentati economici, che si servono della stampa per tessere intrecci politico-affaristici, strane alleanze politiche ed economiche per fare pressioni sul governo nazionale e su quelli locali.
Dietro alle principali testate scritte, agenzie nazionali e a veri e propri network locali e interregionali ci sono personaggi che contemporaneamente finanziano o compartecipano testate filogovernative oppure di opposizione.
Un mercato così vasto come quello della comunicazione è diventato oggi, e che tende ad allargarsi ancor più con la piena maturità della “WebPress”, ha bisogno di enormi quantità di “braccia da lavoro”, senza regole e a bassi salari.
Ecco allora che l’allargamento della professione giornalistica, grazie alle tante scuole post-universitarie di giornalismo riconosciute dall’Ordine, ai mille e più professionisti riconosciuti ogni anno attraverso l’esame di stato, se da una parte ha rotto la cortina di corporativismo e di “casta elitaria”, dall’altra ha permesso agli editori “impuri” di utilizzare una gran massa di professionisti precari, per dare vita a tutte le nuove iniziative editoriali.
Ma è vera libertà di stampa, quella che viene immessa sul mercato grazie al lavoro schiavistico di 20 mila professionisti che sopravvivono con meno di 800 euro di media al mese? La libertà, ce lo ricordano gli economisti di stampo neoliberista, ma anche i keynesiani e i marxisti puri, costa cara e va alimentata con regole chiare fatte rispettare da tutti. Ma in Italia le regole in questo mercato non esistono e quelle poche sono disattese. Mai che un giudice abbia indagato sulle condizioni di sfruttamento dei precari che nella propria regione di competenza permettono di far prosperare quei giornali che ogni mattina si ritrovano gratuitamente sulle scrivanie o quelle radio e televisioni locali che spesso li fanno conoscere al grande pubblico, dopo aver svolto magari un’indagine di rilievo.
Come se il precariato nel giornalismo fosse uno “scotto da pagare” per diventare professionisti, la mitica “gavetta” di un tempo. Solo che stiamo nel 2006/2007, nell’era di internet, nella società dove il successo spesso viene valutato più per i centimetri scoperti del corpo che per il quoziente di intelligenza!
Se il contratto nazionale non viene nemmeno discusso dagli editori ( i vari De Benedetti, Montezemolo, Tronchetti Provera, Della Valle, Angelucci, Caltagirone, Rieffeser-Monti, Berlusconi, le principali banche e società finanziarie italiane,che siedono nel “salotto buono” di Mediobanca), ci sarà pure una ragione “mercantile”! Ovvero ci sono interessi politici e affaristici affinché questa situazione di illeberalità e precarietà restino ben radicate nel settore della comunicazione italiana.
Continuando così, ovviamente a farne le spese sono i giornalisti, tutelati e precari, ma anche i lettori, gli spettatori, le forze sociali e soprattutto il governo di centrosinistra, guidato da Prodi.
Il contratto è scaduto a febbraio del 2005, in piena epoca berlusconiana, ma la sua odissea continua in piena epoca prodiana. Gli editori che allora facevano le pulci al mal governo di Sua Emittenza , oggi fanno altrettanto nei confronti del governo Prodi. Una semplice coincidenza? O non è cambiato davvero nulla nella società e nella politica italiana?
C’è un gioco delle parti che viene fatto alle nostre spalle( operatori dell’informazione e pubblico contribuente e votante)?
Di certo, assistiamo al perdurare dell’anarchia del mercato, in piena epoca di innovazione tecnologica al riposizionamento dei gruppi finanziari, all’indeterminatezza dei “poteri forti” a scegliere con chiarezza il campo politico dove installarsi per un certo, eventualmente lungo, periodo. E così tutti paghiamo lo scotto delle “non scelte”, anche i settori che dovrebbero avere un contratto sacrosanto dopo quasi due anni dal termine del precedente.
Ma è proprio la precarietà dell’establishment economico-finanziario-politico a creare un clima di evanescenza ed effervescenza nella società e nei luoghi di lavoro. Assistiamo, senza che i giornalisti producano analisi approfondite e comparazioni internazionali, al più grande risiko del sistema bancario. Siamo senza occhi ed orecchi per comprendere le mutazioni quasi genetiche che avvengono nei vari strati sociali, a partire dalla rivoluzione del mondo del lavoro, sempre più precario, sempre più senza tutele, dove la gente muore ( tre persone al giorno, record europeo!),
si ammala e non ha più prospettive di miglioramento. E il futuro, pensionistico e assistenziale, si chiama sempre e comunque precarietà!
Le città vivono nella violenza sottile e strisciante, senza che nessuna ricerca venga fatta per capire cosa sta succedendo tra chi abita nei centri storici e coloro che vivono nelle periferie (solo l’arcivescovo di Milano, monsignor Tettamanzi, ha azzardato sotto Natale un’analisi davvero interessante, la prima nel suo genere!).
Per non parlare dell’assenza nella grande informazione radiotelevisiva di quanto sta succedendo nel resto del mondo, che solo a tratti riusciamo a percepire quando però si tratta di casi di cronaca nera, guerre, epidemie, tsunami, o “cronaca rosa”, avvenimenti legati al paludato mondo dello spettacolo e del costume.
