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3.2.09

Onda su onda, il ponte dei precari

Il traghetto di collegamento tra Messina e Villa San Giovanni è stato teatro, sabato scorso, della protesta dei ricercatori «invisibili» di Sicilia e Calabria. Un modo creativo per dire che il governo sta buttando a mare la ricerca e per lanciare un S.O.S.
- Oh capitan, precari in mezzo al mare...
Da molti anni si parla del ponte sullo Stretto per unire la Sicilia al resto dell'Italia. Ieri i precari siciliani e calabresi hanno simbolicamente utilizzato proprio il tratto di mare che divide le due regioni per trovare un punto d'unione nella comune protesta contro il ministro Gelmini. Dapprima un corteo, non molto nutrito ma che certo non è passato inosservato – molti manifestanti avevano al collo una ciambella salvagente – ha attraversato le strade di Messina vicine all’imbarco dei traghetti.


«L’Università sta per affondare, S.O.S. ricerca in mare» è stato lo slogan scandito dai manifestanti al momento di imbarcarsi. E così l'iniziativa, partorita dal Coordinamento Precari della Sicilia di Catania e dai Precari Invisibili della Ricerca dell'Università calabrese poco prima di Natale, ha riunito sul ponte del traghetto delle Ferrovie dello Stato circa settanta persone, provenienti dai tre atenei siciliani di Catania, Palermo e Messina e da quelli calabresi di Catanzaro, Reggio Calabria e Cosenza. Per questi ultimi il viaggio è stata una vera odissea, data l'impraticabilità della Salerno-Reggio Calabria. Lasciato il pullman a Rosarno, infatti, hanno dovuto raggiungere Messina direttamente in treno.
Come sottolinea però Enrico Natalizi, membro dei Precari Invisibili, la questione è troppo importante per non mobilitare perfino un movimento da sempre poco impegnato come quello calabrese: «Questa iniziativa è una cosa positiva anche perché, per la Calabria, significa svegliarsi da un torpore che risale a centinaia di anni. Cominciare a manifestare la nostra capacità di contestazione, quando è necessario, e di proposta quando è opportuno, è una cosa che ci riempie di gioia. Abbiamo voglia di inventare qualcosa di nuovo, con la nostra creatività e originalità da calabresi e da siciliani».

6.6.08

Precari a tempo indeterminato

Precariato Sono sempre meno ma hanno stipendi da fame, si tratta dei lavoratori precari, diminuiti di 20 mila unità nel 2007. 830 mila precari che guadagnano in media 8.800 euro l’anno, questo l’identikit tracciato dall’ultima ricerca dell’Ires-Cgil.
Non solo, una gran parte dei lavoratori rimane “intrappolata” nel lavoro atipico: sei precari su dieci per due anni di seguito e oltre il 37% per tre anni (la ricerca prende in considerazione il triennio 2005-2007). “Il dato positivo - ha sottolineato il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni - è che il trend ascendente ha subito un rallentamento. Significa che volendo si può intervenire, come ha fatto con atti concreti il precedente governo, e bisogna continuare ad intervenire. Tuttavia il numero complessivo resta altissimo e rappresenta una anomalia in Europa”.

Per precari si intendono quei lavoratori atipici con una collaborazione a reddito esclusivo su cui si è focalizzato il Ministero del Lavoro con una lotta alle false collaborazioni. Un aiuto considerevole alla riduzione del precariato è arrivato anche dall’aumento del contributo pensionistico di 5 punti percentuali rispetto al reddito che ha reso meno conveniente per le aziende il ricorso alle collaborazioni.

Identikit del precario
Sono giovani ma non troppo i precari di oggi con un’età media di 34 anni e un contratto medio dura circa sette mesi. A livello territoriale la maggiore concentrazione si riscontra in Calabria e nel Lazio, dove sono precari tre parasubordinati su quattro. Per quanto riguarda i redditi, la ricerca evidenzia come per i precari la media si attesti nel 2007 a 8.800 euro l’anno, con un incremento rispetto al 2005 del 4,8%, pari a 405 euro.

25.10.07

Contratti atipici, record pugliese
in media durano solo 19 giorni

Contratti atipici, record pugliese
in media durano solo 19 giorni

Ilaria Ficarella
Duecento imprese sono state prese in esame da Adecco
Diciannove giorni per un contratto. Tanto durano in Puglia i rapporti di lavoro atipico instaurati attraverso le agenzie interinali. Un periodo di tempo ridottissimo se confrontato con la media della durata dei contratti flessibili in Italia, pari a 42 giorni. A dirlo è un´analisi dell´Adecco, società leader nella gestione delle risorse umane con servizi che vanno dal temporary staffing, all´outsourcing, dal permanent placement, all´outplacement, dalla formazione dalla consulenza. "Quello che determina questa anomala situazione – spiega Nico Di Sabato, segretario del sindacato precari Nidil della Cgil Puglia – è l´utilizzo che le industrie metalmeccaniche del territorio fanno del lavoro interinali. Ad abbassare la media sono in particolare quei contratti a due o tre giorni che alcune fabbriche applicano soprattutto nei fine settimana per mantenere sempre uguale il livello di produzione". Non è completamente d´accordo con questa visione settoriale Carmela Gallo, direttore dell´area Puglia, Basilicata e Molise di Adecco. "Quello dei contratti brevi o addirittura brevissimi – dice – non è un fenomeno che riguarda esclusivamente il comparto della metalmeccanica. E´ invece un fatto generale. E´ infatti vero che per mantenere costante la produttività nell´arco della settimana si faccia ricorso ai cosiddetti lavoratori weekendisti o si applichino questi contratti per coprire turni di ferie o festività. Ma questo avviene in ogni genere di azienda".
Delle oltre duecento imprese pugliesi su cui si basano i dati elaborati da Adecco, restano in ogni caso le metalmeccaniche quelle che più frequentemente fanno ricorso a società di lavoro interinale: il 76 per cento del totale infatti appartiene a questo comparto, contro il 29 per cento della media nazionale. Altro settore che ricorre ai servizi di società esterne per l´acquisto di lavoro a tempo in Puglia è il terziario per l´otto per cento (mentre la media nazionale è de 34 per cento). Le industrie del settore tessile, chimico, manifatturiero e della gomma plastica sommano invece appena il quattro per cento delle aziende che fanno uso della flessibilità di lavoro in entrata. "Si tratta comunque di formule di contratto che vengono utilizzate nella maggior parte dei casi – spiega Carmela Gallo – soltanto per i primissimi tempi. E che comunque in molto spesso preludono all´avvio di rapporti di lavoro molto più stabili". Dei lavoratori avviati nel corso del primo semestre di quest´anno infatti, almeno il 38 per cento avrebbe raggiunto la stabilità al termine di una missione media di due mesi.
La ricerca di un lavoro flessibile in Puglia attiene ancora a fasce di giovani (di età media pari a 30 anni, due anni più bassa dell´età media nazionale) dotati di un titolo di studio che soltanto nel due per cento dei casi consiste in una laurea: il 71 per cento dei lavoratori precari ha infatti un diploma di scuola superiore, mentre il 26 ha un diploma di scuola media.
(25 ottobre 2007)

