Visualizzazione post con etichetta concorsi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta concorsi. Mostra tutti i post

30.11.07

Caccia al precario... peggiore

Caccia al precario... peggiore

La notizia è riportata dal Corriere della Sera: in Spagna hanno indetto un concorso per eleggere il peggior... ops, il miglio precario.

Vincerà il precario che guadagna meno, ha il contratto più breve e alle peggiori condizioni.
Ovviamente, trattandosi di precari, non si vince nulla (o quasi): una copia dello Statuto dei lavoratori, un’immagine di San Precario “patrono della temporaneità e martire della fine del mese”, e un pacco di libri del valore di 60 euro.

E noi italiani siamo da meno? Vogliamo raccontare la realtà lavorativa di chi deve barcamenarsi con la provvisorietà di un lavoro precario?
Chi vuole raccontare la sua esperienza (attuale o passata) da precario può scrivere un commento qui sotto, o mandare una e-mail (dalMondo.info @ gmail.com).

Tanto, partecipare non costa nulla, e non si vince nulla (però possiamo fare una bella fotografia del lavoro precario in Italia!)

27.3.07

Roma. Un anno di Mussi. Riprendiamo la parola

Il ministero Mussi, come il resto del Governo Prodi, si insediò con la speranza di una discontinuità con il governo precedente. In campagna elettorale, molte parole furono spese sulla centralità della ricerca e dell'università per l'intero sistema-Paese.

A un anno di distanza, l'operato del governo ha lasciato deluse tante speranze. Il sistema del 3+2 non è in discussione. Nell'ultima finanziaria, i fondi destinati all'Università e alla Ricerca sono addirittura diminuiti. L'immissione di molti nuovi ricercatori, necessaria per costruire davvero una società della conoscenza capace di innovazione, non è all'ordine del giorno. I pochi provvedimenti in materia sono limitatissimi, poco trasparenti e soprattutto "straordinari", cioè momentanei. Per rilanciare l'università, invece, c'è bisogno di un investimento serio per entità e durata. Ma né Mussi né Padoa-Schioppa, evidentemente presi da altre priorità, puntano davvero sulla cultura, sulla conoscenza, sulle competenze per rilanciare l'Italia.

Vogliamo spiegare al Paese che i problemi dell'Università e della Ricerca non sono affatto risolti. Dobbiamo attivarci verso una mobilitazione in cui le forze sane dell'università, quei docenti e ricercatori precari che ne consentono la sopravvivenza, prendano la parola. Ne discuteremo nell'assemblea che si terrà

mercoledì 28 marzo ore 11

Dipartimento di Chimica - Aula A

Università La Sapienza

Il manifesto e le ragioni dell'assemblea

26.2.07

Nicolais: impegno contro precariato

Prossimo l'avvio dei nuovi concorsi per i ricercatori
(ANSA)-TORINO, 23 FEB-'Abbiamo preso l'impegno di eliminare il precariato entro fine legislatura e vale anche per le universita'', ha detto il ministro Nicolais. 'Per i precari delle universita'- ha detto il ministro per la Funzione Pubblica all'universita' di Torino - quest'anno sono stati stanziati 30 milioni di euro, a cui si aggiungeranno i 60 del prossimo anno e i 90 di quello dopo. L'avvio dei nuovi concorsi per i ricercatori - ha concluso il ministro - e' ormai pronto'.

25.1.07

Pisa, stabilizzazione dei lavoratori precari in Comune

L’assessore al Personale chiarisce la posizione dell’Amministrazione. I venti posti, fino ad ora coperti a tempo determinato, saranno messi a concorso

“La Finanziaria, pur non prefigurando nessun automatismo, dà la facoltà agli enti, che abbiano un piano assunzioni, di stabilizzare i lavoratori che abbiano alle spalle almeno tre anni non consecutivi di contratto a tempo determinato e aver sostenuto un prova selettiva pubblica”. L’assessore al Personale del Comune di Pisa, Federico Eligi, spiega la posizione dell’Amministrazione nei confronti dei 20 posti di lavoro coperti, fino ad ora a tempo determinato.

