9.3.06

EuroMayDay: appello convocazione per assemblea il 17/3

EUROMAYDAY 006

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Girando per le strade della vostra città avrete sicuramente notato un manifesto, di propaganda elettorale, che recita le testuali parole: "oggi precarietà domani lavoro".

Il senso di fastidio che questa immagine ci crea deriva certamente dalla consapevolezza che il mittente di questo messaggio è proprio quel centro sinistra che - varando la legge Treu - ha aperto le porte alla precarizzazione selvaggia e ha esposto la nostra vita, in ogni suo aspetto, al saccheggio sistematico delle imprese che dispongono di noi liberamente (questa è la loro libertà).

Non giova ricordarsi degli atteggiamenti da struzzo e delle lacrime da coccodrillo che, di volta in volta, di fronte all'enormità del problema, hanno assunto i vari esponenti politici: al principio hanno negato l'esistenza di un meccanismo di precarizzazione sistematico, poi hanno cercato di minimizzare il tutto e infine, di fronte l'evidenza, stanno cercando di cavalcare la "questione precarietà" distinguendo i lati negativi da quelli positivi o perlomeno necessari.

Fin qui ripetono semplicemente "le loro ragioni" di nove anni fa.

In verità, per chi avesse voglia di soffermarcisi, quella frase contiene un inghippo ben più grave che quello ipocrita sollevato sopra.
Lo slogan afferma che per sconfiggere la precarietà bisogna ottenere lavoro. Ma come?

Nell'opulento nord il tasso di disoccupazione è così basso da fare sì che gli economisti citino il raggiungimento della piena occupazione; tanto che tutti/e, ma in particolare modo i più precari/e, hanno più impieghi contemporaneamente e si è sempre disponibili: sere, sabati, domeniche e feste comandate.

Naturalmente i pagamenti, sempre più miseri, sono a 30, 60, 90 giorni, è "vietato" ammalarsi e le ferie, non retribuite, devono comunque coincidere con le esigenze dell'azienda.

Se nelle regioni settentrionali lo slogan "oggi precarietà domani lavoro" sembra essere una forte presa per il culo nelle regioni meridionali la frase suona un pò più drammatica.

Infatti alla "tradizionale" precarietà, da disoccupato a tempo indeterminato, si è affiancata una trasformazione del lavoro nero - unica boa per molti/e - nell'intento propagandistico di contenerne la diffusione - ma di fatto sdoganadolo - attraverso l'attribuzione alla mansione di un infinita varietà di contratti, dai nomi altisonanti, dalla praticabilità nulla, ma che recitano tutti: zero diritti, zero sicurezza, poco salario.
Finalmente! Il lavoro nero, liberato dalla negatività che si porta appresso attraverso un piccolo artifizio linguistico, senza troppi fronzoli, può assumersi il ruolo storico della normalizzazione del rapporto fra persona e impresa.

E quindi quello slogan letto da una parte dice l'esatto contrario dello stesso letto altrove: al sud risolviamo il problema con un piccolo maquillage, al nord con un'operazione chirurgica da centro estetico. Ma sempre di trucchi si parla.

Detto questo a noi piace essere più semplici: oggi siamo precari perché lavoriamo (tanto) ad orari pazzeschi e cangianti, per il bisogno di profitto delle imprese - che qualcuno afferma essere il progresso - prendendo due lire che con l'euro si sono pure dimezzate.

Tutto ciò avviene perchè le imprese sono troppo forti, e troppo gli è concesso, e lo sono perchè molte volte le forme di conflitto tradizionali non sono più state in grado di incidere nella complessità delle trasformazioni della produzione.

Quindi non siamo precari perchè non abbiamo il lavoro; lo siamo perché veniamo retribuiti male e sempre più tardi, perchè l'affitto delle case costa troppo, i servizi privatizzati sono troppo cari, il saltare da un capo all'altro della città per/o in cerca di lavoro ha dei costi e questi sono eccessivi.

Siamo precari/e perchè ci hanno atomizzato, perchè le identità di una volta non sono ricomponibili ma comunque esiste, ne siamo la prova vivente, ancora lo sfruttato e lo sfruttatore.

Senza farla troppo lunga è facile capire che chi ha concentrato in quattro parole un numero talmente alto di fesserie non capisce tutt'oggi quello che i precari e le precarie cominciarono a spiegare, narrandosi e confrontandosi, cinque anni orsono. Oltrepassando la sfiga (auto)organizzando la Mayday Parade - che anno dopo anno si è ingigantita ed è tracimata in altre città italiane ed europee fino a diventare la più importante manifestazione della critica al lavoro e del protagonismo precario - si è voluto battere il tempo del cambiamento e trasformare un grido d'aiuto in un segnale di svolta.

E' importante che la Mayday rimanga espressione autonoma e radicale dell'intelligenza dei conflitti, ed è importante che non diventi rito, mediatico o meno, perchè ciò la condannerebbe a diventare passerella ambita.

Se vi interessano le parole dei precari/e, le loro ( vere ) rivendicazioni e la loro voglia di conflitto:

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Assemblea Mayday domenica 19/3/006, ore 10.00 (mattina) @ Cascina
Autogestita Torchiera senzacqua piazzale cimitero maggiore 18, Milano

Tram 14/MM Uruguay + bus 40 http://www.trok.it/torchiera/dove.asp


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A seguire, per ricordare DAX invitiamo tutti a partecipare a:

Ore 16.00 Manifestazione a Rozzano. da via G. Rossa, davanti alla scuola superiore, al cimitero di Rozzano. Ore 17.30 Alla Cascina Grande. Presentazione del libro: "La
resistenza di oggi", raccolta dei testi vincitori del concorso letterario "Davide
Cesare". Ore 19.30 Cena popolare presso lo spazio Aurora. Ore 21.00
Spettacolo teatrale di Walter Leonardi.

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9/3 Parigi: la Sorbona è occupata, contro la precarietà

L'Universita' parigina della Sorbona e' chiusa in seguito all'occupazione di un centinaio di studenti che protestano contro il contratto di primo impiego (Cpe)

Parigi, 9 mar. - (Adnkronos/Dpa) - L'Universita' parigina della Sorbona e' chiusa in seguito all'occupazione di un centinaio di studenti che protestano contro il contratto di primo impiego (Cpe), un disegno di legge del premier francese Dominique De Villepin che consente alle societa' con piu' di venti impiegati di licenziare senza giustificazioni i dipendenti neoassunti, con meno di 26 anni, entro un periodo di prova fissato a due anni. Attualmente 38 universita' francesi sul totale di 82 sono in agitazione contro il 'Cpe'.

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"Attenzione, se votate a sinistra sarete licenziati"

«Attenzione, se votate a sinistra sarete licenziati»

Singolare campagna elettorale tra i ragazzi del call center di una multinazionale della ristorazione veloce
Succede alla Bofrost, multinazionale tedesca leader nella vendita per telefono di surgelati. Pressioni dei capi sui giovani precari. Se rimane il Cavaliere, dicono, potrete mantenere il lavoro.