I precari del Formez: "Ministro Nicolais, ci metteremo in mutande!"

da Agorà magazine

I precari del Formez: "Ministro Nicolais, ci metteremo in mutande!"

Protestano i lavoratori del centro di formazione. Lettera aperta al Ministero per le Riforme e l’Innovazione

giovedì 25 ottobre 2007 di Cristina Liguori

Egregio Signor Ministro, Le diamo una notizia: il Formez sta morendo! A scriverLe sono i collaboratori del Formez e che hanno deciso di manifestarLe nuovamente il proprio sconcerto per quanto sta avvenendo, con la speranza che almeno questa volta ci risponda.

Nell’aprile 2007, con l’approvazione della nuova mission del Formez da partedell’Assemblea dei Soci, da Lei preseduta, sembrava esser terminata la disputa sull’utilità del Formez per il Paese Tuttavia, a distanza di un anno, si sente ancora parlare del progetto dell’AgenziaNazionale per la Formazione che prima vede coinvolto il Formez e poi non più.

Si parla di rilancio, di nuova mission e di nuove sedi per Roma e Napoli (da Palazzo Fuga a Villa Campolieto, dalla Reggia di Caserta a Santa Anastasia) ma, nei fatti, al Formez non è affidata alcuna attività, commessa o finanziamento. Speriamo vivamente che il Governo non metta più in discussione il Formez e che anzi ne apprezzi l’importanza del ruolo e l’efficacia della sua azione, prendendo una decisione che ci faccia uscire da quest’impasse.

L’incertezza è il nostro peggior male perché per noi si traduce in contratti scaduti e non più rinnovati e sempre meno lavoro, quindi, una forte riduzione dei compensi. Al Formez ci sono più di 200 giovani collaboratori (ricercatori, formatori, agenti di sviluppo) tutti laureati e in possesso di specializzazioni, master e dottorati di ricerca, che, nella maggioranza dei casi, non sono né liberi professionisti né consulenti pluricommittente, ma dipendenti "mascherati" che lavorano in media da 6/7 anni (in alcuni casi anche da 10) quotidianamente presso l’Istituto.

Egregio Ministro, l’Amministrazione del Formez si è impegnata da due anni con le organizzazioni sindacali ad avviare un processo di stabilizzazione dei rapporti di lavoro, ma l’unica cosa stabile è che il Formez continua a non dare seguito agli impegni assunti e, peggio ancora, si sta accingendo ad assumere nuovo personale esterno (proveniente dalle società partecipate, giustamente dismesse).

Egregio Ministro, Lei, ha manifestato l’intenzione di iniziare un percorso di modernizzazione e trasparenza di tutto l’operato della PA ed oggi ha modo di far seguire i fatti alle parole. Le chiediamo, con un atto di responsabilità politica, di assumersi l’impegno a tutelare le giovani risorse che si sono formate e specializzate al Formez, e che possono essere ancora un patrimonio utile per l’intero sistema della PA italiana.

Crediamo che Lei debba chiaramente e definitivamente esprimere le Sue intenzioni sul futuro del Formez, anche attraverso una conferenza con il personale, ascoltando le storie professionali di chi, come noi, non lavora nelle PP.AA. ma per le PP.AA.

In attesa di una Sua risposta, Le annunciamo che il prossimo 26 ottobre, alle ore 12, i precari del Formez, aderendo allo sciopero indetto da CGIL-CISL-UIL per il pubblico impiego, saranno simbolicamente "in mutande" davanti la sede del Formez su Second Life.

Fiduciosi, La salutiamo cordialmente. I collaboratori precari "storici "del Formez

