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24.4.07

Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d'Autore: Precari esordi

Il 23 aprile, alle 17.30, alla Biblioteca "Appia" di via La Spezia 21, in occasione della "Giornata Mondiale del Libro 2007" patrocinata dall'Unesco, ci sarà l'incontro dal titolo "Precari esordi. L'esordio della precarietà, la precarietà dell'esordio", occasione nella quale saranno presentati i libri Voi siete qui. Sedici esordi narrativi (minimum fax) e Laboriosi Oroscopi. Diciotto racconti sul lavoro, la precarietà e la disoccupazione (Ediesse).
Partecipano gli autori Giulia Fazzi, Cristiano de Majo,Mario Desiati, Marco Di Marco,Tommaso Giagni, Lorenzo Pavolini, Christian Raimo.
Modera Andrea Capocci.

16.4.07

Precari. Un libro che parla di noi

Recensione del libro "La rivoluzione Precaria, di Antonio Sciotto e Anna Maria Merlo

(6 aprile 2007)

Un libro di Antonio Sciotto e Anna Maria Merlo racconta il movimento Francese anti Cpe,parlando anche della realtà Italiana, sempre piu’determinata dalla precarizzazione del lavoro.

Parafrasando uno dei piu’noti aforismi Marxisti, oggi “uno spettro si aggira per l’Europa… la precarietà”.

Così si potrebbe riassumere l’essenza del libro “La rivuluzione precaria” (Ediesse, Novembre b2006), scritto da due penne de Il Manifesto, Antonio Sciotto e Anna Maria Merlo, rispettivamente giornalista economico e corrispondente da Parigi del “Quotidiano Comunista”.

Il libro è interemante dedicato al movimento francese contro il CPE (contratto di primo impiego), quello che Supiot ha definito come “la più grande e recente protesta di una giovane generazione contro lo svilimento del lavoro e dei suoi diritti”.

“La Rivoluzione Precaria” si presenta quindi come una classica produzione da “movimento”, raccogliendo interviste,riflessioni, analisi statistiche, documenti e manifesti prodotti in quella breve ma intensa ( e non esaurita) stagione di lotte.

Una stagione particolare,perchè per la prima volta le generazioni più giovani sono riuscite a dare una dimensione collettiva e politica a frustrazioni e paure per troppo tempo celate nella mera sfera individuale.

Il movimento dei giovani francesi ha rappresentato e rappresenta infatti un qualcosa che travalica le Alpi e, come ha scritto Ramonet nella prefazione del libro, ci parla dell’incapacità della sinistra nel saper leggere le trasformazioni avvenute, con gli occhi dei novelli sfruttati da organizzare e difendere. In una trama che va oltre i singoli provvedimenti del Governo di centrodestra e che evidenzia la portata gigantesca di una crisi. Quello di un modello di sviluppo che non riesce piu’ a garantire mobilità sociale, ridistribuzione di occasioni e potere (anche indipendentemente dal successo scolastico e universitario dei piu’giovani).

Nel libro si mette a nudo la crisi degli ultimi assiomi positivisti sopravvisuti alla caduta del muro di Berlino: non è piu’ vero che basta studiare e laurearsi per godere di condizioni sociali migliori di quella di partenza. Non è piu’ vero che “flessibile è bello”, che l’individuo solo sul mercato ( sul mercato di oggi, nell’economia riorganizzata di oggi) sia piu’ libero e consapevole.

Sotto accusa è certo la precarietà, la mano invisibile del mercato, la sistematica mercificazione del lavoro. Ma piu’ in generale sotto accusa è un modello che svilisce le energie migliori del continente, che crea tappi generazionali, che impedisce la messa in moto dei circuiti creativi, intellettuali, immaginifici, di cui le generazioni piu’ giovani sono portatrici.

Ed allora questo libro non parla solo della Francia, ma dell’intera Europa, dell’incapacità di rinnovare quel compromesso tra ragioni del mercato e ragioni del lavoro, che ha dato vita al welfare state, che ha responsabilizzato l’impresa, che ne ha ancorato le pulsioni piu’ animali al rispetto dei confini della cittadinanza.

E, quindi, il libro parla anche dell’ Italia.

Non a caso gli autori hanno voluto a tutti i costi uscire in libreria prima del 4 novembre, data della manifestazione indetta dal cartello “Stop precarietà ora”, divisosi negli ultimi giorni a seguito delle esternazioni dei Cobas che hanno convinto parte della Cgil e altri partecipanti a disertare l’appuntamento.

“La rivoluzione precaria” esprime una denuncia che inchioda la politica alle proprie responsabilità, alla propria funzione regolatrice e che. in fin dei conti, investe anche un’idea di democrazia e di libertà.

Come retoricamente si interroga uno degli studenti francesi nei giorni dell’occupazione della Sorbona :” che libertà è quella che si basa sull’insicurezza? Che democrazia sarà mai possibile se molti di noi saranno lavoratori precari per tutta la vita, con la sistematica paura anche solo di parlare, organizzarsi, denunciare le ingiustizie che subiscono?”