La Bofrost, multinazionale tedesca dei surgelati, occupa un mercato nuovo, fatto di quelle migliaia di persone che, per i loro tempi di lavoro e la nevrosi quotidiana a cui un po' tutti siamo costretti, non riescono a organizzarsi per fare una normale spesa e permettersi pranzi e cene cucinate alla vecchia maniera. La Bofrost offre il pranzo o la cena veloci: basta telefonare o prenotare via internet quello che si desidera: dai primi piatti, fino al gelato. Un servizio all'altezza dei tempi, che si avvale - anche questo in perfetta sintonia con il presente - di ragazzi assunti con contratti a tempo determinato, spesso ristrettissimi, anche di due mesi. Si chiamano, come sanno bene i lettori, «cocopro», che sono una derivazione dei «cococo». Sono ragazzi che vengono assunti «a progetto» per rispondere al telefono e trattare con i clienti. Il progetto, in questo caso, è il servizio surgelati a domicilio. Che c'è dunque di nuovo? Si scopre che questi giovani lavoratori, oltre a subire i ricatti economici della precarietà (lo stipendio è legato alle commissioni ottenute e se va bene si riesce a portare a casa 500 euro al mese) possono essere sottoposti anche a pressioni elettorali. La denuncia è comparsa su un sito internet di informazione e controinformazione (www. contrappunti.info) dove si racconta della dichiarazione di un capo aerea della Bofrost. Pregate Dio - avrebbe detto il capo - che alle prossime elezioni vinca il Cavaliere, perché se vince la sinistra dovremo licenziarvi tutti. Abbiamo cercato qualche riscontro, ma la cosa è difficile perché quasi sempre in questi posti di lavoro il sindacato non è presente. Anzi, si legge che la Corte di Giustizia europea si è dovuta occupare della Bofrost che - tra il 2000 e il 2001 - aveva rifiutato di applicare le regole di trasparenza sindacale previste per le imprese europee. In Italia la Bofrost ha spostato continuamente i suoi servizi e applica una mobilità molto spinta sia ai contratti, sia alla stessa organizzazione del lavoro. A Roma, per esempio, la multinazionale avrebbe diviso in due il call center, impegnando una parte dei ragazzi e delle ragazze alla vendita e un'altra alla distribuzione dei cataloghi dei prodotti.

Ma è possibile utilizzare la legge 30 come rircatto elettorale? «Non so se è vera questa notizia - commenta Cesare Damiano, responsabile del lavoro e delle professioni dei Ds - ma se fosse vera, dimostrerebbe come certi dirigenti intendono oggi il rapporto di lavoro: precario e sempre sotto ricatto, il tutto condito con il tentativo di condizionare anche politicamente i giovani». E' inutile dire, conclude Damiano, che questo è anche il frutto delle leggi varate dal centrodestra, leggi che noi ci prepariamo a modificare.

«La legge Biagi salva questi giovani dei call center? - si chiede Maurizio Scarpa, segretario nazionale della Filcams Cgil - a quanto pare certi dirigenti dicono cose imprecise perché è proprio la legge 30 che permette forme di lavoro di questo tipo. Se rimarrà tale, questi giovani saranno licenziati proprio perché non possono essere assunti a tempo indeterminato. L'altra cosa che i dirigenti non dicono è che esiste un contratto nazionale dei dipendenti dei call center, un contratto che le imprese si guardano bene di applicare. Le norme - dice ancora Scarpa - prevederebbero l'assunzione a tempo indeterminato del 50% dei dipendenti dei call center. Cosa molto distante dalla realtà. «Non sappiamo bene quale sia il clima in questo call center - dice Davide Imola, del sindacato Nidil Cgil - ma la storia, purtroppo, è credibile perché ci sono migliaia di giovani lavoratori che vivono di ricatti». Anche la Cisl, come la Cgil, ha cominciato il lavoro di sindacalizzazione dei giovani precari. Come Lai (lavoratori atipici e interinali), dice Ivan Guizzardi, stiamo per lanciare degli «sportelli» nei pub, dove i ragazzi si incontrano.

PAOLO ANDRUCCIOLI

Il Manifesto
8/3/2006

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Pisa: cervelli ribelli

29-30 MARZO: REFERENDUM DEI PRECARI DELL'UNIVERSITA'

Cervelli ribelli
All'università di Pisa, ateneo di precaria eccellenza, i ricercatori atipici si organizzano. Mentre il governo continua a dirottare fondi sulle superscuole per pochi eletti come la Normale o il S. Anna - nient'affatto estranee al fiorente giro di speculazioni edilizie in città - all'università che dovrebbe essere "per tutti" la ricerca, la didattica e interi corsi di laurea vanno avanti solo grazie al lavoro sottopagato o gratuito, senza diritti né tutele.
Dopo l'adesione alla giornata di mobilitazione nazionale e varie assemblee nelle facoltà, i precari hanno indetto un referendum per il 29 e 30 marzo... e ovviamente si sono visti opporre il rifiuto dell'Università.
Ma non finisce qui!

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Icram: cercasi rambo precario

Da "Il Foglietto di USI/RdB" del 7 marzo 2006

L'Icram cerca rambo precario, per 1200 euro mensili. Lordi.
L’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram), ente di ricerca presieduto da Folco Quilici, ha pubblicato nei giorni scorsi un avviso di pubblica selezione finalizzato alla acquisizione di una collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) per 12 mesi.Questi i requisiti richiesti agli aspiranti: diploma di scuola media superiore; brevetto di sommozzatore professionista; patente nautica a motore; licenza di radiotelefonia in lingua inglese; brevetto di volo; competenza dimostrabile in foto-riprese subacquee; esperienza in taglio e saldatura in acqua e convenzionale; competenza in attività di drenaggio e recupero di materiali di sedimento; buona conoscenza di programmi microsoft office; ottima conoscenza della lingua inglese. Il tutto, per 1200 euro mensili. Lordi. Tra i requisiti, certamente superiori a quelli richiesti agli aspiranti astronauti, ad avviso di Usi/RdB - sindacato maggiormente rappresentativo nel comparto degli enti pubblici di ricerca - manca la statura, che non dovrebbe essere inferiore ai...due metri e settanta.

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La Francia respinge la precarietà di de Villepin

Almeno un milione di francesi ha partecipato ieri ai 160 cortei organizzati in tutto il paese dai sindacati contro il Contratto prima assunzione. Il Cpe - contratto riservato a chi ha meno di 26 anni e che prevede un periodo di prova di due anni durante i quali il giovane può essere licenziato senza giusta causa - è stato fortissimamente voluto dal primo ministro Dominique de Villepin, che ne ha fatto uno dei punti cardine del suo piano di lotta alla disoccupazione. Malgrado l’ostilità dei francesi (il 62% si dichiara contrario al provvedimento), de Villepin ha espresso la sua determinazione ad andare fino in fondo.