15.6.07

La ricerca is burning

Deejay U.P.---> Myspace

La ricerca is burning

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Lavori atipici e sicurezza

15 giugno 2007

E’ ampiamente provato già da diversi anni che i lavoratori “atipici” rischiano infortuni, malattie professionali e incidenti mortali molto più dei lavoratori stabili e a tempo indeterminato. In particolare, una ricerca condotta da Eurispes - Ispesl evidenzia che i tassi di mortalità e di infortunio tra i lavoratori precari è almeno due, tre volte superiore rispetto a quello dei lavoratori subordinati. Questo dato viene spiegato innanzitutto chiamando in causa la diffusa e generalizzata tendenza ad assegnare ai lavoratori non stabilizzati compiti pericolosi, mansioni che vanno svolte in ambienti di lavoro insalubri o, comunque, in condizioni di lavoro problematiche: condizioni che il personale a tempo indeterminato, di norma, rifiuterebbe. Vengono inoltre prese in considerazione la connotazione individualizzata del contratto atipico che, in quanto tale, è normalmente (ad eccezione dei rapporti in somministrazione) slegato dai parametri definiti in sede di contrattazione collettiva e la mancanza di tutele sindacali. Per contro, si registra una sottostima delle denunce di infortuni e di malattie professionali dei lavoratori precari che consegue alla loro condizione di ricattabilità e di soggezione psicologica nei confronti del datore di lavoro o del management aziendale. Si delinea, pertanto, una stretta correlazione tra lavoro atipico e rischio di infortuni e morti sui luoghi di lavoro. Dalla ricerca Eurispes emerge che il maggiore rischio infortunistico nel lavoro atipico rispetto a quello subordinato è fortemente legato alla mutata organizzazione del lavoro (Incidenti sul lavoro e lavoro atipico” - Eurispes-Ispesl). Dal 2003 l’Italia, a seguito della condanna emessa dalla corte di Giustizia Europea per il mancato recepimento della direttiva comunitaria lavorativa, prevede l’obbligo per i datori di lavoro di prevenire tutti i rischi che possono incidere sulla salute dei lavoratori, anche di natura psico-sociale o trasversale (D. Lgvo 626/94) . Negli ultimi anni si è sviluppata una accentuata sensibilità rispetto alle ricadute psicologiche delle mutate condizioni di lavoro che ha promosso l’attivazione di inchieste sui fattori di rischio occupazionali principalmente nel settore dei Call Center (Monitoraggio su inchieste nei call center - NidiL Cgil Catania, luglio 2006). La scelta dei Call Center come luogo di lavoro da indagare è dipesa dalla rapida crescita che ha caratterizzato questo settore. Già nel 2002 l’Europa impiegava circa 2 milioni di addetti, ossia l’1,3 % della popolazione attiva, che si aggiungono agli oltre 5 milioni di operatori negli Stati Uniti. In Italia sono stati censiti 700 aziende di Call Center che impiegano più di 250.000 addetti su 3 milioni e 244 mila lavoratori precari. Il Dipartimento Salute e Sicurezza della CGIL Regione Piemonte in collaborazione con l’ASL 5 ha avviato, su sollecitazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza di due Call Center, una indagine sull’esposizione ai rischi professionali focalizzando l’attenzione sugli aspetti legati all’organizzazione del lavoro. In particolare, sembra essere l’ambiente sociale ad influire sulla percezione del disagio da parte del lavoratore tra cui un basso livello di controllo sul proprio lavoro, l’imposizione di obiettivi di rendimento (numero e durata delle chiamate), la presenza di sistemi di monitoraggio delle prestazioni e la scarsità di pause (Studio R.O.C.C. Cgil Piemonte). Malgrado questo dato, è descritto che il management aziendale è più propenso a migliorare l’ergonomia e l’ambiente indoor piuttosto che l’organizzazione del lavoro ( Taylor et al, 2003). Fra i risultati attesi, usufruibili anche da parte del Servizio Sanitario della Regione Piemonte, è stata indicata la realizzazione di “Linee guida per la salute e la sicurezza nel settore dei Call Center”.

Massimo Malerba

28.5.07

Inchiesta sui precari della ricerca a Napoli

da Precat:

I precari della didattica e della ricerca dell’Ateneo Federico II hanno svolto un’accurata analisi per gli anni 2003-2006. Il dato mostra il progressivo diminuire di assegni di ricerca e borse post-doc a favore di forme contrattuali diparate e che l’Ateneo appalta oltre il 30 della sua offerta didattica espressa in ore.

Leggi il report della situazione del precariato alla Federico II

12.5.07

Ricerca: i precari in piazza

2007-05-11 14:14

ROMA - Sono circa 800 secondo gli organizzatori, 200 per le forze dell'ordine, i precari della ricerca che manifestano da questa mattina davanti alla sede del ministero dell'Economia. La manifestazione a cui aderiscono trenta associazioni di ricercatori sia dell'Università sia di centri di ricerca pubblici, chiede un rilancio del settore, attraverso la regolarizzazione dei precari e l'aumento dei finanziamenti. "Se vuole davvero realizzare un'economia della conoscenza - sostiene Melania Del Santo, uno degli organizzatori - il Governo deve impegnarsi da subito ad immettere nuove risorse in questi settori, mantenendo le promesse della campagna elettorale". Una delegazione dei manifestanti è stata ricevuta dal capo di gabinetto del ministro Tommaso Padoa-Schioppa.

6.5.07

Sergio Bologna: "Uscire dal vicolo cieco!"

In occasione del May Day 07 svoltosi a Milano, Sergio BOLOGNA ha scritto questo testo, intitolato "Uscire dal vicolo cieco!": scaricalo dal sito della Lumhi (in pdf).

30.4.07

Lavoro: i precari chiedono l'elemosina per protesta

Se per la ricerca non ci sono fondi a sufficienza, i precari chiederanno l'elemosina. Questa l'idea provocatoria, lanciata nel pomeriggio durante un'assemblea al dipartimento di Matematica, dalla Rete dei ricercatori precari bolognesi che il 7 maggio saranno davanti al rettorato, in via Zamboni a fare la questua.

Una protesta che spera di fare da traino alla manifestazione nazionale prevista quattro giorni dopo a Roma contro il precariato sempre più diffuso nelle aule e laboratori degli atenei italiani.

Sotto le due torri, secondo i rappresentanti della Rete, il 57% dei docenti, ricercatori, assegnisti e dottorandi sono precari, più di 3000 lavoratori, poco più che trentenni.

Così, vestiti da uomini-sandwich, i precari cercheranno di dimostrare che i soldi raccolti con le offerte dei passanti saranno più numerosi di quelli ricevuti dal ministero.

"Ormai un anno di governo Prodi è passato ma nonostante le promesse, per noi non è cambiato niente", ha spiegato Anna Borghi, della Rete dei precari.

"Per il prossimo anno ci saranno 500 nuovi posti per i ricercatori a livello nazionale. E pensare che nei tre anni della Moratti furono 3.500...", sottolinea Anna Borghi.

Una protesta organizzata anche per ribadire la contrarietà dei precari all'invito, sollecitato nei giorni scorsi dal rettore Pier Ugo Calzolari, di devolvere il cinque per mille delle dichiarazioni dei redditi alla ricerca.

"Altro che cinque per mille ci vorrebbe!" hanno concluso i precari.