Questa non è la stampa, bellezza! Questa è il caos informativo indotto perché la gente, i milioni e milioni di elettori, contribuenti, lavoratori e pensionati vivano nella precarietà intellettuale, nell’incertezza del futuro. Questa è l’anticamera dell’illibertà e del regime. A meno che le coscienze libere e impegnate di questo paese non dimostrino uno scatto di orgoglio ed inizino a rialzare la testa, risolvendo i nodi più intricati di questo paese: cominciando proprio dal contratto nazionale collettivo dei giornalisti.
Agli inizi del Novecento, quando non esistevano i contratti collettivi, fu siglato per la prima volta nella storia dei rapporti sociali quello dei giornalisti. E da quella determinazione seguirono i contratti nazionali per altre più vaste ed importanti categorie. Oggi potrebbe accader l’esatto contrario: l’abolizione del contratto nazionale collettivo per i giornalisti farebbe così da battistrada al ridimensionamento dei contratti nazionali per metalmeccanici, chimici, commercio, e quanti altri, magari passando prima per la contrattazione locale e aziendale, per poi arrivare in tempi stretti agli sciagurati contratti individuali.
Cosa si aspetta ancora per fermare questa deriva illiberale? E dopo i contratti abrogati, ne siamo convinti, toccherà anche alla politica essere abrogata, perché senza certezze e dignità lavorative, l’informazione è solo asservita, precaria e di parte. E’ proprio vero: la libertà costa cara e la stampa libera lo è ancora di più! Ma questi sono i costi, benedetti, della democrazia.
ASL di Viterbo. Precari e cassintegrati assunti alla Asl
ASSUNZIONI a tempo indeterminato previste entro gennaio per dodici lavoratori precari della Asl di Viterbo, selezionati tra il personale socialmente utile e in cassa integrazione. Per i lavoratori socialmente utili della Provincia di Viterbo e per quelli in cassa integrazione guadagni straordinaria, ex Ciet, si è infatti concluso presso la Asl di Viterbo il percorso di stabilizzazione occupazionale, con l'approvazione delle relative graduatorie. Un impegno concordato con Regione, Provincia e Anci Lazio, formalizzato nel protocollo d'intesa sottoscritto lo scorso 31 luglio, con il consenso delle Organizzazioni sindacali confederali e che ha visto l'adesione del direttore generale della Asl di Viterbo Giuseppe Aloisio. «L'obiettivo è stato raggiunto — commentano da viale Trento — grazie anche alla collaborazione con gli enti che hanno sottoscritto l'accordo, nonchè grazie all'atteggiamento propositivo dei rappresentanti sindacali». La direzione generale ringrazia, inoltre, lo staff e l'unità operativa Risorse umane, per aver fattivamente contribuito alla riuscita del piano, e il dirigente regionale dell'Area 03 (Attuazione interventi politiche del lavoro) dell'assessorato Lavoro, pari opportunità e politiche giovanili della Regione Lazio. «Considerato, comunque, — afferma la direzione generale — che il percorso intrapreso è solo una parte del più generale progetto di stabilizzazione dei lavoratori interessati, 12 unità su 78 aspiranti, la Asl di Viterbo conferma la propria disponibilità a partecipare alla Società del servizi individuata nell'accordo del 31 luglio e augura ai lavoratori che troveranno stabilità presso la propria struttura un proficuo anno nuovo».
venerdì 29 dicembre 2006
venerdì 29 dicembre 2006
L'Unione ha mentito a tutti gli insegnanti suoi elettori
La caduta.
Il governo ha avuto sulla finanziaria la fiducia del Parlamento. Non la nostra.
Michele Corsi, da ReteScuole del 27/12/2006
Un bel film di dieci anni fa che si intitola "L'odio" si apre con una voce fuori campo che dice: "è la storia di uno che si butta da un palazzo di 50 piani. E ad ogni piano mormora: fino a qui tutto bene... fino a qui tutto bene... fino a qui tutto bene..." Mi sono venute in mente queste frasi pensando al governo dell'Unione e alla sua finanziaria. L'Unione ha già tagliato, a pochi mesi dalla sua vittoria, le proprie relazioni con la base sociale che l'ha eletta, con una rapidità sbalorditiva. Precipita: nelle prospettive, nei consensi, nella lucidità, ma mormora tra sé e sé: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene...
La scuola era stata protagonista di un movimento che ha contribuito grandemente alla sconfitta di Berlusconi, il suo popolo ha votato massicciamente per il centrosinistra, e non era certo scontato. Qualche mese dopo ecco il neoeletto governo votare una finanziaria che taglia sulla scuola quanto la Moratti. Col senno di poi possiamo dirci che la Moratti non era stronza come pensavamo, ma, semplicemente, poco furba: se qualcuno le avesse sussurrato all'orecchio "non tagliare i docenti del tempo pieno, aumenta invece gli alunni per classe!" avrebbe ottenuto risultati maggiori e senza troppi casini. L'Unione taglia in questo modo 50.000 docenti, e le sta andando liscia come l'olio. I personaggi che emettono circolari e declamano discorsi contro il bullismo, sono gli stessi che con la finanziaria lo favoriscono nei fatti: non credo occorra dedicare nemmeno mezza riga al nesso tra classi sovraffollate e diminuzione della qualità dell'insegnamento e della convivenza civile nelle scuole. Fioroni si "indigna" per l'esistenza dei bulli, ma è lui il bullo numero 1: ingolfa le classi e allo stesso tempo aumenta i finanziamenti alle scuole private. Bullismo ministeriale. Napolitano ha decretato il bullismo calamità nazionale, ma la finanziaria che ha controfirmato taglia i finanziamenti agli enti locali, che gestiscono gli edifici scolastici. Bullismo presidenziale. E le scuole che cadono a pezzi non sono una calamità? E poi, cari ministri: che ipocrisia versare lacrime di coccodrillo verso un disabile maltrattato dai propri coetanei, quando nello stesso istante si architetta di tagliare risorse sul sostegno all'handicap! Questi ministri, come i bulli, ti spintonano nelle pozzanghere, dopodiché: i ragazzini bulli si mettono a ridere, i ministri bulli, invece, si indignano perché ti sei sporcato i pantaloni.