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Engineering non dà i soldi del contratto, sit in a Roma

Sciopero di 3 ore con presidio presso la sede Engineering di Roma contro la decisione aziendale di riassorbire nei superminimi individuali gli aumenti previsti dal recente rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Ciò, malgrado il 2005 si sia concluso con 387 milioni di euro di ricavi. La RSU reputa questo atteggiamento lesivo nei confronti dei lavoratori ed annuncia nuove iniziative di lotta.

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Cnel: dipendenti senza contratto da 51 mesi

Cnel, dipendenti senza contratto da 51 mesi

I lavoratori del Cnel sono in stato di agitazione perché dopo 51 mesi sono ancora senza contratto di lavoro. Lo scrivono in una nota Cgil, Cisl e Uil della Pubblica Amministrazione. I sindacati reclamano «il diritto all’adeguamento delle loro retribuzioni ferme al 2001» e segnalano che «a 5 mesi dalla firma dell’ipotesi di accordo il contratto di lavoro non è ancora applicabile».

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Flc Cgil: istituto Insean a rischio bancarotta

La Flc Cgil: istituto Insean a rischio bancarotta
Un «importantissimo» ente di ricerca, l’Insean (Istituto Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale) «grazie all'incuria del Governo è a rischio di bancarotta». Lo denuncia il segretario generale della Flc-Cgil, Enrico Panini spiegando che l’ente ormai ha esaurito le risorse per pagare gli stipendi del personale (circa 160 persone).

(da Liberazione, 8 marzo 2006)

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Ex-Timavo: escono i padroni, la dirigono gli operai

Prove di autogestione per 90 dipendenti della tintoria tessile di Bollate (Milano) che, con l’appoggio della Provincia e del Comune, rilevano l’azienda salvando l’area dalla speculazione immobiliare

Bruno Casati *

L’apparentemente inarrestabile crisi del settore tessile-abbigliamento, un assessorato provinciale al contrasto delle crisi industriali retto da Rifondazione Comunista, un sindacato disponibile a sperimentazioni avanzate, l’occupazione della fabbrica per piegare le ultime resistenze padronali: questi gli ingredienti di una miscela che ha portato 90 lavoratori dell’ex Timavo & Tivene di Bollate, nell’hinterland di Milano, a “comprarsi” la fabbrica. Potrebbe sembrare una “semplice” azione di autogestione, un qualche tentativo di autoimprenditorialità per tentare di salvare disperatamente qualche posto di lavoro, invece questo “nuovo esperimento sociale” può essere qualcosa di più.

Nel centro-nord Italia esistono una dozzina di medie tintorie tessili come la Timavo e quando la crisi si stabilizzerà, sul campo ne rimarranno la metà. I ragionamenti che oramai circolano - dalla Camera della Moda (gli industriali del settore) fino al sindacato - sono basati sull’inevitabilità strutturale che una serie di aziende del comparto intermedio della filiera moda dovranno per forza sopravvivere, perché una quota delle commesse nazionali, per le caratteristiche di questo punto della filiera del tessile, non possono emigrare, ma devono avere dei servizi sullo stesso territorio, logisticamente vicini. Effettivamente già nell’ultimo anno lo stabilimento di Bollate era quasi in pareggio, non più in caduta libera, si poteva resistere e salvare il lavoro se non fosse che per i padroni quello non si presentava più come un intervento sicuro e remunerativo. E poi c’era l’area.

Se non ci fossero stati i lavoratori in mezzo, l’area immobiliare, nel bel mezzo di Bollate, sarebbe diventato il vero affare. Invece, lunedì 6 Marzo, i lavoratori costituiscono una loro società, con l’appoggio politico ed economico della Provincia di Milano e del Comune di Bollate, e rilevano di fatto l’azienda, concorrendo alla nuova impresa con le quote corrispondenti alla 14ª mensilità.

L’occupazione della fabbrica, il blocco delle merci, uniti con una forte pressione istituzionale, hanno convinto la vecchia proprietà a firmare dei contratti d’affitto che permetteranno ai nuovi lavoratori/proprietari di continuare la produzione. E’ una novità ed è una sfida.

Con una caratteristica: nel mentre i padroni abbandonano uno scenario produttivo a rischio, i manager scelgono invece di seguire i lavoratori. Infatti l’Agenzia di Sviluppo Milano Metropoli, società che la Provincia ha promosso per sostenere progetti di reindustrializzazione, è intervenuta a sostegno dei lavoratori con risorse finanziarie e con disponibilità manageriali.

La convinzione diffusa tra i lavoratori e il management è che se si riuscirà a superare l’anno in corso mantenendo le necessarie quote di mercato, sarà garantito il futuro dell’azienda. La scommessa è tutta aperta. Comunque sia il tentativo, seppur applicato a un’azienda con un centinaio di dipendenti, non può non lasciare il segno.

Il messaggio è che non sempre davanti a una proprietà che abdica, davanti a una crisi, per quanto difficile, ci si deve rassegnare a una distruzione produttiva. Per la struttura pubblica non si tratta di fare inconcludenti interventi a pioggia, scucire quattrini pubblici per rendere meno aspra la chiusura degli stabilimenti, ma bensì di supportare e orientare progettualità ben definite per tenerli aperti gli stabilimenti.

Si apre un nuovo scenario dove i lavoratori, da vittime sacrificali delle crisi, decidono di essere le leve, non per forza esclusive, di nuovi e vitali assetti proprietari. Il caso della ex Timavo è un esperimento che va in questa direzione, destando forse qualche perplessità fra chi non vuole osare soluzioni innovative nel mondo del lavoro.

* assessore provinciale al contrasto delle crisi industriali

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Ateneo di Pisa: i precari votano (il Manifesto)

Dal manifesto del 9 marzo 2006

Ateneo di Pisa, i precari votano
Referendum dei ricercatori il 29 e 30 marzo. Ma il Rettore lo boccia
ANTONIO SCIOTTO

Primo caso in Italia, all'Università di Pisa è stata organizzata la consultazione di tutti i precari della ricerca. Un vero e proprio referendum con tanto di seggi, urne e scrutatori, da svolgersi il 29 e 30 marzo prossimi, con il quale verrà messa in votazione la piattaforma elaborata dal «Comitato ricercatori precari»(www.precariunipi.unmondodi.it). L'«ateneo di eccellenza», che sforna da secoli i «cervelloni italiani» (celebri la Scuola Normale e il Sant'Anna) è un serbatoio di contratti a termine, ricercatori e insegnanti sottopagati e con la scadenza incorporata. E qui non consideriamo i bibliotecari, gli amministrativi, i servizi tecnici e di custodia, le portinerie, le pulizie. Ma per ora i vertici dell'Università hanno sbattuto le porte in faccia all'iniziativa. «Il Comitato è nato da un'assemblea permanente aperta lo scorso ottobre - spiega uno dei ricercatori, Ciccio Auletta - Abbiamo elaborato la piattaforma, approvata in dicembre. Poi sono partite 20 assemblee decentrate nelle diverse facoltà, ciascuna delle quali ha inviato i suoi delegati al Comitato». E' stato chiesto un incontro al Rettore Marco Pasquali per ottenere le agibilità della consultazione, e due giorni fa i precari sono stati ricevuti da ben 6 prorettori. E' stato un no su tutti i fronti: non verranno fornite schede e urne elettorali, l'iniziativa non verrà pubblicizzata sul sito web dell'ateneo né pubblicata sugli Albi ufficiali di avvisi e manifesti. Era stato anche richiesto che l'Università inviasse propri osservatori. Unica disponibilità: verrà inviata una lettera in cui si invitano i presidi a «non ostacolare le consultazioni, favorendo l'accesso a spazi conformi alle necessità di voto». La conclusione degli accademici, abbastanza disarmante, è stata: «Non possiamo riconoscere la legittimità del referendum, voi non siete lavoratori».