24.4.07

Roma, nella Capitale un esercito di quasi 160 mila precari

(ECO) Roma, 24 apr (Velino) - Sono soprattutto donne, giovani e laureati i 126 mila lavoratori atipici della Capitale, che rappresentano l’11,6 per cento degli occupati romani. Questa la fotografia scattata dall’ufficio statistico del Comune, che ha rielaborato dati Istat e Isfol. L’indagine è riferita al 2005 e contenuta nella rivista periodica I numeri di Roma, statistiche per la città, presentata in Campidoglio dall’assessore capitolino al Bilancio, Marco Causi. Dai dati emerge che le persone fra i 15 e i 34 anni sono il 59 per cento del totale degli atipici, la componente femminile copre il 58 per cento e vi è una forte incidenza di laureati e diplomati (34 per cento). A quei 126 mila, però, bisogna aggiungere anche coloro che si trovano in una “fase intermittente”, avendo appena concluso un contratto temporaneo e in attesa di un’altra occupazione: un bacino che conta circa 33 mila unità. Il totale, quindi, dei precari a Roma è di 158 mila persone (33 per cento), esclusi quanti possiedono la partita Iva. Numero che è cresciuto quasi del 20 per cento rispetto al quinquienno 1996-2000, in cui i contratti non standard costituivano il 10,4 per cento del totale. I settori in cui prevale “l’atipico” sono i call center, ma anche il commercio e l’informatica. Non mancano i tecnici, i ricercatori, i restauratori e gli specialisti di marketing. Circa l’80 per cento degli atipici, svolge un lavoro autonomo su richiesta del committente. Questo significa che la flessibilità per la maggior parte dei precari non è una scelta, ma un obbligo. Inoltre, il sospetto che dietro i contratti di collaborazione si celi in molti casi un lavoro dipendente a tutti gli effetti, con una notevole convenienza per il datore di lavoro, è avvalorato dalle analisi delle modalità di svolgimento di queste forme di occupazione.

A Roma, infatti, il 67,8 per cento dei collaboratori svolge incarichi per un’unica società, il 53 per cento è tenuto a garantire la sua presenza nella sede di lavoro, il 64 per cento ha concordato un orario giornaliero con il datore di lavoro e quasi il 50 per cento ha visto rinnovato il suo contratto più di una volta. Tuttavia, il mercato del lavoro, nella Capitale, offre possibilità maggiori di stabilizzazione rispetto a ciò che accade nel resto del paese: negli ultimi cinque anni il 34 per cento dei lavoratori a tempo determinato ha mantenuto un contratto atipico, contro il 37 per cento nazionale. Lo stesso è avvenuto per il 30 per cento di lavoratori impiegati in altre forme di lavoro dipendente, contro il 39 per cento nazionale. La durata media di un contratto flessibile, a Roma e nel resto del paese, è di un anno: per i lavoratori a tempo determinato, tuttavia, la situazione romana è migliore, perché i contratti con durata più lunga, tra i due e i tre anni, sono quasi il doppio della media nazionale (15,2 per cento rispetto all’8,3 per cento). Dall’indagine emerge che nel complesso il 56 per cento di tutti i lavoratori atipici esprime un livello medio o basso di soddisfazione e il 66 per cento manifesta una esplicita insoddisfazione sulle condizioni di stabilità e sicurezza del proprio posto di lavoro. Al titolo di studio, inoltre, non corrisponde nemmeno una retribuzione proporzionale, dal momento che il 68,5 per cento dei lavoratori atipici con laurea o titoli superiori manifestano insoddisfazione per il reddito percepito. Parzialmente migliore appare la condizione retributiva dei lavoratori diplomati, che nel 50 per cento dei casi sono soddisfatti nel loro stipendio.

“Il mercato del lavoro – ha sottolineato Causi – ha vissuto negli ultimi anni un forte dinamismo, con un complessivo aumento degli occupati di 207 mila unità (+15 per cento). Ma questa evoluzione – ha continuato l’assessore – ha evidenziato anche le criticità dei moderni mercati: la principale è la sottile linea grigia che distingue la flessibilità dalla precarietà e che determina la possibilità per i giovani di seguire percorsi professionali che permettano una crescita umana, senza restare al margine delle garanzie e dei diritti dei lavoratori”. Causi, inoltre, si è soffermato sulle prime pagine della rivista, in cui sono contenuti diversi dati riferiti agli stranieri: “Dalla ricerca dell’ufficio statistica – ha detto l’assessore – emerge che nel periodo 2002-2006 gli extracomunitari sono aumentati di 64 mila unità, ma in tutto la crescita della città è stata di 23 mila persone. Questo significa – ha concluso – che se non ci fossero stati gli stranieri la popolazione a Roma sarebbe diminuita di 41 mila unità”.
(mic) 24 apr 14:37

Università: meno 1500 milioni. E' emergenza.

23/04/2007
Mancano i fondi, l’università è in crisi, e gli allarmi arrivano da tutte le parti: CRUI, CNR, Movimenti Studenteschi, docenti universitari. Cronaca di una emergenza che toccherà tutti.

Il crollo del sistema?

E’ ufficiale, la crisi universitaria tanto spesso annunciata e temuta è arrivata. Con tutto il peso massimo che può avere una crisi in un settore strategico per il paese come quello della ricerca e degli studi.
Cos’è accaduto esattamente? A lanciare l’allarme è la C.R.U.I., conferenza dei rettori delle università italiane, che in una nota ufficiale fa presente che mancano 1.5 miliardi di euro, per il sistema italiano che si trova cosi ad essere stritolato. Per capire quanto stritolato, basti pensare che servono a pagare gli aumenti normali degli stipendi. E dato che tali aumenti sono obbligatori per legge, gli atenei dovranno onorare i propri impegni, tagliando i fondi per ricerca e nuove assunzioni. Ovviamente pagheranno i giovani in prima persona, dato che delle diverse decine di migliaia di precari che concorrono per un posto di ricercatore, ne potranno essere assunti appena 500.
Questo però è un onere sociale che il paese pagherà anche in futuro: niente ricerca vuol dire niente avanzamento scientifico, niente volano produttivo, e alla fine una perdita secca per il sistema economico nazionale. Insomma alla fine pagheremo tutti, con un paese che perderà sempre più terreno anche nei confronti delle altre nazioni.
All’allarme della CRUI, si è unito subito il CNR, che per bocca del suo presidente Fabio Pistella ha dichiarato che “La riduzione progressiva degli ultimi anni della quota di finanziamento proveniente dallo Stato, ha raggiunto un livello non ulteriormente sostenibile. Soltanto grazie alla capacità dell’Ente di reperire consistenti risorse dall’esterno con accordi di partnership sottoscritti con soggetti esterni (Istituzioni, Regioni, operatori industriali, Consorzi Interuniversitari) è stato possibile continuare a sviluppare importanti filoni della ricerca scientifica”.
Basta un dato per capire: generalmente per ogni euro speso in ricerca istituti come il CNR (consiglio nazionale delle ricerche) ne riescono a produrre 1,8 attirando capitali industriali e investitori esterni. Come dire: se qualcosa funziona (un euro dato in ricerca), e produce (1,8 euro prodotti), meglio smettere di farla.

