FOGGIA, venerdì 23 febbraio 2007 - ORE 16.19
Secondo la Fim ci sarà crescita produttiva: 3000 motori per la russa Severstall.
Non vi è alcuna certezza sulla stabilizzazione dei 117 operai della Sofim con contratti a termine. Lo ribadisce la Fiom Cgil. Il sindacato non ha firmato l’intesa con l’azienda sottoscritta invece da Fim, Uilm, Fismic, oltre che da Ugl e Failms. Fiom non ha condiviso il metodo adottato nella contrattazione. La rottura tra i sindacati si è avuta sul terzo turno, quello notturno, finora su base volontaristica. Di fronte alla proposta dell’azienda di obbligare un lavoratore al lavoro notturno, la Fiom per evitare che potesse diventare strumento di discriminazione, aveva proposto di trovare un’intesa sul terzo turno strutturale, per tutti i lavoratori. La Fiom ha poi abbandonato il tavolo delle trattative sul mancato impegno da parte dell’azienda a stabilizzare subito gli operai con contratti a termine. Il sindacato della Cgil denuncia poi di non essere stato coinvolto nelle successive riunioni. Ad accordo chiuso la Fiom resta critica sulla questione della stabilizzazione dei precari, “rimandata a eventuali e non garantiti aumenti di commesse per la Sofim”. Commesse che invece secondo la Fim ci saranno. 3000 motori, secondo il sindacato della Cisl, saranno prodotti nei prossimi mesi per la russa Severstall.
Daniela Zazzara
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26.2.07
In Europa un esercito di 37 milioni di precari
dall'unità on line
Bruno Ugolini
Senza frontiere. Trenta milioni di donne e di uomini. Tutti con contratti «atipici» ovverosia a tempo. Abitano l'Europa allargata, quella composta di 25 Paesi. Un vero e proprio esercito di persone che non hanno la sicurezza del proprio lavoro. Anche se molti affermano che non bisogna stupirsi perché sarebbe un fenomeno connaturato alla fine del cosiddetto fordismo, un vecchio, superato modo di produrre. Oggi, per produrre, sarebbe necessaria un'estesa flessibilità e, naturalmente, la privazione di elementari diritti e tutele.
Del resto quel dato impressionante dei 30 milioni è già superato. Risale al 2005. Ora, nel 2007, siamo a 37 milioni. La crescita è vertiginosa se si pensa che nel 2000 erano 25 milioni. Un balzo del 12,6 per cento. Sono numeri e statistiche raccolte in uno studio («I lavori precari in Europa») curato dalla Confederazione europea dei sindacati e annesso ad una risoluzione sulla contrattazione collettiva. Lo studio è stato poi tradotto e pubblicato da Conquiste del lavoro, il quotidiano della Cisl. Ed è interessante annotare come il panorama europeo registri i progressi fatti in alcuni Paesi, ma anche notevoli situazioni di regresso. La Spagna, ad esempio, registra sei milioni di lavoratori temporanei, cinque milioni in Inghilterra, in Francia l'80 per cento delle assunzioni sono per contratti a termine. C'è anche l'Italia, qui catalogata con un po' d'enfasi, visto che si dichiarano tre milioni tutti «falsi lavoratori autonomi».
Ma ecco comparire, nella Grande Germania, i mini-jobs. Sono lavori che interessano sei milioni di persone, e solo una parte di loro (un milione e 400 mila) li adottano come secondo lavoro. Gli altri campano con 400 euro il mese, senza limitazioni dell'orario di lavoro. La denuncia sindacale s'indirizza altresì nei confronti del lavoro interinale, spesso utilizzato dagli imprenditori «per minare la posizione contrattuale delle organizzazioni sindacali». Capita in tal modo che le richieste salariali considerate eccessive siano punite con il ricorso al lavoro in affitto.