“Il Comune di Pisa – spiega Eligi in una nota - ha da tempo avviato, anche attraverso la costituzione di proprie società (SEPI, Farmacie spa, eccetera) il processo di stabilizzazione dei posti di lavoro precario. A partire dal 2003 si è proceduto tramite il Formez (agenzia della Presidenza del Consiglio), alla individuazione dei posti vacanti all'interno dell’ente. A seguito dell'individuazione delle carenze strutturali dell'ente, che ammontano a 20 unità, si è proceduto alla copertura di quei posti con contratti a tempo determinato, in attesa della possibilità di indire concorsi pubblici. Appena uscito il DPCM che dava la possibilità di assumere dopo anni di blocco, era ancora in carica Berlusconi, abbiamo attivato tutte le procedure per indire i concorsi. A seguito delle anticipazioni della Finanziaria che apriva alla possibilità per i comuni di stabilizzare i lavoratori precari, abbiamo deciso di attendere il testo definivo: infatti dalle indiscrezioni si apriva per il Comune di Pisa la possibilità di stabilizzare non solo il posto di lavoro, così come avevamo fatto, ma anche il lavoratore precario che occupava quel posto”.

Ma per quanto riguarda il Comune di Pisa “nessuno dei lavoratori che occupano i posti individuati dal piano assunzioni, da un attento esame effettuato dai nostri uffici, rientrano nella fattispecie prevista dalla Finanziaria”. Tutto quello che si può fare ora, conclude, è “applicare la legge in modo rigoroso e procedere all'indizione dei concorsi, pur prevedendo all'interno del bando la possibilità di garantire tutte le forme possibili di riconoscimento del lavoro svolto dagli attuali lavoratori precari”.

(25/01/2007)

15.12.06

Quell'abbraccio mortale con i «baroni»