Commenti – Allarmati e preoccupati i commenti degli studenti di destra e sinistra. Andrea Volpi, componente dell’Esecutivo Nazionale di Azione Universitaria e candidato al prossimo Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari dichiarata che "Come conferma anche la CRUI i giovani e gli studenti stanno pagando i danni causati dai tagli che il Governo ha effettuato al sistema universitario italiano: è tangibile la diminuzione della qualità dei servizi ed è evidente lo scadimento del valore della didattica, anche per l'eccessivo numero di contratti a tempo dei docenti ed il crescente precariato tra i ricercatori. Quest'ultimo è una conseguenza ovvia dell'impossibilità di assumere per mancanza di soldi". E prosegue “Ha sbagliato il Governo Prodi con un decreto taglia-spese che sta andando tutto a danno degli studenti, visto che vengono chiuse prima le biblioteche, i laboratori e le aule. Poi ci sono i tagli di tanti altri servizi essenziali. Ma hanno sbagliato anche gli Atenei perché, se è vero che mancano 1,5 miliardi di euro per pagare gli aumenti stipendiali dei docenti e del personale tecnico-amministrativo, questo è accaduto per gli eccessi di regalie e di nepotismo del passato. È un fenomeno che doveva essere arginato prima e che noi denunciamo da anni. Troppe assunzioni di amici degli amici, tanto poi pagano i contribuenti con le loro tasse”.
Non mancano, e non sono meno teneri i commenti dell’UDU, che dichiara “Già eravamo molto delusi dalla finanziaria 2007, priva di qualsiasi incremento e investimento su diritto allo studio, borse, e servizi essenziali agli studenti. E’ palese come detto dalla CRUI, che l’università è al collasso, e che il paese e gli studenti ne pagheranno le conseguenze. Abbiamo chiesto da subito l’esclusione degli atenei dal decreto taglia spese di Bersani, speriamo almeno nella trimestrale di cassa.”

Avevamo promesso, dopo gli interventi di Prodi dal Giappone, di seguire la politica del governo sulle università. Il primo ministro non ha ancora commentato, mentre nulla trapela dal Ministero, nonostante ripetute sollecitazioni anche da parte nostra per un intervista.
Come sempre, il dubbio, molto forte, è che a pagare saremo noi e il paese.

Roberto Chibbaro

16.4.07

Lo sciopero all'INAF e le dimissioni di Mussi

Lo sciopero dei precari dell'Istituto Nazionale di Astrofisica è pienamente riuscito. L'adesione tra i precari è stata totale o quasi, dopo un tam tam girato via mail in pochi giorni e senza appoggi organizzativi da parte delle organizzazioni sindacali. E non era semplice: l'INAF è un ente diffuso, distribuito tra diversi istituti e la rete degli osservatori astronomici, in cui lavorano piccoli gruppi di ricercatori con mille cose da fare e mille pressioni. Se un precario sciopera, per altro, nessuno gli paga la giornata come avviene per altre categorie di lavoratori.

Eppure ha funzionato. Una delegazione dei precari è anche andata a farsi sentire direttamente dai direttori, riuniti proprio ieri per decidere come applicare le stabilizzazioni della finanziaria: non li avevano invitati, ma hanno dovuto riceverli per l'occasione. Uno sciopero dei ricercatori precari non avviene tutti i giorni, anzi. Succede molto raramente, e solo se una qualche sigla sindacale si mette a disposizione. All'INAF hanno fatto tutto da soli, e a conti fatti è stato meglio così. Succede, comunque, quando l'esasperazione è alta: altrimenti un ricercatore o un tecnologo difficilmente si mobilitano, perché l'atmosfera di un laboratorio di ricerca è molto diversa da quella di Mirafiori o di Termini Imerese. E' la conseguenza della gestione degli enti di ricerca di questi anni, in cui le prospettive a lungo termine della ricerca interessano sempre meno a chi la dirige.

E questo è il risultato che raccoglie Mussi dopo un anno davvero deludente per la ricerca, durante il quale il ministro ha pensato più a litigare con Fassino o a tramare con Bertinotti: per accorgersene, basta leggere la rassegna stampa del Ministero dell'Università e della Ricerca, che da quando regna Mussi si è trasformato nel più aggiornato notiziario sul Partito Democratico e sui suoi oppositori. Per darvi un'idea, nella sezione "Ministro Mussi e Ministero" si segnala il fondamentale pezzo di "Libero" intitolato "Casini cerca compagni per la casa in centro". C'entra molto con il ministro; un po' meno con il ministero, diciamo la verità. Mentre ieri all'INAF i precari si fermavano, Mussi probabilmente rilasciava interviste sul prossimo congresso dei Ds.

In questi mesi ha minacciato spesso le dimissioni, ma non le ha mai ufficializzate. Incoerenza all'italiana? Niente affatto. In realtà il ministro Mussi si è dimesso sul serio e la ricerca non è più affar suo: ormai si occupa d'altro.