I bulli hanno alle spalle famiglie disastrate, restituiscono in malo modo e ai soggetti sbagliati, quel che han subito. Ma i nostri governanti-bulli? Loro non hanno subito niente! Sono i movimenti, scendendo instancabilmente in piazza lungo questi anni, che hanno creato le condizioni per far cadere la destra mentre loro se ne stavano lì belli belli a volteggiare tra un convegno e l'altro, e dovevamo pure pregarli di dire qualcosa di vagamente progressista. E loro: non so, ci penso, vedremo... Li abbiamo eletti, e ora fanno quel che vogliono, cioé quel che sanno fare meglio: preparare le condizioni sociali per il ritorno della destra.
L'Unione ha mentito. E' vero, non aveva promesso l'abrogazione della riforma Moratti, ma c'era scritto qualcosa che ci andava molto vicino, nel famoso programma. All'inizio molti speravano: dal Ministero veniva un "linguaggio" nuovo, anche se pochi fatti. Poi ci sono stati i fatti, e il linguaggio che prima pareva "nuovo" poi, semplicemente, è parso ipocrita. La riforma Moratti sta lì, e nessuno la tocca. La circolare sulle iscrizioni è quasi indistinguibile da quella di un anno fa. L'Unione aveva detto: più soldi alla scuola, "perché i giovani..." "perché il futuro..." "perché..." e ha tagliato nella scuola più che in ogni altro settore, aumentando invece i soldi per le spese militari. Ha mentito. Mi viene da ridere, si fa per dire, quando sento qualcuno dentro l'Unione che si inalbera sui Pacs ed esclama: "i Pacs non c'erano nel programma!" e perché: i tagli alla scuola invece sì?
Quando mi capita di ascoltare qualche esponente della destra gridare frasi volgari e ripugnanti, mi dico: ma da dove sono saltati fuori questi qua? Come mai possono permettersi di dire tutto, di tutto, senza che nessuno del circo mediatico-politico si indigni, si alteri, protesti? Perché possono permettersi di insultare continuamente tutti, lavoratori, insegnanti, immigrati, musulmani, donne, omosessuali, senza che vi sia uno straccio di reazione da parte di chi ci dovrebbe rappresentare? E allora penso. Penso ai balletti sulla Rai e al fatto che tutti i pezzi della destra se ne stanno lì senza che nessuno li tocchi, qualcuno è stato spostato con molte scuse ad incarichi più lucrosi. Penso ai fischi a Prodi: quando era accaduto a Berlusconi i media avevano gridato ad un attacco terroristico. Pazienza: sappiamo in che mani erano e sono. Ma la sinistra? La ricordo perfettamente subito sulla difensiva, a porgere la propria solidarietà al "presidente". Ora che il "presidente" dice a Prodi che i fischi se li merita, nessuno che gridi allo scandalo, nonostante che il carattere più o meno organizzato di quella contestazione fosse palese. E penso ai cori schiamazzanti di quando viene bruciato in manifestazione un qualche simbolo di italianità, negli USA accade regolarmente e nessuno ci trova nulla da ridire, da noi casca il mondo. Ma se la destra dice cose sanguinarie tipo che i musulmani vanno buttati tutti a mare: silenzio. Allora penso: questa destra l'abbiamo creata noi, noi della sinistra. La destra, in ogni paese, non ha caratteristiche autonome, è la risposta politica dei ceti forti alla presenza organizzata della sinistra. Questi ceti, se potessero, farebbero a meno anche di rappresentanza politica. Per questo il loro personale politico, ha la qualità minima indispensabile ad affrontare la sinistra che c'è. E allora ogni sinistra ha la destra che si merita. Rutelli si "merita" Calderoli. Una sinistra che facesse il proprio mestiere, o che fosse semplicemente un po' più sveglia, costringerebbe la destra ad attrezzarsi con partiti e politici che fossero all'altezza del confronto.
Occupano i nostri terreni. La manifestazione della destra a Piazza San Giovanni, ad esempio. Certo, non erano un milione come dicevano. Ma: la sinistra sarebbe in grado di portarne in piazza altrettanti, ora, per difendere il suo operato? Non ci prova nemmeno. Eppure era quel che si doveva fare. Ma tutti sapevano che la base sociale che l'ha votata non sarebbe scesa in piazza per sostenerla, dopo quella finanziaria. Così abbiamo una destra che difende efficacemente gli interessi economici della sua base sociale e una sinistra che... ci dice Fassino: "tranquilli, ora parte la fase due". Così mi sono letto l'intervista dove parlava del rilancio dell'"azione riformista". La fase due sarebbe: privatizzazioni, allungamento dell'età pensionabile, via il tfr.... ma: una cosa, una sola cosa vagamente di sinistra è in grado di pronunciarla questa gente lì?