Una bella botta per i dottorandi con e senza borsa, gli assegnisti di ricerca, i cococò, a progetto e occasionali, gli specializzandi, i borsisti post-lauream e post-dottorato, i ricercatori in formazione, i cultori della materia: tutti semplici «studenti», sebbene a vario titolo, magari da molti anni, prestino la propria opera nell'università. D'altra parte, se i professori del corpo docente sono 1850, i ricercatori precari sono almeno 3 mila: sono dati ufficiali 700 dottorandi con borsa, 400 senza, 900 specializzandi in medicina, 32 ricercatori in formazione, e - come ha dichiarato la stessa Università al Tirreno - «1538 cocoprò stipulati per il solo 2005, alcuni di un anno altri di poche settimane».

Il referendum, che si terrà comunque, è strutturato su 7 quesiti: 1) l'apertura di un tavolo con l'Ateneo sulla questione del precariato; 2) l'istituzione di un'anagrafe dei lavoratori «non strutturati» (i precari, appunto); 3) l'equiparazione dei «non strutturati» agli strutturati rispetto ai diritti di malattia, maternità, congedo parentale e ferie, di riunione e assemblea; 4) il riconoscimento ufficiale e la certificazione di tutte le attività svolte e loro retribuzione secondo il principio «a parità di mansione parità di trattamento», con la garanzia della cadenza mensile dei pagamenti; 5) accesso dei non strutturati a un fondo individuale per formazione e ricerca, e la possibilità di essere titolari di progetti di ricerca; 6) vincolo di stipulare contratti solo se pari o superiori ai 12 mesi; 7) definizione di un piano di assunzione di ricercatori a tempo indeterminato, attraverso i finanziamenti ordinari e il budget pensionamenti. Il «Comitato precari» invita docenti, studenti, tecnici-amministrativi e sindacati a pronunciarsi sulla «bocciatura» da parte del Rettore.

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Livorno: Quei poveri coccoprò del 12 40

Dal Manifesto del 9 marzo 2006:

Quei poveri cocoprò del 12 40
Nuovi licenziamenti e soprusi nel call center Telegate di Livorno

TOMMASO TINTORI
LIVORNO

E' di nuovo bufera, a Livorno, attorno al call center Telegate, che lavora per l'89 24 24 «Pronto Pagine Gialle» e il 12 40. Prima per un appuntamento tra il segretario Slc-Cgil, Nicola Triolo, e una delegazione di lavoratori al quale il sindacalista non si sarebbe presentato. Poi per l'incontro privato, scoperto per puro caso, avvenuto lo scorso 15 febbraio tra lo stesso Triolo, un rappresentante della Uil e i vertici Telegate negli uffici del call center a Guasticce, apparso ai più come l'ennesima mancanza di rispetto da parte del sindacato nei confronti dei centralinisti. Durante l'incontro, l'azienda si sarebbe mostrata preoccupata per una riduzione del traffico-chiamate pari al 20%. Uno sfogo che non trova riscontro nelle testimonianze dei centralinisti, che riferiscono di un surplus di chiamate e di una forte richiesta di straordinari. Tra l'altro, il periodo precedente rispetto al quale l'azienda calcola il decremento è stato valutato dalla stessa Telegate di eccezionale produzione. Sarebbe insomma come fare una stima dei flussi turistici la settimana successiva a Ferragosto. Ma Telegate si sarebbe lamentata anche per la diminuzione delle tariffe di alcuni call center concorrenti (nel mirino l'adozione della chiamata a costo fisso), tanto da parlare di concorrenza sleale. Dall'altra parte replicano che la concorrenza sleale la fa chi annovera solo 13 assunti con contratti da dipendente a fronte di 321 lavoratori a progetto (66 a un anno, 75 a 6 mesi e 180 a 3 mesi), tanto che si vocifera di un'ispezione avviata dall'Inps proprio in virtù di questo incredibile squilibrio tra assunti e precari. L'azienda avrebbe in un certo senso preparato il campo per giustificare il mancato rinnovo di 13 contratti sui 50 scaduti il 28 febbraio, un numero che Antonio Colaianni, direttore generale di Telegate, ha detto non discostarsi dalla percentuale del 9,2% registrata fino ad oggi e considerata «fisiologica». Peccato che 13 su 50 rappresentino il 25% e non il 9% e che, contrariamente a quanto dichiarato al quotidiano Il Tirreno, all'azienda conviene eccome avere un alto turn-over del personale, basti pensare ai vantaggi derivanti dalla minore sindacalizzazione dei nuovi assunti.

Resta da capire su quali criteri si basino le riconferme. Operatori ed operatrici non hanno dubbi: confrontandosi tra loro è emerso come al primo posto (al contrario di quanto sostenuto dall'azienda) non ci sia la competenza acquisita e la bravura dimostrata, ma la «disponibilità» del centralinista: disponibilità agli straordinari e numero di ore lavorative «ordinarie» offerte. Tutto qua? Neanche per idea: sarebbe emerso come la lista dei riconfermati arrivi direttamente dagli uffici di Torino. Quanto accaduto ad almeno tre centralinisti non farebbe che alimentare questo sospetto: chiamati da alcuni responsabili a discutere in separata sede del rinnovo del contratto, questi sarebbero stati accusati di aver risposto male ad alcuni clienti, episodi mai verificatisi durante il cosiddetto «affiancamento». Accuse rivelatesi poi infondate e successivamente spiegate con errori di omonimia (in tutti e tre i casi riscontrati si trattava di nomi propri che appartengono a due o più persone). Impossibile non condividere il sospetto dei lavoratori Telegate: che la selezione delle riconferme non avvenga attraverso una valutazione di merito emersa dal periodo di affiancamento (come da regolamento), bensì mediante l'ascolto furtivo (difatti non contemplato dalla legge) delle telefonate con i clienti.