3.4.07

Lettera a Napolitano sulla Ricerca del Coordinamento Precari Usi/RdB

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Illustre Presidente,
abbiamo apprezzato recentemente diversi Suoi interventi sull’importanza della Ricerca.
Questo ci ha convinti a scriverLe per fornirLe una visione più completa rispetto a quella che i mezzi di comunicazione normalmente evidenziano, permettendoLe così di comporre in maniera più ampia e veritiera il quadro della Ricerca Pubblica in Italia.
Innanzitutto, premettiamo che non è soltanto un problema di salari, anche se l’aspetto economico ha la sua importanza; a maggior ragione, non è un problema di fuga di cervelli, fenomeno estremamente limitato e per molti versi elitario, che può produrre glamour ma che non rappresenta la realtà globale della ricerca. È come se, per descrivere la ricerca degli anni ‘50 e ‘60 in Italia, si parlasse soltanto dei pur importantissimi Dulbecco dimenticando Amaldi e Levi-Montalcini, cioè si tralasciasse chi tornava e costruiva in Italia il successo del sapere per descrivere solamente chi all’estero portava lustro alla tradizione contribuendo però sostanzialmente al progresso del paese che lo aveva accolto.
La vera storia della ricerca vede oggi l’Italia con sempre meno ricercatori (3 ogni mille occupati, contro i 17 della Finlandia; siamo ormai all’ultimo posto in Europa, dietro Portogallo, Grecia e i Paesi dell’Est). La situazione è aggravata dal fatto che gli organici degli Enti di Ricerca sono costituiti per circa la metà da personale precario (ed un quadro simile si può tracciare anche nell’Università). Nonostante ciò i nostri ricercatori sono tra i più produttivi del mondo, secondi solo agli svizzeri per media di pubblicazioni scientifiche per ricercatore e molto più avanti di svedesi, francesi, tedeschi e americani (dati emersi dal nuovo “Rapporto su scienza e società” curato da Observanet).
Quindi, è evidente che la qualità e le funzioni della Ricerca Pubblica in Italia, nel corso degli anni, sono state garantite dal personale precario, reclutato attraverso tipologie contrattuali o meccanismi di formazione estremamente variegati ma sempre riconducibili a rapporti di lavoro subordinato, nati per sopperire al lungo periodo di blocco delle assunzioni sancito dai vari Governi che si sono succeduti.
Il costante “invecchiamento” degli organici di Università ed Enti di Ricerca è dovuto al decennale blocco delle assunzioni e alla cattiva gestione delle poche deroghe concesse per assumere che nella stragrande maggioranza dei casi sono state gestite con modalità clientelari e per niente meritocratiche. Quindi di fatto a questo organico se ne aggiunge uno parallelo, precario costituito ad esempio da:
ricercatori quarantenni ancora pagati con borse di studio, che formano nuove generazioni di precari; ricercatrici che prima di concedersi una maternità, attendono per anni un contratto a tempo determinato che gli consente di accedere ai diritti di cui giustamente godono tutte le loro colleghe, senza rischiare di esserelicenziate o di dover “elemosinare” i permessi per allattamento o malattia-figlio, come spesso accade alle lavoratrici parasubordinate (Co.Co.Co. od assegniste di ricerca);
lavoratori dimenticati quali magazzinieri, operai agricoli, uscieri, amministrativi, tecnici altamente specializzati con stipendi da fame, quasi tutti assunti come parasubordinati, ma in realtà dipendenti a tutti gli effetti e che, nei casi più “fortunati” hanno raggiunto il contratto a tempo determinato.
Sebbene precari ed ultra-precari, tutti partecipano attivamente alla vita della ricerca pubblica, tutti contribuiscono ad “attrarre” finanziamenti, a migliorare la produzione scientifica e quella istituzionale. Una ricerca che sul basso costo della manodopera ha costruito le proprie fondamenta. E su questa forza lavoro sfruttata, una casta baronale intende ancora centrare la propria attività.
Certamente con l’attenzione che Le riconosciamo, Le sarà nota molta della produzione scientifica. Riteniamo importante che Lei sappia che dietro ai rapporti tecnici di Isfol ed Apat, dietro la produzione di enti piccoli ma determinanti per la ricerca agricola come Inran, Inea e CRA, dietro le “fotografie al paese” dell’Istat, dietro i controlli ed i pareri su vaccini, farmaci, diagnostici e la ricerca sanitaria dell’ISS, dietro la ricerca sull’energia dell’Enea, dietro a quella “spaziale” dell’Inaf, dietro a quella “variegata” del CNR, dietro a quella “vulcanica” dell’INGV, c’è il lavoro, la creatività e l’impegno dei precari.
In questi anni di lotte come movimento di precari in USI-RdB-Ricerca abbiamo ottenuto vari, seppur parzialissimi, risultati: la conversione da cococo a tempo determinato di centinaia di lavoratori, l’inserimento dell’articolo 5 nel contratto degli Enti di Ricerca (che prevede l’assunzione a tempo indeterminato dei tempo determinato), il comma 520 della Legge Finanziaria 2007 (Legge 296/06). Abbiamo contribuito, con la partecipazione massiccia allo sciopero dei precari del pubblico impiego e alla manifestazione del 6 ottobre 2006, all’inserimento dei commi 417-420 della 296/06.
Ma sappiamo che ciò non basterà.
Per questo siamo nuovamente in mobilitazione.
Il precariato è inaccettabile non solo per noi come cittadini italiani, ma per lo stesso mantenimento della ricerca pubblica in Italia. Gli Enti di Ricerca e le Università rappresentano la ricerca pubblica che è l’unica riconducibile alla collettività, mentre quella privata, quando veramente esiste e i fondi non sono destinati alla fase di “commercializzazione” dei brevetti comperati all’estero, è comunque diretta unicamente al beneficio dell’impresa, spesso “delocalizzata” nelle applicazioni, e fortemente limitata nelle ricadute sul contesto della società italiana.