Diversa in parte la situazione in Belgio dove il principale problema identificato fa ricordare i nostri falsi lavoratori a progetto. Capita, infatti, che le imprese ricorrano a lavoratori chiamati autonomi provenienti dall'Europa centrale e orientale. Questo per aggirare il pagamento di salari derivanti dalla contrattazione collettiva, se non addirittura il salario minimo fissato per legge. Più roseo il panorama
nei Paesi Bassi dove la popolazione lavorativa flessibile si è ridotta dal 10,3 del 1998 al 6,6 del 2003. C'è però da dire che la liberalizzazione introdotta nel lavoro interinale ha fatto sì che un lavoratore su quattro operi per agenzie che non versano i contributi previdenziali o che non corrispondono i salari stabiliti dalla contrattazione.
È interessante poi osservare la situazione che si sta determinando nei Paesi dell'Est. Ad esempio in Slovacchia si permette il ricorso ai contratti a tempo determinato per un periodo di tre anni. Ma «qualora vi siano le giustificazioni per farlo» la pratica può essere estesa a tempo indefinito. Una specie d'assegno in bianco agli imprenditori. Inoltre tali rapporti di lavoro possono essere rescissi da un momento all'altro. Esistono poi «falsi lavoratori autonomi», sotto l'etichetta di «licenze commerciali». Mentre in Polonia si annota un balzo enorme: i lavoratori a tempo determinato sono passati dal 4 per cento del 1999 al 26 per cento del 2005. Rappresentano il 60 per cento dei giovani.
Secondo l'analisi dei sindacati europei, l'eccessiva flessibilità spinge gli imprenditori a considerare i lavoratori «come un bene dal quale ci si può facilmente privare in caso di difficoltà». E quindi non s'investe nella loro formazione. La percentuale di quanti hanno ricevuta formazione è, infatti, calata dal 30,6 per cento del 2000 al 27,3% del 2005. E tra gli interinali solo il 18 per cento riceve una formazione. Inoltre la necessità dell’apprendimento permanente è spesso negata ai flessibili a causa della loro condizione: bassi salari, lungo orario di lavoro, rapporti di lavoro gerarchici. Tutti elementi che «demotivano le aspirazioni verso il miglioramento delle proprie capacità». Così costoro «non mostrano un forte attaccamento all'impresa e presentano una scarsa motivazione a collaborare».
È significativo il fatto che gli studiosi della Ces considerino come la migliore esemplificazione della precarietà il caso Italia. Qui, scrivono, il precedente governo Berlusconi ha introdotto «diverse tipologie di contratti di lavoro che permettono di destabilizzare i diritti essenziali». La polemica europea investe anche una tesi, cara ad una parte dei giuslavoristi italiani: l'estensione della precarietà deriverebbe dall'eccessiva protezione di cui godono i lavoratori assunti con contratti standard. La via d'uscita? Tra i punti indicati dalla Ces ve n'è uno: «Promuovere comportamenti positivi dei datori di lavoro offrendo incentivi fiscali e parafiscali a coloro che non fanno ricorso al lavoro precario».
Pubblicato il: 25.02.07
Bruno Ugolini
Senza frontiere. Trenta milioni di donne e di uomini. Tutti con contratti «atipici» ovverosia a tempo. Abitano l'Europa allargata, quella composta di 25 Paesi. Un vero e proprio esercito di persone che non hanno la sicurezza del proprio lavoro. Anche se molti affermano che non bisogna stupirsi perché sarebbe un fenomeno connaturato alla fine del cosiddetto fordismo, un vecchio, superato modo di produrre. Oggi, per produrre, sarebbe necessaria un'estesa flessibilità e, naturalmente, la privazione di elementari diritti e tutele.
