Corrado Binacchi
Ma nel triennio 2003-2006 il saldo dei dati occupazionali sale a -1500 unità
Poco meno di cinquecento posti di lavoro andati in fumo in dodici mesi nelle circa cento aziende mantovane del settore tessile-abbigliamento dove è presente la Cgil. Dati che, sommati ai cali di occupazione registrati negli anni scorsi, portano ad un bilancio del triennio 2003-2006 che sfiora le 1500 unità in meno. E’ la fotografia del comparto della calzetteria e dell’intimo scattata dalla Filtea, il sindacato di categoria. Ai numeri messi nero su bianco alla fine dell’anno dall’organizzazione di via Altobelli, vanno aggiunte poi le stime che riguardano le piccole imprese, dove il sindacato non è presente, e le aziende artigiane. «Il quadro è preoccupante - afferma il responsabile della Filtea Silvano Saccani - in tre anni abbiamo perso 2.500 posti».
Si tratta di un’emorragia prolungata, che non sembra accennare ad arrestarsi. Vediamo i dati.
Un anno di tagli. Nelle 95 industrie, di diverse dimensioni, dove il sindacato di via Altobelli è presente, la variazione tra il numero degli occupati alla fine del 2005 (7.768) e al termine del 2006 (7.307) segna un meno 461 addetti. «Sono posti di lavoro a tempo indeterminato persi per il blocco del turn over scattato in quasi tutte le aziende del comparto - spiega il responsabile provinciale della Filtea - dove i lavoratori che per motivi diversi se ne sono andati non sono stati sostituiti, e per l’attivazione delle procedure di mobilità, dovute a diverse difficoltà aziendali, che hanno interessato tra le altre Acquafil, Artsana, Belcom, Csp, Calzificio Lusso, Linea Color, Filodoro, Grand Soleil di Viviverde, Pompea e Texmantova». L’80 per cento dei 461 posti di lavoro andati in fumo nel 2006 riguarda le quindici aziende del settore più grandi, per dimensioni, bilanci e fatturato.
Le stime. Le cifre rese note dalla Cgil, con il conto ufficiale degli occupati del comparto, danno solo un quadro parziale, perchè il sindacato non è presente in tutte le aziende. «Abbiamo stimato che i posti di lavoro a tempo indeterminato persi nell’industria oscillino tra i 550 e i 600 - continua Saccani - circa il 7% dei posti attuali, ai quali va aggiunto il calo registrato nelle aziende artigiane. Il dipartimento dell’artigianato della Cgil ha avviato 120 pratiche di disoccupazione e circa un centinaio di fascicoli di sospensioni che hanno coinvolto circa 170 lavoratori del settore tessile. «Le aziende che hanno chiuso i battenti, di cui siamo a conoscenza, sono una decina - spiega Saccani - considerando che il sindacato in questo settore dell’attività produttiva riscontra molte più difficoltà rispetto a quello dell’industria, e tenuto conto che la nostra presenza nelle imprese artigiane non è diffusa come nell’industria, è corretto pensare che la contrazione dei posti di lavoro dell’artigianato nel 2006 sia stata di 150-200 unità. Con tutte le incertezze della rilevazione stimiamo, complessivamente, un calo occupazionale di circa 750 addetti».
Il triennio nero. La contrazione del 2006 è stata meno pesante di quella del 2005 (-622 posti persi nelle industrie monitorate dal sindacato di via Altobelli) ma più consistente di quella di tre anni fa (-399 il saldo alla fine del 2004). «Il dato più eclatante, e al tempo stesso preoccupante - sottolinea il responsabile provinciale della Filtea - è che in tre anni il territorio mantovano ha dovuto rinunciare a quasi 1500 posti di lavoro, che diventano più di 2500 se consideriamo anche le piccole aziende, i laboratori e le imprese del comparto artigiano. Non solo, questa perdita di posti stabli è stata accompagnata da una crescita, in alcune realtà produttive, di posti precari. Il lavoro a tempo determinato e quello interinale hanno rappresentato anche nel settore della calzetteria e del seamless la risposta alle diverse esigenze del mercato ma senza alcun impegno sul futuro». Solo nelle 45 aziende del distretto di Castel Goffredo la Cgil ha rilevato in tre anni un saldo negativo di 1.015 unità. «Dati ancor più allarmanti di quelli registrati nella ricerca condotta dal Centro Servizi Calza».
Il mercato. Proprio il Csc aveva parlato di segnali incoraggianti, dal 2006, in particolare per quanto riguarda l’andamento dei fatturati. «Le situazioni di crisi, superate comunque riducendo l’occupazione, sono legate più alla distribuzione che all’attività produttiva vera e propria - risponde Sacsani - Un esempio? Csp, che ha aumentato il fatturato non tanto grazie alla produzione ma alla distribuzione del marchio Puma».
(16 gennaio 2007)
atipici flessibili precari casa reddito mobilità licenziamenti repressione rappresentanza lotta sciopero manifestazione presidio assemblea dibattito contratto rinnovo mayday redditoxtutti precog incontrotempo lavoro non lavoro
Visualizzazione post con etichetta tessili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tessili. Mostra tutti i post
1.12.06
Su 10 assunti nei Servizi, 9 sono precari
IL TERRITORIO CHE CAMBIA
Su 10 assunti nei Servizi, 9 sono precari
Alessandro Abbadir
La Cgil lancia un appello ai Comuni: «Appalti solo a chi ha manodopera fissa»
DOLO. Il precariato sta diventando una vera piaga per la Riviera del Brenta e il Miranese. Qui nel giro di un anno i posti di lavoro precari sono aumentati del 25%. Ora i precari o lavoratori flessibili nei 17 comuni sfiorano le 10 mila unità e sono destinati ad aumentare. Il sindacato chiede una moratoria ai Comuni: date lavoro in appalto solo a ditte che non usano manodopera precaria.