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8/3 Roma: presidio alla Xcos (il Manifesto)

Dal manifesto del 9 marzo 2006:

CALL CENTER
Xcos presidiata: no ai licenziamenti
Un presidio davanti alla sede centrale del gruppo Almaviva di Alberto Tripi, il «reuccio» dei call center. La protesta è originata dai 36 licenziamenti (di cui 23 donne) messi in cantiere da Xcos. Si tratta di lavoratori con contratto a tempo indeterminato che fino a poco tempo fa lavoravano in AciInformatica per conto di altre tre aziende (Preda, Prisma e Mecc), e passati a Xcos in seguito alla conquista dell'appalto. Firmato per la durata di 4 anni, dopo soli 10 mesi Xcos l'ha risolto perché «troppo oneroso». L'azienda rifiuta anche l'invito dell'assessorato al lavoro della regione Lazio a «ricollocare» altrove i 36, Non dovrebbe essere difficile, per un gruppo di quasi 12 mila dipendenti. Ma a Tripi piace il lavoratore precario, non quello sindacalizzato e magari (orrore!) iscritto, come in questo caso, ai Cobas. Da notare la solidarietà espressa dalle rsu Fiom, Fim e Uilm di Finsiel (acquistata di recente dallo stesso gruppo di Tripi), che al momento del presidio hanno proclamato un'ora di sciopero.

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Pisa: Precari? ... "Alla giornata"!

Comunicato: Incontro in Rettorato del 7 marzo 2006 “Alla Giornata” tra Università e Comitato promotore dei precari e delle precarie della ricerca

Martedì 7 marzo, alle ore 11.00, una rappresentanza del “Comitato dei ricercatori precari dell’Università di Pisa” è stata ricevuta nella sede del rettorato presso il palazzo “Alla Giornata” da una delegazione degli organi istituzionali dell’Ateneo per un confronto attorno al problema della consultazione referendaria indetta per il 29 e il 30 marzo p.v. fra i lavoratori non strutturati e a tempo determinato che prestano attualmente la loro attività di ricerca e/o di didattica presso l’Ateneo e/o che l'hanno prestata nel corso del 2005.

A nome del Comitato sono state ribadite le richieste già avanzate ufficialmente in merito alla concessione di spazi per i seggi, alla fornitura di schede e di urne elettorali, alla notifica e alla pubblicizzazione dell’iniziativa referendaria sulle pagine web dell’Università e nelle forme consuete tramite affissione agli Albi ufficiali di avvisi e di manifesti. Le istanze esposte hanno ricevuto un secco rifiuto da parte dei rappresentanti istituzionali, fatto salvo l’impegno di inoltrare ai Presidi delle singole Facoltà un invito a non ostacolare lo svolgimento della consultazione referendaria, favorendo l’accesso a spazi conformi alle necessità di voto. Tale disponibilità si spiega col rispetto dei principi di libertà di espressione, riconosciuti a tutti coloro che con formale richiesta e nel rispetto della legge si facciano promotori di pubblici dibattiti, e non può essere interpretata come riconoscimento dei soggetti cui il referendum si rivolge. Su questo fronte è anzi emersa chiaramente la volontà politica di negare lo status di lavoratori alle figure precarie a diverso titolo coinvolte nelle attività di didattica e di ricerca presso l’Ateneo, come ha dimostrato la discussione generale su questioni di merito e di metodo, che ha coinvolto i piani della liceità, della legalità e della potenziale validità della richiesta di consultazione, anche e soprattutto in assenza di una base certificabile degli aventi diritto al voto.

A nulla è valso il tentativo di sollecitare l’Ateneo attorno alla definizione di un percorso comune riguardo alle soluzioni e ai criteri da adottare per attribuire alla consultazione il crisma di una regolarità condivisa. L’irrigidimento della controparte è addirittura scaduto in un severo ammonimento a non farci latori ‘inconsapevoli’ di istanze individualiste e di riconoscimento di tutti quei liberi professionisti oggi implicati – con l’avallo ‘consapevole’ degli stessi Organi di Governo – in attività didattiche di tipo universitario.

La consultazione referendaria avverrà comunque nelle date previste del 29 e del 30 marzo, in cui le urne rimarranno aperte rispettivamente dalle ore 9.00 alle ore 19.00 e dalle ore 9.00 alle ore 17.00. Il Comitato invita le componenti dell’ateneo (docenti, personale tecnico-amministrativo, studenti, organizzazioni sindacali) ad esprimersi sottoscrivendo l’iniziativa.


Comitato promotore per una consultazione referendaria dei precari e delle precarie della ricerca dell'Università di Pisa

www.precaripi.unmondodi.it

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Bologna: confermato lo sciopero dell'università del 20/3

UNIVERSITA'

Confermato lo sciopero per lunedì 20

Fumata nera al tavolo di conciliazione sullo agitazione indetta dal personale dell'ateneo bolognese

BOLOGNA, 8 MARZO 2006 - "Nulla di fatto". Non e' dunque servito il tavolo di conciliazione obbligatoria, che si e' svolto lunedi' in Prefettura, sullo sciopero indetto dal personale tecnico-amministrativo dell'Universita' di Bologna. O meglio, utile a confermare che i lavoratori incroceranno le braccia lunedi' 20 marzo, in segno di protesta per lo stanziamento, a detta dei sindacati troppo esiguo, del fondo per le politiche del personale per il 2006. Le risorse previste dall'Ateneo, infatti, si aggirano sui sei milioni di euro. Troppo pochi, secondo le Rappresentanze sindacali di base (Rdb), per garantire "il mantenimento del trattamento economico definito nel contratto integrativo per il personale tecnico-amministrativo", fissato a 100 euro mensili lordi.

Durante il confronto in Prefettura tra i sindacati e i delegati dell'Universita' (presenti la direttrice amministrativa e quella del personale), le Rdb hanno criticato subito "l'assenza della rappresentanza politica dell'Ateneo (mancava infatti il delegato del rettore) e hanno poi riproposto le loro richieste. Oltre al mantenimento dei 100 euro al mese, i sindacati chiedono anche "percorsi formativi" per "valorizzare il personale", il "finanziamento di nuovi posti di lavoro" per l'assunzione di nuovo personale e la definizione di un "piano di stabilizzazione dei precari".

A queste richieste, sostiene in un comunicato Antonella Zago, di Rdb-Cub, "la risposta dell'amministrazione dell'Ateneo e' stata un 'no' su tutti i fronti", giustificando la propria posizione, prosegue Zago nella nota, con "motivazioni strumentali e pretestuose" in riferimento a "presunti tagli da parte del governo".

Le Rdb ribattono che "nessuno ha mai chiesto di eludere la legge", proponendo invece che "il tetto di spesa stabilito dalla finanziaria 2006" corrisponda al "fondo risultante dal bilancio consultivo 2004", ovvero circa 14 milioni di euro. Piu' del doppio, insomma, rispetto alla disponibilita' proposta dall'amministrazione universitaria.

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Puglia: La Regione incontra i precari della sanità

La Regione incontra i precari della sanità
Più volte avevamo pubblicato l'accorato appello dei Cobas Sanità per la mancata intesa con le istituzioni politiche

Avviare in tempi brevi un tavolo tecnico per assicurare soluzioni efficaci alla stabilizzazione degli infermieri precari nelle asl pugliesi. Sarà affidato all'assessore al lavoro Marco Barbieri ed al presidente della commissione bilancio Vittorio Potì e vedrà la collaborazione di esperti.