Del resto quel dato impressionante dei 30 milioni è già superato. Risale al 2005. Ora, nel 2007, siamo a 37 milioni. La crescita è vertiginosa se si pensa che nel 2000 erano 25 milioni. Un balzo del 12,6 per cento. Sono numeri e statistiche raccolte in uno studio («I lavori precari in Europa») curato dalla Confederazione europea dei sindacati e annesso ad una risoluzione sulla contrattazione collettiva. Lo studio è stato poi tradotto e pubblicato da Conquiste del lavoro, il quotidiano della Cisl. Ed è interessante annotare come il panorama europeo registri i progressi fatti in alcuni Paesi, ma anche notevoli situazioni di regresso. La Spagna, ad esempio, registra sei milioni di lavoratori temporanei, cinque milioni in Inghilterra, in Francia l'80 per cento delle assunzioni sono per contratti a termine. C'è anche l'Italia, qui catalogata con un po' d'enfasi, visto che si dichiarano tre milioni tutti «falsi lavoratori autonomi».
Ma ecco comparire, nella Grande Germania, i mini-jobs. Sono lavori che interessano sei milioni di persone, e solo una parte di loro (un milione e 400 mila) li adottano come secondo lavoro. Gli altri campano con 400 euro il mese, senza limitazioni dell'orario di lavoro. La denuncia sindacale s'indirizza altresì nei confronti del lavoro interinale, spesso utilizzato dagli imprenditori «per minare la posizione contrattuale delle organizzazioni sindacali». Capita in tal modo che le richieste salariali considerate eccessive siano punite con il ricorso al lavoro in affitto.
Diversa in parte la situazione in Belgio dove il principale problema identificato fa ricordare i nostri falsi lavoratori a progetto. Capita, infatti, che le imprese ricorrano a lavoratori chiamati autonomi provenienti dall'Europa centrale e orientale. Questo per aggirare il pagamento di salari derivanti dalla contrattazione collettiva, se non addirittura il salario minimo fissato per legge. Più roseo il panorama
nei Paesi Bassi dove la popolazione lavorativa flessibile si è ridotta dal 10,3 del 1998 al 6,6 del 2003. C'è però da dire che la liberalizzazione introdotta nel lavoro interinale ha fatto sì che un lavoratore su quattro operi per agenzie che non versano i contributi previdenziali o che non corrispondono i salari stabiliti dalla contrattazione.
È interessante poi osservare la situazione che si sta determinando nei Paesi dell'Est. Ad esempio in Slovacchia si permette il ricorso ai contratti a tempo determinato per un periodo di tre anni. Ma «qualora vi siano le giustificazioni per farlo» la pratica può essere estesa a tempo indefinito. Una specie d'assegno in bianco agli imprenditori. Inoltre tali rapporti di lavoro possono essere rescissi da un momento all'altro. Esistono poi «falsi lavoratori autonomi», sotto l'etichetta di «licenze commerciali». Mentre in Polonia si annota un balzo enorme: i lavoratori a tempo determinato sono passati dal 4 per cento del 1999 al 26 per cento del 2005. Rappresentano il 60 per cento dei giovani.
Secondo l'analisi dei sindacati europei, l'eccessiva flessibilità spinge gli imprenditori a considerare i lavoratori «come un bene dal quale ci si può facilmente privare in caso di difficoltà». E quindi non s'investe nella loro formazione. La percentuale di quanti hanno ricevuta formazione è, infatti, calata dal 30,6 per cento del 2000 al 27,3% del 2005. E tra gli interinali solo il 18 per cento riceve una formazione. Inoltre la necessità dell’apprendimento permanente è spesso negata ai flessibili a causa della loro condizione: bassi salari, lungo orario di lavoro, rapporti di lavoro gerarchici. Tutti elementi che «demotivano le aspirazioni verso il miglioramento delle proprie capacità». Così costoro «non mostrano un forte attaccamento all'impresa e presentano una scarsa motivazione a collaborare».
È significativo il fatto che gli studiosi della Ces considerino come la migliore esemplificazione della precarietà il caso Italia. Qui, scrivono, il precedente governo Berlusconi ha introdotto «diverse tipologie di contratti di lavoro che permettono di destabilizzare i diritti essenziali». La polemica europea investe anche una tesi, cara ad una parte dei giuslavoristi italiani: l'estensione della precarietà deriverebbe dall'eccessiva protezione di cui godono i lavoratori assunti con contratti standard. La via d'uscita? Tra i punti indicati dalla Ces ve n'è uno: «Promuovere comportamenti positivi dei datori di lavoro offrendo incentivi fiscali e parafiscali a coloro che non fanno ricorso al lavoro precario».