«A chiedere sempre più precari sono le piccole e medie imprese della zona che - spiega Ezio De Rossi segretario della Cgil e della Riviera e del Miranese - puntano a licenziare e a riassumere a tempo determinato o con contratti come il coordinato continuativo e quello a progetto». Secondo De Rossi il precariato in Riviera e nel Miranese sta prendendo piede soprattutto nel settore dei Servizi. «In questo settore - spiega - i problemi sono legati ad una volontà delle aziende di assumere solo precari. La percentuale sfiora il 90 % delle assunzioni. C’è da chiedersi come può un giovane progettare il futuro con una situazione sociale di questo tipo. I giovani più colpiti poi sono quelli che hanno un grado di istruzione più alto. In settori come l’edilizia o il tessile invece si punta a fideizzare l’operaio anche se il fenomeno del tempo determinato ormai raggiunge percentuali che arrivano al 30 % della manodopera in metà delle aziende». Per ciò che riguarda la produzione i valori per il sindacato non sono buoni: ci sono valori positivi nel settore metalmeccanico, nei servizi e nella gomma-plastica. Il settore edile cresce solo del 0,2%, mentre il tessile calzaturiero registra una contrazione del 1,3%. Male l’occupazione nel settore metalmeccanico dove si registra un calo pari al 2%, nei servizi un saldo positivo del 1,5%. E’ entrato in una fase di stagnazione il settore edile. Insomma nonostante il lavoro precario sia utilizzato come metodo, l’occupazione non cresce. Stabile il settore chimico con licenziamenti e messa in mobilità aumentate del 5% rispetto allo scorso anno. Vanno bene Nuova Pansac e Reckitt Benckiser. Per De Rossi il governo e il sottosegretario Franca Donaggio, che è mirese, dovrebbero dare risposte più forti. In attesa di una revisione della Legge Biagi la Cgil lancia l’idea di una moratoria degli appalti con precari all’interno delle pubbliche amministrazioni. «Chiediamo ai Comuni - dice - di non dare appalti ad aziende che utilizzano la manodopera precaria in maniera massiccia. Questo dovrebbe diventare un principio etico discriminante da far partire da questo territorio come esempio». In realtà sono gli stessi Comuni a usare personale precario. La Cgil auspica un assorbimento in pianta stabile di tutti i giovani che vi lavorano, con nuove manovre finanziarie del governo.
(01 dicembre 2006)
Su 10 assunti nei Servizi, 9 sono precari
Alessandro Abbadir
La Cgil lancia un appello ai Comuni: «Appalti solo a chi ha manodopera fissa»
DOLO. Il precariato sta diventando una vera piaga per la Riviera del Brenta e il Miranese. Qui nel giro di un anno i posti di lavoro precari sono aumentati del 25%. Ora i precari o lavoratori flessibili nei 17 comuni sfiorano le 10 mila unità e sono destinati ad aumentare. Il sindacato chiede una moratoria ai Comuni: date lavoro in appalto solo a ditte che non usano manodopera precaria.
«A chiedere sempre più precari sono le piccole e medie imprese della zona che - spiega Ezio De Rossi segretario della Cgil e della Riviera e del Miranese - puntano a licenziare e a riassumere a tempo determinato o con contratti come il coordinato continuativo e quello a progetto». Secondo De Rossi il precariato in Riviera e nel Miranese sta prendendo piede soprattutto nel settore dei Servizi. «In questo settore - spiega - i problemi sono legati ad una volontà delle aziende di assumere solo precari. La percentuale sfiora il 90 % delle assunzioni. C’è da chiedersi come può un giovane progettare il futuro con una situazione sociale di questo tipo. I giovani più colpiti poi sono quelli che hanno un grado di istruzione più alto. In settori come l’edilizia o il tessile invece si punta a fideizzare l’operaio anche se il fenomeno del tempo determinato ormai raggiunge percentuali che arrivano al 30 % della manodopera in metà delle aziende». Per ciò che riguarda la produzione i valori per il sindacato non sono buoni: ci sono valori positivi nel settore metalmeccanico, nei servizi e nella gomma-plastica. Il settore edile cresce solo del 0,2%, mentre il tessile calzaturiero registra una contrazione del 1,3%. Male l’occupazione nel settore metalmeccanico dove si registra un calo pari al 2%, nei servizi un saldo positivo del 1,5%. E’ entrato in una fase di stagnazione il settore edile. Insomma nonostante il lavoro precario sia utilizzato come metodo, l’occupazione non cresce. Stabile il settore chimico con licenziamenti e messa in mobilità aumentate del 5% rispetto allo scorso anno. Vanno bene Nuova Pansac e Reckitt Benckiser. Per De Rossi il governo e il sottosegretario Franca Donaggio, che è mirese, dovrebbero dare risposte più forti. In attesa di una revisione della Legge Biagi la Cgil lancia l’idea di una moratoria degli appalti con precari all’interno delle pubbliche amministrazioni. «Chiediamo ai Comuni - dice - di non dare appalti ad aziende che utilizzano la manodopera precaria in maniera massiccia. Questo dovrebbe diventare un principio etico discriminante da far partire da questo territorio come esempio». In realtà sono gli stessi Comuni a usare personale precario. La Cgil auspica un assorbimento in pianta stabile di tutti i giovani che vi lavorano, con nuove manovre finanziarie del governo.
(01 dicembre 2006)
Etichette:
cgil,
dati,
dicembre2006,
dolo,
edili,
precari,
ricerca,
stabilizzazione,
tessili,
venezia
Iscriviti a:
Post (Atom)