Non c'è nulla che possa convincere i capi della nostra sinistra che, portando avanti una politica di destra, la sinistra viene sconfitta. Nei fatti: che ci perdono, loro? Questo personale politico rimane sempre in pista: deputati lo sono comunque, anche se all'opposizione, mica ci rimettono la pensione. Per questo, appena un corteo dai toni semifascisti come quello dei poliziotti ha sfilato per Roma, Fassino li ha ricevuti di corsa, e subito si sono trovati i soldi per i loro aumenti. Ma a nulla sono valse le proteste del mondo della scuola per eliminare i tagli. Le lamentele dei ricchi per le tasse sui Suv e la successione, hanno avuto effetto immediato. Ma quando si sono fatti sentire gli operai di Mirafiori, Fassino ha commentato: "gli operai di Mirafiori vanno ascoltati, come tutti, per spiegare meglio il senso dell'azione di governo". "Spiegare"?!? Quando a muoversi sono categorie che fanno riferimento alla destra, non vengono "ascoltate": si fa quel che dicono e punto. Perché Fassino non usa lo stesso tono paternalista verso l'associazione italiana banchieri? Perché il pronunciamento di un vescovo vale sempre più dell'opinione della maggioranza degli italiani? E allora il problema non è solo che alle prossime elezioni vincerà di nuovo la destra, ma che questa alternanza produce, sconfitta dopo sconfitta, uno slittamento a destra del senso comune di questa società. L'altro giorno a scuola dovevo spiegare cos'erano la destra e la sinistra politica, in termini generali, ovviamente, e senza fare riferimento alla situazione italiana. E mi sono scoperto usare continuamente il condizionale: "la sinistra dovrebbe essere quella parte politica che difende..." "dovrebbe fare..." "dovrebbe dire....". Poveretti, chissà cosa avranno capito. Associano la parola "sinistra" alla faccia di Fioroni? Speriamo di no. Ma allora: a cosa l'associano?
Quando mi lamento dell'Unione, mi spiace, intendo tutta l'Unione. E' doloroso, per me, constatarlo perché la sinistra radicale che là si trova incastrata sta sicuramente patendo, ma vedere votata la finanziaria che taglia le risorse alla scuola da Rutelli fino ai deputati ultrarivoluzionari, boh, mi ha fatto un po' impressione. Sì, certo: "non avevamo scelta", "ma allora cosa facciamo, vuoi veder tornare su Berlusconi?" ecc. ecc. conosco i discorsi. Però, compagni, allora qualcosa della vostra fantastica strategia non ha funzionato: nel governo non contate un belìn, e allora ditelo, ditelo che qualche errorino in qualche momentino dovete pur averlo fatto.
A scanso di equivoci: non è che vedo grandi alternative politiche fuori dall'Unione. I cobas, che sono un gruppo sindacal-politico, come essi stessi si definiscono, fanno giuste critiche all'Unione, eppure quando leggo sul loro sito che lo sciopero, al quale ho aderito, è stato uno straordinario successo nella scuola, mi vien da ridere. Sembrano comunicati da Unione Sovietica. Hanno ragione a lamentarsi del carattere antidemocratico delle elezioni rsu, del resto, però, quelle regole c'erano anche nelle due elezioni precedenti, e i cobas diminuiscono costantemente i propri consensi, elezione dopo elezione. Una domandina su qualche errore di metodo circa la loro maniera di costruirsi nelle scuole e di approcciare i movimenti, se la sono fatta? Non potrebbero lasciare da parte per un attimo il trionfalismo da realismo socialista e dire anche qualcosa di sensato? L’attuale criticità antigovernativa della Gilda mi lascia freddo, quando penso che abbiamo dovuto impiegare due anni a convincerla che la Moratti faceva danni nella scuola. Credo poco anche alle scissioni politiche. Mussi si prepara a fondare un nuovo partito? E perché? In cosa si distingue la sinistra ds? Le manine le hanno alzate anche loro, per la finanziaria, pensano di essere più simpatici perché hanno dichiarato in qualche intervista di patire terribili mal di pancia? Scissioni nel prc? In quella giornata di sciopero a un certo punto mi sono trovato circondato da 10 "veri" partiti comunisti, quasi tutti "davvero" rifondati, ognuno con tre militanti di media e l'assicurazione di avere la linea giusta, in esclusiva. Ho pensato: come minimo 9 di loro sbagliano.
Ma si tratta di gente più o meno folcloristica che non ha vere responsabilità in questo casino. Tra i grossi veri responsabili ci sono sicuramente Cgil, Cisl e Uil. E dobbiamo essere consapevoli che se non fosse stato per l'acquiescenza di questi sindacati, la finanziaria non sarebbe passata, e nemmeno i tagli alla scuola. La Cgil è andata avanti giurando che avrebbe proclamato uno sciopero se il governo avesse persistito sui tagli, ha rimandato lo sciopero in prossimità delle elezioni rsu per "incidere di più sulla finanziaria", ha promesso "la più grossa manifestazione a difesa della scuola pubblica", poi ci sono state le elezioni rsu, ha incassato il risultato ed ha disdetto la "grande manifestazione". I tagli, ovviamente, sono rimasti tali e quali. E' un sindacato che per sudditanza politica non porta a casa risultati, ma, in compenso, ci sommerge con una montagna di chiacchiere.