Pubblicato il: 25.02.07
16.2.07
Prato. Il Vangelo secondo San Precario al Terminale
di pratoblog
lunedì 05 febbraio 2007
Un tema scottante e attualissimo, che purtroppo finisce per riguardare tutti i giovani, nessuno escluso: stiamo parlando della precarietà, della difficiltà di trovare un lavoro stabile e soddisfacente. E' nell'ambito del progetto "Cinema di frontiera", voluto dalla Fondazione Michelucci e dall'Arci di Prato, che questa sera alle ore 21, al cinema Terminale si terrà la proiezione del film Il Vangelo secondo precario. Un film del 2005 diretto dal regista Stefano Obino, dalla trama esilarante. Infatti si tratta di un intreccio di quattro storie di ordinaria flessibilità: Dora è una stagista televisiva a cui vengono rubate le idee, Franco è un aspirante scrittore che per vivere fa l'agente finanziario, Mario è un avvocato che aspetta di poter diventare socio di uno studio legale e Marta fa indagini per conto dell'Istat. Su tutti vigila San Precario, un pugile morto per sbaglio delegato all'archiviazione delle preghiere dei precari.
lunedì 05 febbraio 2007
Un tema scottante e attualissimo, che purtroppo finisce per riguardare tutti i giovani, nessuno escluso: stiamo parlando della precarietà, della difficiltà di trovare un lavoro stabile e soddisfacente. E' nell'ambito del progetto "Cinema di frontiera", voluto dalla Fondazione Michelucci e dall'Arci di Prato, che questa sera alle ore 21, al cinema Terminale si terrà la proiezione del film Il Vangelo secondo precario. Un film del 2005 diretto dal regista Stefano Obino, dalla trama esilarante. Infatti si tratta di un intreccio di quattro storie di ordinaria flessibilità: Dora è una stagista televisiva a cui vengono rubate le idee, Franco è un aspirante scrittore che per vivere fa l'agente finanziario, Mario è un avvocato che aspetta di poter diventare socio di uno studio legale e Marta fa indagini per conto dell'Istat. Su tutti vigila San Precario, un pugile morto per sbaglio delegato all'archiviazione delle preghiere dei precari.
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Lavoro precario e ipotesi di resistenza
GROTTAMMARE - Nuovo appuntamento con la rassegna "Immaginazioni al potere"
Venerdì 9 febbraio 2007 nella Sala Kursaal di Grottammare, con inizio alle ore 21.30, nell'ambito della rassegna "Immaginazioni al Potere" si terrà la presentazione del libro Le risorse Umane, (ed. Feltrinelli) di Angelo Ferracuti. Intervengono: l’autore, Enrico Piergallini e Tommaso La Selva
Il vangelo secondo Precario – Storie di ordinaria flessibilità di Stefano Obino (Italia 2005, col, 97’). Film prodotto dal basso, con sottoscrizioni di dieci euro raccolte su internet che danno diritto a una copia del dvd e al proprio nome nei titoli di coda, Il Vangelo secondo Precario narra quattro storie di ordinaria flessibilità: Dora è una stagista televisiva a cui vengono rubate le idee, Franco è un'aspirante scrittore che per vivere fa l'agente finanziario, Mario è un avvocato che aspetta di poter diventare socio di uno studio legale e Marta fa indagini per conto dell'Istat. Su tutti vigila San Precario, un pugile morto per sbaglio, delegato all'archiviazione delle preghiere dei precari.
Il libro
“Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi anni.
Io sono solo un narratore, uno che può prestare i sensi (parole, sguardi) e che vuole capire. Un non esperto che ha attraversato l’Italia cercando di catturare percezioni di prima mano, scansando la cronaca e cercando le storie, l’epica, con uno sguardo aperto e meravigliato in una geografia che tiene conto anche di un retroterra di memoria, soprattutto letteraria, di riferimento.