Sono le risposte fornite dal presidente Vendola, dall'assessore alla sanità Alberto Tedesco e dallo stesso Barbieri ai rappresentanti dei cobas dei precari. All'incontro hanno partecipato il capogruppo dei Comunisti Italiani Cosimo Borraccino e il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Pietro Manni, oltre a Potì.
Individuati i percorsi praticabili, a "bocce ferme", cioè a concorsi bloccati. Da una parte si punta ad elevare al 50% la riserva nei concorsi a favore dei precari della sanità con contratti continuativi a tempo determinato presso le asl. Dall'altra si cercherà di definire criteri certi, senza però creare automatismi, ma escludendo margini di discrezionalità e arbitrarietà nelle procedure, che potrebbero deludere le aspettative di personale specializzato che spesso svolge da anni, senza interruzione, un'attività infermieristica essenziale per la sanità regionale.
C'è la volontà di affrontare e risolvere il problema ma non ci sono scorciatoie rispetto ai concorsi - hanno sostenuto i diversi rappresentanti della Regione - si avvierà un percorso che in due, tre anni porterà alla stabilizzazione, anche degli ausiliari.

09/03/2006

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8.3.06

I tranvieri bloccano le città italiane

Da Liberazione del 7 marzo 2006

Filt, Fit e UilT chiedono 111 euro di aumento.

Le aziende piangono miseria e ne offrono 60
Contratto scaduto, i tranvieri bloccano le città italiane

Roberto Farneti
Gli autoferrotranvieri non hanno alcuna intenzione di pagare di tasca propria lo stato di abbandono in cui versa il trasporto locale. Se in otto anni - dal 1997 al 2005 - le risorse destinate a questo servizio sono diminuite del 28%, con effetti devastanti sui bilanci delle aziende pubbliche, la colpa non è certo dei lavoratori, che hanno il diritto, come gli altri, di vedere adeguate le buste paga al costo della vita.

Non c’è quindi da stupirsi se ieri lo sciopero nazionale indetto da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Faisa Cisal ha fatto registrare adesioni altissime, con punte del 100%, bloccando per quattro ore gli autobus, i tram e le metropolitane di tutte le città d’Italia. Gli unici a “salvarsi” sono stati gli abitanti di Torino, che continuano a beneficiare della tregua per i giochi olimpici invernali siglata dalle parti sociali l’11 gennaio scorso. Tutti a piedi invece a Roma, Napoli, Palermo, Genova e Bologna, dove la partecipazione alla protesta ha superato «il 70%», sottolinea la Filt Cgil. Forti disagi anche a Milano, Firenze, Cagliari e Bolzano, dove lo sciopero è terminato in tarda serata.

La vertenza è per il rinnovo del secondo biennio economico del contratto collettivo nazionale di lavoro (2004 - 2007), scaduto il 31 dicembre scorso. Le organizzazioni sindacali chiedono un aumento delle retribuzioni del 6%, pari ad un valore, a parametro medio, di 111 euro mensili lordi. Una richiesta bollata come “irricevibile” dalle associazioni datoriali, Asstra e Anav, che hanno ribadito la loro indisponibilità a proseguire la trattativa: «In base al protocollo del 93 - è la tesi di Asstra - l’aumento relativo al biennio economico 2006-2007 per gli autoferrotranvieri non supera 60 euro».

L’argomento è chiaramente strumentale, dal momento che il parametro dell’inflazione programmata da tempo non viene più utilizzato per i rinnovi di qualunque categoria. Le aziende del trasporto locale hanno invece ragione da vendere quando denunciano di essere «chiamate ad affrontare un rinnovo contrattuale senza che uno solo dei nodi economici che strozzano il settore da anni sia stato sciolto». Alla cronica insufficienza dei trasferimenti destinati a questo servizio, si sono aggiunti infatti i tagli previsti dall’ultima legge finanziaria.

Resta il fatto che i più penalizzati da questa situazione sono i lavoratori e i cittadini, periodicamente costretti a fare i salti mortali per recarsi al lavoro o a rimanere imbottigliati nel traffico. Ieri il Codacons tramite il suo portavoce, Carlo Rienzi, è tornato a chiedere l’introduzione in Italia di «forme alternative di protesta», come lo sciopero «dei controllori o delle biglietterie». In realtà, il problema può essere risolto in maniera strutturale solo con un’assunzione di responsabilità da parte della politica, che deve assicurare quei finanziamenti indispensabili per garantire la mobilità pubblica con tariffe popolari.

Intanto, nella vertenza per il rinnovo contrattuale si apprestano a scendere in campo anche i sindacati di base. Giovedì prossimo a Firenze il coordinamento nazionale degli autoferrotranvieri deciderà le iniziative da prendere a sostegno della piattaforma presentata circa un mese fa alle parti datoriali: «Abbiamo deciso - riferisce Antonio Pronestì, della segreteria nazionale Sult - di riproporre la richiesta, già avanzata in occasione del precedente rinnovo, di una “una tantum” di 100 euro a titolo di risarcimento per la perdita del potere d’acquisto determinata dal changeover lira/euro. Inoltre chiediamo 118 euro di aumento per riallineare le retribuzioni all’inflazione attesa nei prossimi due anni». Non avendo siglato il contratto 2004/2007, i sindacati di base vogliono discutere anche della parte normativa relativa alle malattie professionali e alla tutela dei lavoratori non più idonei alla guida dei mezzi.

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Poste: assunti tutti o nessuno!

da Liberazione del 7 marzo 2006

Manifestazione dei 30mila ricorrenti che hanno fatto causa, ma che si trovano di fronte al ricatto ”pagare per lavorare“

Poste, i precari in coro: «Assunti tutti o nessuno»

Valeria Rey
“Assunzione per tutti o per nessuno”, hanno gridato ieri centinaia di ricorrenti delle poste davanti alla sede centrale di Roma, durante una manifestazione organizzata per protestare contro un accordo firmato il 13 gennaio tra azienda e sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Flai, Slai), con il quale si tenta di azzerare diritti imprescrittibili di 30mila lavoratori. In sostanza, i 13mila precari ricorrenti che hanno vinto e sono stati reintegrati con contratto a tempo indeterminato dovrebbero accettare, se avallano quell’accordo, di restituire all’azienda l’ammontare di salari lordi e previdenza avuti per via giudiziaria, comprese le spese legali, e firmare un nuovo contratto che azzera l’anzianità di servizio. Invece, per quelli tra i 17mila con causa in corso che decidessero di rinunciare a qualsiasi rivendicazione, si aprirebbe una graduatoria dalla quale Poste si impegnerebbe ad attingervi, nei prossimi anni, per contratti a tempo determinato e per alcuni a tempo indeterminato. Rappresentanze del coordinamento nazionale dei precari, della Confederazione Cobas, dello Slai Cobas e del Cobas Pt Cub, accompagnate da Gigi Malabarba, senatore del Prc e promotore dell’incontro, sono state ricevute da un rappresentante dell’azienda al quale hanno ribadito compatti il loro “no” a quell’accordo, cercando di aprire un nuovo fronte di trattative e consegnandogli una proposta di coloro che non sono rappresentati dai sindacati firmatari. «Siamo totalmente d’accordo sulla rivendicazione dei precari per l’assunzione a tempo indeterminato. - ha dichiarato il senatore Malabarba al termine dell’incontro - Per questo ci facciamo carico nei confronti dell’Unione di questo problema e sosterremo la rivendicazione anche in un nuovo quadro politico, perché Poste deve rimanere pubblica».