Mi dispiace aver offerto un quadro che può sembrare pessimista. In realtà è solo incazzato. Anche chi come me è da sempre impegnato nei movimenti non può non vedere in faccia la realtà. E cioé che la stanchezza delle lotte contro Moratti - Berlusconi e la contemporanea delusione verso il "nostro" governo hanno prodotto una generale paralisi degli attivisti. Diciamocelo chiaramente: i movimenti non ci sono più. Ma chi conta su questo per tirare un sospiro di sollievo sbaglia di grosso, credo, spero. Ogni società produce i propri anticorpi. Non sono subito visibili al personale politico chiuso nei palazzi. Ma il successo della manifestazione dei precari, il dilagare della presenza dei migranti e di attività legate alla solidarietà con loro, una generale disillusione dei giovani verso chi fa politica ma con una contemporanea maggioritaria propensione verso valori di sinistra (per la seconda volta nella storia d'Italia la Camera, dove votano i giovani, è più a sinistra del Senato), mi dicono che qualcosa nel cuore profondo della società si muove. Questi anni di opposizione autorganizzata anche contro le direzioni del centrosinistra, poi, hanno formato centinaia di migliaia di persone che ora guardano, riflettono, aspettano... Del resto sappiamo che la scuola sarà "obbligata" a riprendersi la piazza e a far sentire la sua voce: Padoa Schioppa esprime in maniera molto limpida il pensiero delle elite: se si vuol diminuire la spesa pubblica i due bubboni da ridurre sono scuola e sanità, non si sfugge. Saremo attaccati di nuovo. E di nuovo al popolo della scuola spetterà l'incombenza di difendere questo presidio di civiltà. Certo, non è automatico. L'alternativa però è lo slittamento sempre maggiore dell'intera società verso destra, l'imbarbarimento dei rapporti, New Orleans dove nessuno ha trovato strano che Bush inviasse marines con mitra spianati invece che aiuti. Sono livelli che in Italia ancora, per poco, non possiamo immaginare, ma che si vivono in tanti altri Paesi, disgregati socialmente, dove va a votare un terzo dei cittadini, perché gli strati più oppressi della società non credono più a nulla. E' quel che non capiscono i nostri dirigenti, quelli che abbiamo eletto.
"E' la storia di una società che sta precipitando e che mentre precipita si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene...fino a qui tutto bene...fino a qui tutto bene... il problema non è la caduta - concludeva il film - ma l'atterraggio."
Il governo ha avuto sulla finanziaria la fiducia del Parlamento. Non la nostra.
Michele Corsi, da ReteScuole del 27/12/2006
Un bel film di dieci anni fa che si intitola "L'odio" si apre con una voce fuori campo che dice: "è la storia di uno che si butta da un palazzo di 50 piani. E ad ogni piano mormora: fino a qui tutto bene... fino a qui tutto bene... fino a qui tutto bene..." Mi sono venute in mente queste frasi pensando al governo dell'Unione e alla sua finanziaria. L'Unione ha già tagliato, a pochi mesi dalla sua vittoria, le proprie relazioni con la base sociale che l'ha eletta, con una rapidità sbalorditiva. Precipita: nelle prospettive, nei consensi, nella lucidità, ma mormora tra sé e sé: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene...
La scuola era stata protagonista di un movimento che ha contribuito grandemente alla sconfitta di Berlusconi, il suo popolo ha votato massicciamente per il centrosinistra, e non era certo scontato. Qualche mese dopo ecco il neoeletto governo votare una finanziaria che taglia sulla scuola quanto la Moratti. Col senno di poi possiamo dirci che la Moratti non era stronza come pensavamo, ma, semplicemente, poco furba: se qualcuno le avesse sussurrato all'orecchio "non tagliare i docenti del tempo pieno, aumenta invece gli alunni per classe!" avrebbe ottenuto risultati maggiori e senza troppi casini. L'Unione taglia in questo modo 50.000 docenti, e le sta andando liscia come l'olio. I personaggi che emettono circolari e declamano discorsi contro il bullismo, sono gli stessi che con la finanziaria lo favoriscono nei fatti: non credo occorra dedicare nemmeno mezza riga al nesso tra classi sovraffollate e diminuzione della qualità dell'insegnamento e della convivenza civile nelle scuole. Fioroni si "indigna" per l'esistenza dei bulli, ma è lui il bullo numero 1: ingolfa le classi e allo stesso tempo aumenta i finanziamenti alle scuole private. Bullismo ministeriale. Napolitano ha decretato il bullismo calamità nazionale, ma la finanziaria che ha controfirmato taglia i finanziamenti agli enti locali, che gestiscono gli edifici scolastici. Bullismo presidenziale. E le scuole che cadono a pezzi non sono una calamità? E poi, cari ministri: che ipocrisia versare lacrime di coccodrillo verso un disabile maltrattato dai propri coetanei, quando nello stesso istante si architetta di tagliare risorse sul sostegno all'handicap! Questi ministri, come i bulli, ti spintonano nelle pozzanghere, dopodiché: i ragazzini bulli si mettono a ridere, i ministri bulli, invece, si indignano perché ti sei sporcato i pantaloni.
I bulli hanno alle spalle famiglie disastrate, restituiscono in malo modo e ai soggetti sbagliati, quel che han subito. Ma i nostri governanti-bulli? Loro non hanno subito niente! Sono i movimenti, scendendo instancabilmente in piazza lungo questi anni, che hanno creato le condizioni per far cadere la destra mentre loro se ne stavano lì belli belli a volteggiare tra un convegno e l'altro, e dovevamo pure pregarli di dire qualcosa di vagamente progressista. E loro: non so, ci penso, vedremo... Li abbiamo eletti, e ora fanno quel che vogliono, cioé quel che sanno fare meglio: preparare le condizioni sociali per il ritorno della destra.