In questi anni l’Italia, al di là dei cambi di Governo, continua a rimanere fanalino di coda nella ricerca e la stessa Legge Finanziaria 2007 non ha fatto passi avanti, dedicando troppi fondi alla ricerca privata che, come affermato dallo stesso Ministro Mussi, è difficilmente controllabile, e diminuendo quelli destinati alla ricerca pubblica. Con i provvedimenti presenti nella Legge Finanziaria 2007 destinati alle assunzioni dei precari si sarebbe potuto dare una svolta alla politica sulla ricerca pubblica investendo sulle professionalità che già operano negli enti facendoli uscire dal tunnel della precarietà mettendoli finalmente nella condizione di lavorare al meglio e aumentandone conseguentemente la produttività. Invece si è scelto di destinare poche briciole e solo per alcuni. Una scelta a nostro avviso miope per un paese che si vanta di essere tra i Grandi d’Europa e del mondo e che non investe nel settore più strategico per lo sviluppo. Inoltre, esiste il rischio che una parte di questi fondi potrebbe pericolosamente essere indirizzata alla concorsualità che negli anni è stata usata quasi esclusivamente per favorire clientele come dimostrano anche le cronache giudiziarie. Chi di noi ha avuto la possibilità di partecipare ad un concorso, ha dimostrato ampiamente di essere “idoneo” alla funzione che svolge, in qualsiasi categoria. La concorsualità italiana nel mondo della ricerca e dell’Università, utilizzata dalla casta degli intoccabili baroni solo per perpetuare se stessa, non sarà mai la soluzione del problema occupazionale e non potrà mai essere la fine alla situazione di sfruttamento, soprattutto a fronte di una situazione di precariato già ampiamente sfociata nel patologico come dimostrano i numeri.
Per questo Le chiediamo un intervento su pochi fondamentali punti che, certamente, provocheranno una spesa per l’Italia, ma devono essere interpretati come investimenti nel settore che dovrebbe garantire lo sviluppo del paese portando enormi benefici a breve, medio e lungo termine. Un vero intervento per la ricerca pubblica. Un intervento che non si limiti ad una questione salariale, ma riconosca finalmente dignità a tutto il complesso della ricerca italiana, attraverso l’eliminazione del precariato. Riteniamo che i punti da sottoporLe siano i seguenti:
1) le piante organiche vanno ridimensionate: sia ampliate per assorbire tutti i precari assunti, sia rimodulate per permettere negli anni a venire il ricambio generazionale e gli sviluppi di carriera, verificati attraverso valutazioni veramente meritocratiche;
2) i fondi destinati al comma 520 dell’articolo 1 della Legge 296/96 sono insufficienti alla assunzione di tutti i lavoratori a tempo determinato che hanno i requisiti definiti dal comma 519; è necessario che siano triplicati, già dal 2007, con un opportuno e specifico intervento del Governo;
3) le procedure applicative per queste assunzioni devono considerare prioritariamente l’anzianità di servizio a vario titolo, per evitare che clientelismi nei singoli enti portino a discriminazioni (già conosciute dai precari della ricerca) e per riconoscere il ruolo che questo precariato ha avuto pur nell’asfittico sistema ricerca;
4) i fondi liberati dalle assunzioni a tempo indeterminato vanno diretti innanzitutto alla conversione degli assegnisti, dei Co.Co.Co., dei borsisti in rapporti di lavoro a tempo determinato. Il lavoro che segue la formazione deve essere sempre di tipo subordinato, eliminando l’elusione previdenziale e fiscale che vige con i contratti atipici e la falsa formazione;
5) la formazione post-diploma e post-laurea deve essere limitata ai primi tre anni che seguono l’acquisizione del titolo di studio;
6) stabilizzazione di tutti i precari della ricerca: il comma 417 dell’articolo 1 della legge 296/06 va applicato a tutti le forme di precariato del pubblico impiego e così come a quelli degli enti di ricerca (Co.Co.Co., Assegni di Ricerca, partite Iva, borsisti, dottorati, etc.) . I conti “dormienti” da subito devono consentire piani di assunzione veri, limitando sin da quest’anno il precariato. Siamo profondamente convinti che questa nostra lettera varrà la Sua attenzione. Mentre prevediamo che avrà poco riscontro a livello mediatico, pur proponendo temi molto vicini a quelli che vedono i giornalisti italiani in prima linea contro gli editori. La nostra adesione ad un sindacato base, seppur affiliato alla quarta confederazione sindacale italiana, ha i pro ed i contro dell’essere minoranza ed opposizione. Siamo, però, altrettanto convinti che un Suo intervento, super-partes, in favore delle richieste che Le abbiamo posto, non può passare inascoltato da parte del Governo.
Due generazioni di ricercatori, tecnici, amministrativi, operatori della ricerca, il corpo della stessa ricerca pubblica del futuro sono stati tenuti fuori da una vita lavorativa dignitosa, eppure continuano a produrre ricerca.
Due generazioni di lavoratori degli Enti di Ricerca hanno visto passare sulla loro testa concorsi destinati, nella maggioranza dei casi, ai “soliti noti”, eppure sono rimasti in laboratorio, in ufficio, nei magazzini e nelle officine degli Enti. Non è stata solo mancanza di alternativa. E’ stato soprattutto l’amore per questo tipo di lavoro. Ma questo non è più sostenibile per la società e per noi stessi.
Le chiediamo per questo un intervento, analogamente a quello del Presidente Ciampi, che due anni fa permise 5000 assunzioni nelle Università.
Certi di trovare ascolto, Le porgiamo i più calorosi saluti.
Roma 23 marzo 2007
Coordinamento Precari USI-RdB-Ricerca