Ma Poste ha ribadito la sua posizione facendosi forza dell’accordo e dicendo che non intende riaprire né la trattativa né un tavolo tecnico perché ritiene soddisfacenti per le richieste e le aspettative dei lavoratori i termini della soluzione sottoscritta. Decine di precari hanno denunciato una campagna di pressione dell’azienda perché firmino l’accordo. Li chiamano a colloquio ad uno ad uno e li invitano a firmare facendo leva su situazioni personali. Monica, una delle vincitrici in appello, non si è presentata al colloquio. Entrata alla Poste come portalettere nel 1998 con un contratto a termine, ha deciso, dopo il mancato rinnovo nel 1999, di fare causa all’azienda nel 2000. Reintegrata nel 2001 con un contratto a tempo indeterminato, forte della sentenza, non ha firmato l’accordo anche perché «restituire i 17mila euro vinti sarebbe impossibile e ingiusto», visto che è sola con un figlio di nove anni e quei soldi li ha già spesi. In ogni modo, Poste ha fatto ricorso per Cassazione.

I 30mila, dei quali solo una esigua parte ha sottoscritto l’accordo, non intendono cedere al ricatto “pagare per lavorare” e nelle prossime settimane promuoveranno una serie di iniziative per contrastare una politica di gestione aziendale che mira, di fatto, a ridurre il monte salari, in presenza di un bilancio attivo dell’azienda. «Vogliamo denunciare penalmente il management per la sua fallimentare gestione aziendale» urla dal megafono Enzo Galdo del Cobas Cub, ai 500 precari in piazza, «vogliamo chiedere un risarcimento per danni biologici ed esistenziali per tutti i lavoratori che non firmano». «Bisogna non firmare perché quei soldi sono nostri, li abbiamo guadagnati lavorando», dice Paola, sommergendo la folla.

I precari delle poste sono consapevoli, ormai, che l’azienda mira a riorganizzare il personale e i servizi in vista dell’apertura del mercato che dovrebbe avvenire nel 2009. Già nei piccoli centri, Poste sta chiudendo le filiali a bassa redditività, come in Abruzzo e Molise, mentre sta rafforzando quelle nei centri più remunerativi. «Una politica che va contro il servizio pubblico - ha sottolineato Michele Cimabue, responsabile del Coordinamento nazionale Poste del Prc - alla quale Rifondazione risponde con un convegno, previsto per fine marzo e aperto a tutte le forze politiche dell’Unione e a tutti. Durante il convegno presenteremo proposte sul recapito, sul bancoposta e sulla logistica con caratteristiche fortemente ancorate al pubblico perché in sinergia con progetti elaborati insieme agli Enti locali».

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Roma, Fatebenefratelli: lotta di 3 giorni dei medici

Scioperi il 14, 27 e 28 marzo all’ospedale Fatabenefratelli dell’Isola Tiberina a Roma. I medici denunciano la responsabilità dell’amministrazione nella rottura della trattativa per il rinnovo del contratto, scaduto da oltre 4 anni. Al contrario dei colleghi del comparto pubblico che hanno già rinnovato e di quelli degli altri ospedali religiosi che hanno già siglato accordi, i medici dell’isola sono gli unici senza rinnovo.

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Calabria: edili in sciopero l'8 marzo

Calabria, edili in sciopero generale l’8 marzo

Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil della Calabria proclamano lo sciopero generale degli edili per l’8 marzo e sottolineano «l’atteggiamento dell’Ance Nazionale, che non ha proseguito il confronto per il rinnovo del contratto. Il nostro sciopero - dicono i segretari dei sindacati di catategoria - è una premessa alla mobilitazione nazionale del 14 marzo».

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10/3 Milano: presidio precario alla Team Promotion

presidio alla team promotion venerdi 10 marzo

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Lunedì 6 marzo, tre lavoratrici assunte con contratto a progetto (in scadenza a fine luglio), sono state licenziate in tronco, dalla Team Promotion, che gestisce un call-center, le tre lavoratrici insieme a diverse altre loro colleghe, avevano promosso una vertenza per il riconoscimento di un contratto di lavoro come dipendenti.

Presidio: venerdi 10 marzo dalle 12,30 in via Copernico 28

Lunedì 6 marzo, tre lavoratrici assunte con contratto a progetto (in scadenza a fine luglio), sono state licenziate in tronco, dalla Team Promotion, che gestisce un call-center il cui committente più importante è la Elitel compagnia telefonica, recentemente al centro di grosse polemiche per la denuncia di centinaia di utenti che lamentano scarsa trasparenza nella stipula dei contratti telefonici e delle bollette. Una vicenda che ormai è a conoscenza di milioni di persone (almeno tre puntate di Striscia la notizia solo negli ultimi quindici giorni) e che avrà senz'altro ulteriore seguito

Alla “scarsa chiarezza” verso gli utenti però, si aggiunge l'imbroglio nei confronti delle lavoratrici, costrette a lavorare sotto il ricatto dei contratti a progetto, che finora hanno consentito all'azienda di assumere e licenziare lavoratori precari a getto continuo.

Ma negli ultimi mesi, le tre lavoratrici licenziate insieme a diverse altre loro colleghe, oltre a denunciare le insopportabili condizioni di lavoro, avevano promosso una vertenza sindacale per il riconoscimento di un contratto di lavoro subordinato, che comporta l'obbligo di assunzione a tempo indeterminato e il riconoscimento dei diritti fondamentali.

Esattamente come è successo a Torino per operatrici di call-center legati a Pagine gialle e Tele 2 a cui è stato riconosciuto questo diritto in seguito a vertenze promosse dai lavoratori stessi.

Ufficialmente le lavoratrici della Team Promotion sono state licenziate per “inadempiemento lavorativo rispetto agli obiettivi produttivi previsti dal contratto”; vale a dire obiettivi da catena di montaggio (la stipula di un contratto telefonico all'ora) che chiariscono perfettamente l'inesistenza di qualsiasi tipo di progetto, e che motivano appunto la rivendicazione di assunzione stabile.

E' invece evidente a tutti che, pur di eliminare la voce scomoda delle lavoratrici stesse, l'azienda non ha esitato a licenziarle in tronco, applicando alla lettera il motto “calpestarne 3 per educarne 1000” pur sapendo di commettere un atto illecito, contro il quale è stata aperta un'ulteriore vertenza legale

Intanto la CUB il comitato di lotta della Team Promotion, insieme, e ad altre realtà del mondo del lavoro, hanno deciso di intraprendere una campagna di denuncia e di solidarietà, a partire dal presidio di oggi per sostenere la delegazione che l'azienda incontrerà venerdì pomeriggio alle 15, in via Copernico 28, con l'obiettivo di ottenerne l'immediato reintegro.