L'Unione ha mentito. E' vero, non aveva promesso l'abrogazione della riforma Moratti, ma c'era scritto qualcosa che ci andava molto vicino, nel famoso programma. All'inizio molti speravano: dal Ministero veniva un "linguaggio" nuovo, anche se pochi fatti. Poi ci sono stati i fatti, e il linguaggio che prima pareva "nuovo" poi, semplicemente, è parso ipocrita. La riforma Moratti sta lì, e nessuno la tocca. La circolare sulle iscrizioni è quasi indistinguibile da quella di un anno fa. L'Unione aveva detto: più soldi alla scuola, "perché i giovani..." "perché il futuro..." "perché..." e ha tagliato nella scuola più che in ogni altro settore, aumentando invece i soldi per le spese militari. Ha mentito. Mi viene da ridere, si fa per dire, quando sento qualcuno dentro l'Unione che si inalbera sui Pacs ed esclama: "i Pacs non c'erano nel programma!" e perché: i tagli alla scuola invece sì?
Quando mi capita di ascoltare qualche esponente della destra gridare frasi volgari e ripugnanti, mi dico: ma da dove sono saltati fuori questi qua? Come mai possono permettersi di dire tutto, di tutto, senza che nessuno del circo mediatico-politico si indigni, si alteri, protesti? Perché possono permettersi di insultare continuamente tutti, lavoratori, insegnanti, immigrati, musulmani, donne, omosessuali, senza che vi sia uno straccio di reazione da parte di chi ci dovrebbe rappresentare? E allora penso. Penso ai balletti sulla Rai e al fatto che tutti i pezzi della destra se ne stanno lì senza che nessuno li tocchi, qualcuno è stato spostato con molte scuse ad incarichi più lucrosi. Penso ai fischi a Prodi: quando era accaduto a Berlusconi i media avevano gridato ad un attacco terroristico. Pazienza: sappiamo in che mani erano e sono. Ma la sinistra? La ricordo perfettamente subito sulla difensiva, a porgere la propria solidarietà al "presidente". Ora che il "presidente" dice a Prodi che i fischi se li merita, nessuno che gridi allo scandalo, nonostante che il carattere più o meno organizzato di quella contestazione fosse palese. E penso ai cori schiamazzanti di quando viene bruciato in manifestazione un qualche simbolo di italianità, negli USA accade regolarmente e nessuno ci trova nulla da ridire, da noi casca il mondo. Ma se la destra dice cose sanguinarie tipo che i musulmani vanno buttati tutti a mare: silenzio. Allora penso: questa destra l'abbiamo creata noi, noi della sinistra. La destra, in ogni paese, non ha caratteristiche autonome, è la risposta politica dei ceti forti alla presenza organizzata della sinistra. Questi ceti, se potessero, farebbero a meno anche di rappresentanza politica. Per questo il loro personale politico, ha la qualità minima indispensabile ad affrontare la sinistra che c'è. E allora ogni sinistra ha la destra che si merita. Rutelli si "merita" Calderoli. Una sinistra che facesse il proprio mestiere, o che fosse semplicemente un po' più sveglia, costringerebbe la destra ad attrezzarsi con partiti e politici che fossero all'altezza del confronto.
Occupano i nostri terreni. La manifestazione della destra a Piazza San Giovanni, ad esempio. Certo, non erano un milione come dicevano. Ma: la sinistra sarebbe in grado di portarne in piazza altrettanti, ora, per difendere il suo operato? Non ci prova nemmeno. Eppure era quel che si doveva fare. Ma tutti sapevano che la base sociale che l'ha votata non sarebbe scesa in piazza per sostenerla, dopo quella finanziaria. Così abbiamo una destra che difende efficacemente gli interessi economici della sua base sociale e una sinistra che... ci dice Fassino: "tranquilli, ora parte la fase due". Così mi sono letto l'intervista dove parlava del rilancio dell'"azione riformista". La fase due sarebbe: privatizzazioni, allungamento dell'età pensionabile, via il tfr.... ma: una cosa, una sola cosa vagamente di sinistra è in grado di pronunciarla questa gente lì?
Non c'è nulla che possa convincere i capi della nostra sinistra che, portando avanti una politica di destra, la sinistra viene sconfitta. Nei fatti: che ci perdono, loro? Questo personale politico rimane sempre in pista: deputati lo sono comunque, anche se all'opposizione, mica ci rimettono la pensione. Per questo, appena un corteo dai toni semifascisti come quello dei poliziotti ha sfilato per Roma, Fassino li ha ricevuti di corsa, e subito si sono trovati i soldi per i loro aumenti. Ma a nulla sono valse le proteste del mondo della scuola per eliminare i tagli. Le lamentele dei ricchi per le tasse sui Suv e la successione, hanno avuto effetto immediato. Ma quando si sono fatti sentire gli operai di Mirafiori, Fassino ha commentato: "gli operai di Mirafiori vanno ascoltati, come tutti, per spiegare meglio il senso dell'azione di governo". "Spiegare"?!? Quando a muoversi sono categorie che fanno riferimento alla destra, non vengono "ascoltate": si fa quel che dicono e punto. Perché Fassino non usa lo stesso tono paternalista verso l'associazione italiana banchieri? Perché il pronunciamento di un vescovo vale sempre più dell'opinione della maggioranza degli italiani? E allora il problema non è solo che alle prossime elezioni vincerà di nuovo la destra, ma che questa alternanza produce, sconfitta dopo sconfitta, uno slittamento a destra del senso comune di questa società. L'altro giorno a scuola dovevo spiegare cos'erano la destra e la sinistra politica, in termini generali, ovviamente, e senza fare riferimento alla situazione italiana. E mi sono scoperto usare continuamente il condizionale: "la sinistra dovrebbe essere quella parte politica che difende..." "dovrebbe fare..." "dovrebbe dire....". Poveretti, chissà cosa avranno capito. Associano la parola "sinistra" alla faccia di Fioroni? Speriamo di no. Ma allora: a cosa l'associano?