27/3: i precari del CRA in piazza

27.3.07

Roma. Un anno di Mussi. Riprendiamo la parola

Il ministero Mussi, come il resto del Governo Prodi, si insediò con la speranza di una discontinuità con il governo precedente. In campagna elettorale, molte parole furono spese sulla centralità della ricerca e dell'università per l'intero sistema-Paese.

A un anno di distanza, l'operato del governo ha lasciato deluse tante speranze. Il sistema del 3+2 non è in discussione. Nell'ultima finanziaria, i fondi destinati all'Università e alla Ricerca sono addirittura diminuiti. L'immissione di molti nuovi ricercatori, necessaria per costruire davvero una società della conoscenza capace di innovazione, non è all'ordine del giorno. I pochi provvedimenti in materia sono limitatissimi, poco trasparenti e soprattutto "straordinari", cioè momentanei. Per rilanciare l'università, invece, c'è bisogno di un investimento serio per entità e durata. Ma né Mussi né Padoa-Schioppa, evidentemente presi da altre priorità, puntano davvero sulla cultura, sulla conoscenza, sulle competenze per rilanciare l'Italia.

Vogliamo spiegare al Paese che i problemi dell'Università e della Ricerca non sono affatto risolti. Dobbiamo attivarci verso una mobilitazione in cui le forze sane dell'università, quei docenti e ricercatori precari che ne consentono la sopravvivenza, prendano la parola. Ne discuteremo nell'assemblea che si terrà

mercoledì 28 marzo ore 11

Dipartimento di Chimica - Aula A

Università La Sapienza

Il manifesto e le ragioni dell'assemblea

22.3.07

La Voce. Quanti sono i lavoratori precari

21-03-2007

Emiliano Mandrone
Nicola Massarelli

I buoni risultati sul mercato del lavoro che giungono dalla Rilevazione sulle Forze di lavoro dell’Istat, ed in particolare il calo del tasso di disoccupazione (6,8%, media 2006), sono in larga parte da attribuire all’occupazione a termine, che ha contribuito per il 46% alla crescita dell’occupazione complessiva. Tale crescita, che oggi assume una connotazione positiva, ha però un'altra faccia della medaglia: la precarietà.

continua su La Voce

17.3.07

Isfol: lavoro e insoddisfazione

14 marzo 2007

Tra i motivi di insoddisfazione nel rapporto Isfol 2006, emergono l'instabilità del rapporto di lavoro e la retribuzione: circa il 20% nel complesso teme di perdere il posto entro un anno, percentuale pari al 60% tra i lavoratori precari; il 55% degli intervistati che si dice preoccupato per le scarse opportunità di carriera (nell'ultima indagine risalente al 2002 la percentuale degli insoddisfatti era del 42%). Ma il vero punto dolente è quello dei precari. Tra i lavoratori a termine gli insoddisfatti rappresentano oltre il 20%. Il timore più diffuso è quello di perdere il posto (60% contro il 10% degli intervistati con un lavoro stabile), ma è forte anche il disagio per la mancata coincidenza tra il lavoro svolto e quello desiderato (nel 60% dei casi contro il 42% dei dipendenti stabili). Infine i precari lamentano bassi livelli retributivi, con il 47% che dichiara compensi inferiori a 900 euro contro il 15% dei dipendenti stabili con questa situazione.
Per approfondire: www.isfol.it

16.2.07

I lavoratori precari dell'Isfol in assemblea permanente

Chiedono l'uscita dal precariato infinito e la continuità dell'Istituto
Comunicato stampa

I lavoratori precari dell’ISFOL, in assemblea permanente da tre giorni, denunciano la gravissima situazione in cui versano i collaboratori interni all’Istituto, privi di contratto dal 31 dicembre 2006.

L’ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) è l’Ente Pubblico di Ricerca, vigilato dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, che opera in Italia sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro.

Nonostante la rilevanza e l’utilità dei servizi che offre per la costruzione di una economia basata sulla conoscenza e la coesione sociale, l’85% del personale che contribuisce alle ordinarie attività è precario (tempi determinati e Co.co.co).

Da anni, per la realizzazione dei suoi compiti istituzionali, l’Isfol si avvale dell’apporto di centinaia di collaboratori presenti stabilmente in Istituto, per i quali ogni anno si pone il problema del rinnovo contrattuale.

Ad oggi, nonostante gli impegni assunti dall’Amministrazione, i contratti di collaborazione per il 2007 risultano bloccati e non si prospettano soluzioni chiare ed immediate per i rinnovi.

DENUNCIAMO l’irresponsabilità con cui l’attuale vertice dell’Istituto sta gestendo la questione, facendo pagare un prezzo altissimo ai collaboratori interni e pregiudicando non solo la funzione ma l’esistenza stessa dell’Istituto.

CHIEDIAMO pertanto ai vertici dell’Istituto ed al Ministro Damiano di assumere le decisioni che competono loro provvedendo al rinnovo immediato dei contratti, sanando quindi una situazione non oltre tollerabile.

CHIEDIAMO infine l’avvio di un percorso condiviso di stabilizzazione di tutto il personale precario dell’Isfol, condizione necessaria per garantire l’esistenza ed il rilancio dell’Istituto.

I lavoratori precari dell’Isfol in assemblea permanente

25.1.07

Giovane, istruito, con famiglia: è il precario lucano di Eurispes

L'identikit del lavoratore precario è stato tracciato dall'istituto di ricerca. Il sentimento più diffuso? La paura per il futuro
POTENZA - Hanno in media 40 anni, con un diploma di scuola media superiore, almeno un figlio a carico e un contratto a progetto che dura dai tre ai cinque anni: è questo l’identikit del lavoratore precario lucano nella Pubblica amministrazione che emerge dal primo rapporto Eurispes «Pubblicamente precario», presentato oggi a Potenza nel corso di un convegno.
Lo studio prende in esame la condizione dei lavoratori precari negli enti pubblici in provincia di Potenza (Comuni, Regione, Comunità montane, enti sub-regionali, ministeri e università). I dati si riferiscono ad un campione di 250 persone, a cui sono stati somministrati dei questionari tra ottobre e novembre del 2006. Circa la metà degli intervistati ha sempre lavorato con contratti atipici, e il 42 per cento non ha mai firmato un contratto a tempo indeterminato.
Il 70 per cento dei precari lavora attualmente a tempo pieno, il 52 per cento guadagna tra gli 800 e i 1.400 euro netti al mese e il 57 per cento spera in un’eventuale stabilizzazione in un futuro prossimo: «E' un indagine rappresentativa della situazione in Basilicata – ha spiegato il segretario generale dell’Eurispes Basilicata, Alberto Aliastro – ed il primo condotto sul territorio. Gran parte dei precari ammettono di lavorare in condizioni non ottimali, con una forte paura per le prospettive future».
«Lo studio – ha sottolineato il segretario nazionale Fp Cgil, Carlo Podda – apre finalmente un dibattito concreto sulla situazione, dopo tanto chiacchiericcio giornalistico. Un modo serio di affrontare il problema, e auspico che il metodo venga adottato anche in altre zone d’Italia».

23/1/2007