dal "manifesto" del 15 dicembre 2006

I lessici politici sono sempre «situati»: parole di rottura radicale in un contesto sono innocui zuccherini in un altro. Negli ultimi anni movimenti e conflitti sociali hanno prodotto, agito e imposto autonomamente il discorso sulla precarietà, determinandone la proliferazione semantica, introducendolo stabilmente nell'agenda politica, facendone un tema dirimente dell'ultima campagna elettorale. Fino ad arrivare a una parte del governo che si fa piazza tentando di rappresentare i precari. Il ciclo della «MayDay» è finito con il corteo del 4 novembre. Dire oggi che la precarietà è un tratto strutturale della società contemporanea, snocciolarne i dati e ribadirne la sua forma di vita e non solo di lavoro, è certo corretto dal punto di vista analitico, ma politicamente debole. Questo boccone è già stato masticato e deglutito dal sistema politico, l'eccedenza soggettiva - che è questione di qualità, non di quantità - non è stata eliminata, ma sicuramente addomesticata. Il termidoro del discorso sulla precarietà si può spezzare solo producendo un nuovo lessico forte. Cominciamo dall'università. Ci vuole poco a essere contro la Moratti,
molto di più a mettere radicalmente in discussione lo storico disinvestimento bipartisan nella formazione e nella ricerca. Ma il problema non è solo qualche milione in più o in meno nella finanziaria, bensì la struttura dell'università italiana, di cui anche Mussi è ostaggio. Si tratta di un'istituzione pachidermica al collasso, in cui precipita un letale mix di potere baronale e riforme aziendalistiche. Il peggio del sistema feudale e del capitalismo postfordista. I 55.000 precari affidano le loro speranze di diventare strutturati a un rapporto individualizzato con il barone, attendendo in coda per anni fedeli e ubbidienti. Scambiando quindi la propria libertà di ricerca e intellettuale per un concorso, formalmente pubblico, in realtà «chiamato» (così si dice nel gergo accademico) dall'ordinario. Le linee di classe nelle «fabbriche del sapere» sono dunque confuse: i baroni diventano alleati, l'unico avversario è il governo (di centro-destra). In questa chiave è leggibile la crisi delle mobilitazioni dei ricercatori precari, che hanno individuato nella casta feudale un compagno di lotta, ancorché tattico, anziché il primo avversario da battere. Si è così consegnato alla fondazione privata Crui il ruolo di rappresentante della cittadella del sapere e custode della sacralità della Cultura. In Italia la retorica dell'università-azienda è usata come dispositivo di gestione e controllo della forza lavoro (studenti e ricercatori): di fatto non la vogliono né la destra né la sinistra, la prima impaurita dalle lobby accademiche, la seconda incarnandone una buona parte. E non la vogliono nemmeno le imprese, che preferiscono un ruolo parassitario su formazione e ricerca. Nella misura in cui i saperi diventano forza produttiva centrale e la funzione intellettuale viene riassorbita dalla cooperazione sociale, perdendo finalmente la sua aura di privilegio, la difesa della torre d'avorio è conservatrice e corporativa. Serve una posizione politicamente audace e sobriamente provocatoria: il problema dei precari è aggredire i privilegi presenti nella cittadella del sapere, spingendo fino in fondo il paradosso dell'università-azienda e trasformandola in un terreno di conflitto.
Non in quanto il modello imprenditoriale sia basato sulla (nefasta) meritocrazia: sarebbe come credere alle favole del libero mercato à la Ichino o Giavazzi. Ma perché scardinare il controllo feudale vuol dire per i precari rompere i meccanismi di fidelizzazione, asservimento personale e invidualizzazione gerarchica: avere di fronte il nemico nella sua nuda forma permette di demistificare i rapporti di potere e focalizzare il conflitto.
Nell'università italiana, dunque, destrutturare il governo verticale significa
non frenare ma accelerare il processo della solo evocata governance , aprendo lo scarto tra «governamentalità» e innflazione dei meccanismi di gestione policentrica del potere, e allargando così gli spazi per l'autorappresentazione del precariato. La rivendicazione dei 55.000 precari di diventare strutturati nell'università, per quanto legittima, da un lato è impercorribile se continua lo storico disinvestimento da parte del sistema politico. E tuttavia non muta i rapporti di potere, rischiando anzi di rafforzarli. La linea del conflitto all'interno delle «fabbriche del sapere»
si articola intorno alla lotta tra autonomia e subordinazione nella produzione
cognitiva e nella gestione dei tempi di vita. Del resto, chi parla di una taylorizzazione del lavoro formativo e di ricerca coglie l'intento disciplinante delle riforme universitarie, ma dimentica l'aspetto centrale: la sua impossibilità, in quanto la produzione dei saperi sfugge ai criteri della misurazione e della serializzazione. In questo scarto si colloca l'irresolubile contraddizione piantata nel cuore del capitalismo cognitivo, che per alimentarsi dipende strutturalmente dall'eccedenza e dalla libertà del sapere vivo, ma deve continuamente controllarla e quindi negarla. L'applicazione delle rigidità contrattuali fordiste è tanto impraticabile data la costitutiva intermittenza dell'attività cognitiva - quanto poco desiderata dalle nuove soggettività del lavoro vivo. Il problema è la conquista di tutele (reddito, mobilità, gestione di spazi e tempi), articolate in modo flessibile,
per allargare la sfera di autonomia. Alcune stenografiche proposte esemplificative: basta con i concorsi, la loro ideologia statalista e il controllo feudale, ma contrattazione diretta tra precari e università-azienda; rivendicazione di cospicui finanziamenti - pubblici e privati per la mobilità e la costruzione di reti transnazionali tra studenti e precari senza il controllo dei docenti, per la pubblicazione di testi e circolazione di conoscenze fuori dal sistema della proprietà intellettuale, per attività di autoformazione liberamente scelte, interamente autogestite e riconosciute in crediti formativi, inflazionandone così il meccanismo. È necessario rovesciare il precariato: da figura di assenza (di diritti e stabilità), bisognoso di rappresentanza, in soggetto costitutivamente potente, dunque autonomo. Facendo della sua apparente debolezza, l'essere ai margini, il suo reale punto di
forza, situato sulla frontiera dell'ambivalente spazio dell'università che si fa metropoli. Insomma, il problema non è cicatrizzare la crisi dell'accademia, ma agirla fino in fondo.