Quando mi lamento dell'Unione, mi spiace, intendo tutta l'Unione. E' doloroso, per me, constatarlo perché la sinistra radicale che là si trova incastrata sta sicuramente patendo, ma vedere votata la finanziaria che taglia le risorse alla scuola da Rutelli fino ai deputati ultrarivoluzionari, boh, mi ha fatto un po' impressione. Sì, certo: "non avevamo scelta", "ma allora cosa facciamo, vuoi veder tornare su Berlusconi?" ecc. ecc. conosco i discorsi. Però, compagni, allora qualcosa della vostra fantastica strategia non ha funzionato: nel governo non contate un belìn, e allora ditelo, ditelo che qualche errorino in qualche momentino dovete pur averlo fatto.
A scanso di equivoci: non è che vedo grandi alternative politiche fuori dall'Unione. I cobas, che sono un gruppo sindacal-politico, come essi stessi si definiscono, fanno giuste critiche all'Unione, eppure quando leggo sul loro sito che lo sciopero, al quale ho aderito, è stato uno straordinario successo nella scuola, mi vien da ridere. Sembrano comunicati da Unione Sovietica. Hanno ragione a lamentarsi del carattere antidemocratico delle elezioni rsu, del resto, però, quelle regole c'erano anche nelle due elezioni precedenti, e i cobas diminuiscono costantemente i propri consensi, elezione dopo elezione. Una domandina su qualche errore di metodo circa la loro maniera di costruirsi nelle scuole e di approcciare i movimenti, se la sono fatta? Non potrebbero lasciare da parte per un attimo il trionfalismo da realismo socialista e dire anche qualcosa di sensato? L’attuale criticità antigovernativa della Gilda mi lascia freddo, quando penso che abbiamo dovuto impiegare due anni a convincerla che la Moratti faceva danni nella scuola. Credo poco anche alle scissioni politiche. Mussi si prepara a fondare un nuovo partito? E perché? In cosa si distingue la sinistra ds? Le manine le hanno alzate anche loro, per la finanziaria, pensano di essere più simpatici perché hanno dichiarato in qualche intervista di patire terribili mal di pancia? Scissioni nel prc? In quella giornata di sciopero a un certo punto mi sono trovato circondato da 10 "veri" partiti comunisti, quasi tutti "davvero" rifondati, ognuno con tre militanti di media e l'assicurazione di avere la linea giusta, in esclusiva. Ho pensato: come minimo 9 di loro sbagliano.
Ma si tratta di gente più o meno folcloristica che non ha vere responsabilità in questo casino. Tra i grossi veri responsabili ci sono sicuramente Cgil, Cisl e Uil. E dobbiamo essere consapevoli che se non fosse stato per l'acquiescenza di questi sindacati, la finanziaria non sarebbe passata, e nemmeno i tagli alla scuola. La Cgil è andata avanti giurando che avrebbe proclamato uno sciopero se il governo avesse persistito sui tagli, ha rimandato lo sciopero in prossimità delle elezioni rsu per "incidere di più sulla finanziaria", ha promesso "la più grossa manifestazione a difesa della scuola pubblica", poi ci sono state le elezioni rsu, ha incassato il risultato ed ha disdetto la "grande manifestazione". I tagli, ovviamente, sono rimasti tali e quali. E' un sindacato che per sudditanza politica non porta a casa risultati, ma, in compenso, ci sommerge con una montagna di chiacchiere.
Mi dispiace aver offerto un quadro che può sembrare pessimista. In realtà è solo incazzato. Anche chi come me è da sempre impegnato nei movimenti non può non vedere in faccia la realtà. E cioé che la stanchezza delle lotte contro Moratti - Berlusconi e la contemporanea delusione verso il "nostro" governo hanno prodotto una generale paralisi degli attivisti. Diciamocelo chiaramente: i movimenti non ci sono più. Ma chi conta su questo per tirare un sospiro di sollievo sbaglia di grosso, credo, spero. Ogni società produce i propri anticorpi. Non sono subito visibili al personale politico chiuso nei palazzi. Ma il successo della manifestazione dei precari, il dilagare della presenza dei migranti e di attività legate alla solidarietà con loro, una generale disillusione dei giovani verso chi fa politica ma con una contemporanea maggioritaria propensione verso valori di sinistra (per la seconda volta nella storia d'Italia la Camera, dove votano i giovani, è più a sinistra del Senato), mi dicono che qualcosa nel cuore profondo della società si muove. Questi anni di opposizione autorganizzata anche contro le direzioni del centrosinistra, poi, hanno formato centinaia di migliaia di persone che ora guardano, riflettono, aspettano... Del resto sappiamo che la scuola sarà "obbligata" a riprendersi la piazza e a far sentire la sua voce: Padoa Schioppa esprime in maniera molto limpida il pensiero delle elite: se si vuol diminuire la spesa pubblica i due bubboni da ridurre sono scuola e sanità, non si sfugge. Saremo attaccati di nuovo. E di nuovo al popolo della scuola spetterà l'incombenza di difendere questo presidio di civiltà. Certo, non è automatico. L'alternativa però è lo slittamento sempre maggiore dell'intera società verso destra, l'imbarbarimento dei rapporti, New Orleans dove nessuno ha trovato strano che Bush inviasse marines con mitra spianati invece che aiuti. Sono livelli che in Italia ancora, per poco, non possiamo immaginare, ma che si vivono in tanti altri Paesi, disgregati socialmente, dove va a votare un terzo dei cittadini, perché gli strati più oppressi della società non credono più a nulla. E' quel che non capiscono i nostri dirigenti, quelli che abbiamo eletto.