Le storie che ho raccontato sono solo una campionatura di un grande libro ‘in fieri’, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell’ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell’eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra; e poi di un maestro nichilista dell’Irpinia più inaccessibile e chiusa, un operaio metallurgico che vive da cinquant’anni a Oslo e scrive poesie, una comunità di ragazzi down nella città di Leopardi, il dopolavoro degli operai calzaturieri pakistani, di quelli cinesi e invisibili di Prato. Il cerchio si chiude con un viaggio in tir fatto con un camionista siciliano che attraversa gli asfalti italiani e racconta. Queste sono ‘le risorse umane’ che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse in un mondo che le vuole cancellare.”
AUTORE
Angelo Ferracuti (Fermo 1960), ha pubblicato la raccolta di racconti Norvegia (Transeuropa 1993); i romanzi Nafta (Transeuropa 1997 e Guanda 2000); Attenti al cane (Guanda 1999); Un poco di buono (Rizzoli 2002); la raccolta di testi teatrali Non avere paura del buio (Editoria & Spettacolo 2004). Collabora con “diario della settimana”, “Gente Viaggi” e “Nuovi Argomenti”.
lunedì 05 febbraio 2007, ore 09:17
Venerdì 9 febbraio 2007 nella Sala Kursaal di Grottammare, con inizio alle ore 21.30, nell'ambito della rassegna "Immaginazioni al Potere" si terrà la presentazione del libro Le risorse Umane, (ed. Feltrinelli) di Angelo Ferracuti. Intervengono: l’autore, Enrico Piergallini e Tommaso La Selva
Il vangelo secondo Precario – Storie di ordinaria flessibilità di Stefano Obino (Italia 2005, col, 97’). Film prodotto dal basso, con sottoscrizioni di dieci euro raccolte su internet che danno diritto a una copia del dvd e al proprio nome nei titoli di coda, Il Vangelo secondo Precario narra quattro storie di ordinaria flessibilità: Dora è una stagista televisiva a cui vengono rubate le idee, Franco è un'aspirante scrittore che per vivere fa l'agente finanziario, Mario è un avvocato che aspetta di poter diventare socio di uno studio legale e Marta fa indagini per conto dell'Istat. Su tutti vigila San Precario, un pugile morto per sbaglio, delegato all'archiviazione delle preghiere dei precari.
Il libro
“Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi anni.
Io sono solo un narratore, uno che può prestare i sensi (parole, sguardi) e che vuole capire. Un non esperto che ha attraversato l’Italia cercando di catturare percezioni di prima mano, scansando la cronaca e cercando le storie, l’epica, con uno sguardo aperto e meravigliato in una geografia che tiene conto anche di un retroterra di memoria, soprattutto letteraria, di riferimento.
Le storie che ho raccontato sono solo una campionatura di un grande libro ‘in fieri’, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell’ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell’eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra; e poi di un maestro nichilista dell’Irpinia più inaccessibile e chiusa, un operaio metallurgico che vive da cinquant’anni a Oslo e scrive poesie, una comunità di ragazzi down nella città di Leopardi, il dopolavoro degli operai calzaturieri pakistani, di quelli cinesi e invisibili di Prato. Il cerchio si chiude con un viaggio in tir fatto con un camionista siciliano che attraversa gli asfalti italiani e racconta. Queste sono ‘le risorse umane’ che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse in un mondo che le vuole cancellare.”
AUTORE
Angelo Ferracuti (Fermo 1960), ha pubblicato la raccolta di racconti Norvegia (Transeuropa 1993); i romanzi Nafta (Transeuropa 1997 e Guanda 2000); Attenti al cane (Guanda 1999); Un poco di buono (Rizzoli 2002); la raccolta di testi teatrali Non avere paura del buio (Editoria & Spettacolo 2004). Collabora con “diario della settimana”, “Gente Viaggi” e “Nuovi Argomenti”.
lunedì 05 febbraio 2007, ore 09:17
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