Un libro quindi che bisogna leggere, perchè raccoglie voci simili a quelle che potremmo ascoltare in un qualsiasi call center di Firenze, Milano o Roma o in un centro di ricerca di Napoli.

Un libro che parla di noi, dei nostri problemi, delle nostre sconfitte, ma soprattutto delle nostre possibili vittorie.

Letizia Tassinari

3.4.07

Corrado Augias intevista Fabrizio Buratto

E' l'autore di "Curriculum atipico di un trentenne tipico".

27.3.07

Arriva "Zitto e scrivi": il precariato visto da Chiara Lico

Nata a Roma, 32 anni, Chiara Lico è giornalista professionista dal 2000 e lavora in Rai. Laureata in Lettere, con la sua tesi di laurea ha conseguito il premio Mursia. Ha anche vinto il premio Enzimi con il suo racconto Denada. Prima di arrivare in Rai è stata nella redazione del Tg5, al gruppo Repubblica/L’Espresso e nel settimanale Liberal. Ha collaborato con Caffè Europa (Reset).

'Zitto e Scrivi' è la storia di Pieffe, giornalista praticante con contratto a termine da metalmeccanico
In Italia il numero dei giornalisti precari ha superato quello degli assunti. Sono 12 mila i professionisti contrattualizzati e più di 20 mila quelli che lavorano senza contratto a tempo indeterminato o determinato. Nel complesso, sono 30 mila le persone che in Italia fanno informazione e di queste solo un terzo hanno un contratto nazionale da professionisti. Il resto è fatto di collaboratori, precari e coloro i quali anche senza avere il requisito professionale adatto a svolgere questo mestiere, nei fatti lo svolgono. Il progressivo declino della competenza di chi lavora in questo ambito trova alimento anche nella minor selezione che viene fatta alla radice. Ad esempio nessuno affronta come si dovrebbe l’infausto pullulare delle scuole di giornalismo che sfornano, di anno in anno, giornalisti abilitati alla professione che a parte gli stages estivi non sanno neanche che cos’è la gerenza di un giornale ma in compenso tolgono possibilità a chi da anni si fa le ossa gravitando intorno a una redazione e collaborando in cambio di una scarsa remunerazione. A questo si aggiunga la politica (che attualmente - e in modo bipartisan - si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista), visto che si sente - e fa bene perché le viene permesso - di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali. Ma tutto questo potrebbe essere ancora arginabile se il giornalista ricordasse qual è il suo compito: dar voce ai fatti, raccontarli. Possibilmente con la schiena dritta, come chiese all’epoca l’allora Capo dello Stato Ciampi. Ma come è possibile se proprio chi dovrebbe farle, le denunce, è sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento? Su questo tessuto indebolito si sono innestate, a partire dall’anno 2000, tutta una serie di nuove iniziative editoriali benedette da nomi eterei che sanno di libertà (freepress), titoli impalpabili come l’online che le ospitò (portale, vortale… ve lo ricordavate il vortale?). Bene. Lo sciacallaggio vero si è alimentato lì: perché queste “novità” sono state (e sono tuttora) il ricettacolo di collaboratori giovani che cercano di accedere alla professione giornalistica attraverso le più strane e incredibili scorciatoie. Che spesso però si materializzano solo come grandi illusioni per chi ci lavora ma come un grande affare per chi alimenta queste speranze. Il risultato qual è: che il bravo professionista è spesso seduto accanto al precario di turno. Con la differenza che mentre il primo decide come muoversi su un pezzo, di capire quali sono le logiche, di studiare la situazione, chi è meno strutturato e tutelato (anche sindacalmente) in linea di massima asseconda - e in fretta - la linea editoriale che gli viene imposta. E dire linea editoriale è andarci molto leggeri. E allora parliamoci chiaro: ma ai capi conviene di più avere 20 persone “fisse” (che possono tenergli testa) o 20 contratti a termine (che ricatta a suo piacimento?). Diciamola tutta: va bene prendere il rinnovo del contratto nazionale, ma essere precari non significa essere idioti. E allora perché far passare lo sciopero per l’aumento del proprio stipendio come una battaglia per i precari? Perché far passare la terrorizzante applicazione selvaggia della legge Biaggi come la lotta per il debole contratto a termine? Ma per favore. Se il fine è davvero aiutare i precari non serve lo sciopero: basta far lavorare un po’ di più gli assunti. Basta non rifilare ai precari i servizi più scadenti che i più tutelati rifiutano di fare. E potremmo andare avanti con molti altri esempi. Dopodiché, sempre benvenuto il rinnovo del contratto. (25 marzo 2007-10:55)

17.3.07

Zitto e scrivi: il precariato nel giornalismo odierno


Chiara Lico, giornalista Rai, interviene sul blog di Stampa Alternativa sulla patata bollente del precariato nel giornalismo odierno (a introdurre il suo romanzo in uscita su temi analoghi). Eccone uno stralcio:

In Italia il numero dei giornalisti precari ha superato quello degli assunti. Sono 12 mila i professionisti contrattualizzati e più di 20 mila quelli che lavorano senza contratto a tempo indeterminato o determinato. Nel complesso, sono 30 mila le persone che in Italia fanno informazione e di queste solo un terzo hanno un contratto nazionale da professionisti. Il resto è fatto di collaboratori, precari e coloro i quali anche senza avere il requisito professionale adatto a svolgere questo mestiere, nei fatti lo svolgono…. A questo si aggiunga la politica (che attualmente - e in modo bipartisan - si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista), visto che si sente - e fa bene perché le viene permesso - di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali. Ma tutto questo potrebbe essere ancora arginabile se il giornalista ricordasse qual è il suo compito: dar voce ai fatti, raccontarli. Possibilmente con la schiena dritta, come chiese all’epoca l’allora Capo dello Stato Ciampi.

Continua qui.

16.2.07

Lavoro precario e ipotesi di resistenza

GROTTAMMARE - Nuovo appuntamento con la rassegna "Immaginazioni al potere"

Venerdì 9 febbraio 2007 nella Sala Kursaal di Grottammare, con inizio alle ore 21.30, nell'ambito della rassegna "Immaginazioni al Potere" si terrà la presentazione del libro Le risorse Umane, (ed. Feltrinelli) di Angelo Ferracuti. Intervengono: l’autore, Enrico Piergallini e Tommaso La Selva
Il vangelo secondo Precario – Storie di ordinaria flessibilità di Stefano Obino (Italia 2005, col, 97’). Film prodotto dal basso, con sottoscrizioni di dieci euro raccolte su internet che danno diritto a una copia del dvd e al proprio nome nei titoli di coda, Il Vangelo secondo Precario narra quattro storie di ordinaria flessibilità: Dora è una stagista televisiva a cui vengono rubate le idee, Franco è un'aspirante scrittore che per vivere fa l'agente finanziario, Mario è un avvocato che aspetta di poter diventare socio di uno studio legale e Marta fa indagini per conto dell'Istat. Su tutti vigila San Precario, un pugile morto per sbaglio, delegato all'archiviazione delle preghiere dei precari.

Il libro
“Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi anni.
Io sono solo un narratore, uno che può prestare i sensi (parole, sguardi) e che vuole capire. Un non esperto che ha attraversato l’Italia cercando di catturare percezioni di prima mano, scansando la cronaca e cercando le storie, l’epica, con uno sguardo aperto e meravigliato in una geografia che tiene conto anche di un retroterra di memoria, soprattutto letteraria, di riferimento.

Le storie che ho raccontato sono solo una campionatura di un grande libro ‘in fieri’, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell’ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell’eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra; e poi di un maestro nichilista dell’Irpinia più inaccessibile e chiusa, un operaio metallurgico che vive da cinquant’anni a Oslo e scrive poesie, una comunità di ragazzi down nella città di Leopardi, il dopolavoro degli operai calzaturieri pakistani, di quelli cinesi e invisibili di Prato. Il cerchio si chiude con un viaggio in tir fatto con un camionista siciliano che attraversa gli asfalti italiani e racconta. Queste sono ‘le risorse umane’ che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse in un mondo che le vuole cancellare.”

AUTORE
Angelo Ferracuti (Fermo 1960), ha pubblicato la raccolta di racconti Norvegia (Transeuropa 1993); i romanzi Nafta (Transeuropa 1997 e Guanda 2000); Attenti al cane (Guanda 1999); Un poco di buono (Rizzoli 2002); la raccolta di testi teatrali Non avere paura del buio (Editoria & Spettacolo 2004). Collabora con “diario della settimana”, “Gente Viaggi” e “Nuovi Argomenti”.


lunedì 05 febbraio 2007, ore 09:17

18.1.07

Giappone, romanzo su precari vince premio più prestigioso

mercoledì, 17 gennaio 2007

TOKYO (Reuters) - Un'impiegata di 23 anni di Tokio che ha vinto ieri il più prestigioso premio letterario del Paese, ha detto che vuole che il suo libro aiuti i giovani che hanno paura di crescere e di diventare indipendenti.

Nanae Aoyama ha vinto il premio Akutagawa con il romanzo "Hitoribiyori" ("Essere soli"), in cui racconta la storia di una ragazza senza un lavoro fisso che vive con un parente anziano e che sogna di poter essere indipendente.

La storia raccontata nel romanzo riflette una tendenza diffusa tra i giovani giapponesi, che non sono in grado o non vogliono trovare un lavoro a tempo pieno. In molti vivono ancora con la famiglia, anche perché il loro stipendio non gli permette di affittare un appartamento.

"La gente ha paura di lanciarsi nel mondo che sta fuori, spesso senza però sapere il perché", ha spiegato Aoyama ai giornalisti al momento della premiazione. "Anch'io mi sento così" ha aggiunto.

"Vorrei che la gente sapesse che una volta fatto il primo passo, poi si va avanti naturalmente".

Aoyama che ha vinto un premio in denaro di 1 milione di yen (ovvero 8.277 dollari), ha detto che non ha intenzione di lasciare il suo attuale lavoro di impiegata.