"E' la storia di una società che sta precipitando e che mentre precipita si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene...fino a qui tutto bene...fino a qui tutto bene... il problema non è la caduta - concludeva il film - ma l'atterraggio."
Alghero: Ufficio Protocollo ancora chiuso
Ufficio Protocollo ancora chiuso, riaprirà nei prossimi giorni
Muroni «Nessun disagio per l'utenza»
ALGHERO - Ancora in primo piano la situazione dei collaboratori a tempo. Con una nota stampa l´assessore al personale Antonello Muroni spiega la situazione dell´ufficio protocollo, rimasto chiuso in questi giorni. Resta invece in sospeso, in attesa delle direttiva dalla capitale, la questione dei precari. «La gran parte dei contratti di collaborazione aveva come scadenza il 31.12.2006. Nella fase in cui ci si trova, a cavallo delle festività, nessun servizio del Comune ha subito disagi, tranne l’Ufficio Protocollo che, in coincidenza con la scadenza del contratto del personale a collaborazione, ha registrato l’assenza del personale fisso per motivi di malattia. L’Amministrazione ha comunque attivato tutte le procedure per riprendere con regolarità il servizio e già dai prossimi giorni l’Ufficio protocollo riaprirà al pubblico. Va detto che tuttavia il servizio verso l’utenza viene ugualmente fornito nell’area di ricevimento del pubblico di Sant’Anna». La colpa dei disagi nei servizi e nella gestione del personale, secondo Muroni, è da ricercare nelle leggi del governo di Roma. «I problemi del personale a tempo sono generati dal Decreto Bersani - prosegue la nota - e dalle restrizioni che prevede per questo tipo di contratti, e l’Amministrazione, in attesa di conoscere le norme esplicative della Legge Finanziaria, ha provveduto ad affidarsi ad una agenzia di lavoro interinale. Questa soluzione, una delle poche offerte dal decreto, consente all’Amministrazione di avere il tempo di recepire la Finanziaria per poi procedere all’assunzione a tempo indeterminato, qualora la legge lo consenta, del personale a tempo». Evidentemente i sei mesi trascorsi dalla firma del Decreto Bersani (datata luglio 2006) non sono stati sufficienti, per l´amministrazione comunale, a preparare gli strumenti per evitare disagi ai cittadini e ai dipendenti precari. A questi ultimi, per ora, non resta che affidarsi alla Finanziaria 2006 approvata in dicembre, sperando che i tempi richiesti per recepire le direttive nazionali siano stavolta decisamente più brevi.
Muroni «Nessun disagio per l'utenza»
ALGHERO - Ancora in primo piano la situazione dei collaboratori a tempo. Con una nota stampa l´assessore al personale Antonello Muroni spiega la situazione dell´ufficio protocollo, rimasto chiuso in questi giorni. Resta invece in sospeso, in attesa delle direttiva dalla capitale, la questione dei precari. «La gran parte dei contratti di collaborazione aveva come scadenza il 31.12.2006. Nella fase in cui ci si trova, a cavallo delle festività, nessun servizio del Comune ha subito disagi, tranne l’Ufficio Protocollo che, in coincidenza con la scadenza del contratto del personale a collaborazione, ha registrato l’assenza del personale fisso per motivi di malattia. L’Amministrazione ha comunque attivato tutte le procedure per riprendere con regolarità il servizio e già dai prossimi giorni l’Ufficio protocollo riaprirà al pubblico. Va detto che tuttavia il servizio verso l’utenza viene ugualmente fornito nell’area di ricevimento del pubblico di Sant’Anna». La colpa dei disagi nei servizi e nella gestione del personale, secondo Muroni, è da ricercare nelle leggi del governo di Roma. «I problemi del personale a tempo sono generati dal Decreto Bersani - prosegue la nota - e dalle restrizioni che prevede per questo tipo di contratti, e l’Amministrazione, in attesa di conoscere le norme esplicative della Legge Finanziaria, ha provveduto ad affidarsi ad una agenzia di lavoro interinale. Questa soluzione, una delle poche offerte dal decreto, consente all’Amministrazione di avere il tempo di recepire la Finanziaria per poi procedere all’assunzione a tempo indeterminato, qualora la legge lo consenta, del personale a tempo». Evidentemente i sei mesi trascorsi dalla firma del Decreto Bersani (datata luglio 2006) non sono stati sufficienti, per l´amministrazione comunale, a preparare gli strumenti per evitare disagi ai cittadini e ai dipendenti precari. A questi ultimi, per ora, non resta che affidarsi alla Finanziaria 2006 approvata in dicembre, sperando che i tempi richiesti per recepire le direttive nazionali siano stavolta decisamente più brevi.
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