Un primo passo di lotta, nella prospettiva di costruire una rete stabile fra tutte le realtà lavorative milanesi che subiscono il ricatto dei contratti atipici, per coordinare le iniziative di solidarietà che si renderanno necessarie per fare dei passi avanti concreti nella lotta contro il lavoro precario.

No ai licenziamenti

Comitato di lotta Team promotion CUB di Milano e provincia

Per info 3332845238 Milano 8-3-06

www.cub.it

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Napoli: mobilitazione unitaria lavoratori e corsisti

Comunicato stampa 8 /03/ 06

GRANDE MANIFESTAZIONE UNITARIA DI LAVORATORI E CORSISTI CHE HANNO PORTATO LE LORO ISTANZE ALL’ASSESSORE GABRIELE IN UN INCONTRO TENUTOSI A PALAZZO S.LUCIA

Oggi 1500 lavoratori delle società miste e corsisti impegnati nei progetti formativi post-orientamento hanno attrversato le vie della city con una grande mobilitazione contro la precarietà e la disoccupazione,tema centrale dell’iniziativa è stato l’immediata soluzione per l’assunzione dei lavoratori all’interno delle partecipate in consorzio pubblico,il pagamento degli stipendi arretrati dei lavoratori PAN e la soluzione contrattuale full-time e il conseguente assorbimento in una società pubblica dei lavoratori JACOROSSI,l’immediato avvio di progetti occupazionali per i corsisti oggi impegnati nei corsi di formazione dove tra l’altro sono state mosse critiche sotto l’aspetto tecnico per il mancato regime di equiparazione tra le società formatrici in riguardo all’erogazione mensile e il rimborso delle spese-viaggio. Queste rivendicazioni sono state portate all’attenzione dell’ass. Corrado Gabriele a palazzo S.Lucia che ha riconosciuto nel Coordinamento di lotta x il lavoro come la rappresentanza per l’interlocuzione dei 3500 corsisti,al tavolo delle trattative con l’assessore dove abbiamo accolto in maniera propositive le volontà politiche ed economiche congiunte con gli enti locali ed il governo nazionale di voler far fronte in maniera immediata alle problematiche poste in maniera congiunte tra lavoratori e corsisti,le quali rivendicazioni sono state soprattutto rivolte nella trasformazione in un consorzio pubblico delle società miste,la stabilizzazione dei restanti L.S.U e dei lavoratori atipici,e sviluppare un ragionamento sia a livello economico che politico con questo governo e col prossimo che sarà,di un riconoscimento a livello occupazionale e dunque di assunzione nel consorzio pubblico delle società miste da attingere nella platea dei 3500 corsisti attualmente impegnati.


COORDINAMENTO DI LOTTA X IL LAVORO
Centro sociale-COORDINAMENTO PER I DIRITTI SOCIALI
SINDACATO LAVORATORI IN LOTTA
CORSISTI S.L.L.
CONF.COBAS

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8/3 Roma: in piazza i dipedenti e i licenziati del gruppo COS

Oggi i lavoratori del gruppo COS hanno scioperato oggi e manifestato davanti alla sede dell'azienda. Per la prima volta, oggi sono scesi in piazza anche i dipendenti del gruppo Finsiel. Molte le cause della protesta, che non cessa dopo molti mesi ormai di mobilitazione in Atesia, il piu' grande call center d'Europa. 36 licenziamenti in XCOS, cassa integrazione in COS, nessuna soluzione per gli oltre 4000 precari di Atesia, flessibilità totale e assenza di qualunque piano industriale e incertezza occupazionale per i dipendenti del gruppo Finsiel. In pochi anni anche Alberto Tripi, presidente del Gruppo COS, è riuscito nel ‘miracolo italiano’ di far lievitare dal nulla un piccolo impero di imprese facendo incetta degli appalti nel settore dei call center e delle aziende messe in ‘svendita’ dal Gruppo Telecom, dell’amico Tronchetti Provera. In gergo, si chiama esternalizzazione. Ascoltiamo la voce dei lavoratori di Atesia, Finsiel e XCOS scesi in piazza oggi

Audio [durata: 2.21] (Radio Onda Rossa)

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libro bianco RdB/CUB Lazio

PRESENTAZIONE DEL LIBRO BIANCO SUL BLOCCO OPERATORIO SANTO SPIRITO

Le sale operatorie del Santo Spirito sono state ristrutturate, con tutto l’Ospedale, in occasione del grande giubileo del 2000 e da allora sono state costruite e smantellate per tre volte. Ad oggi, delle quattro sale previste, ne funzionano solo 2 ed è prevista una nuova “ristrutturazione”.

La RdB ha ricostruito i fatti accaduti sulla scorta degli atti ufficiali, documentando come si possono impegnare circa 2.000.000 di Euro per “indispensabili” lavori di ristrutturazione senza raggiungere l’obiettivo per cui sono stati spesi.

Chi risarcirà la cittadinanza, privata per anni di un importante servizio ed i lavoratori, che faticosamente hanno assicurato l’attività del Blocco Operatorio?


Giovedì 9 marzo alle ore 10.30
Sala della Piccola Spezieria, Ospedale S. Spirito,
Borgo S. Spirito 3, Roma

CONFERENZA STAMPA


Coordina la struttura RdB Santo Spirito.
Partecipano: il Coordinamento nazionale e regionale RdB-CUB P.I. Sanità, Anna Pizzo Consigliere Regionale PRC, Bruno De Vita per l’ADUSBEF, Gianni Cavinato per l’ACU.

L’iniziativa delle RdB si pone in sintonia con l’interrogazione in merito recentemente presentata alla Regione Lazio dal Consigliere Anna Pizzo.

Roma, 8 Marzo 2006

Ufficio Stampa
Rossella Lamina
Tel. 067628277 - Fax 0676282228
Cell. 3474212769
e-mail: ufficiostampa@rdbcub.it

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Il giardiniere Brunetta (Alessandro Robecchi - il manifesto)

Dal Manifesto del 5 marzo 2006:

CONTRORDINE
Il giardiniere Brunetta
ALESSANDRO ROBECCHI

Prendiamo per buone le affermazioni di Renato Brunetta (questa sì che è satira, ragazzi!). Cioè che «la crescita dell'albero non è merito o colpa del giardiniere». Una metafora poetica con cui il noto economista tascabile intende questo: il governo non può farci niente se il pil non cresce e sta inchiodato a zero, dunque se la crescita italiana è pari a un rotondo 0,0 non dipende certo dall'abilità o dalla scarsa abilità di Brunetta e dei suoi amici, giardinieri che passavano di lì mentre l'albero si atrofizzava. È una cosa che fa riflettere, in effetti, anche se mi sentirei meglio a rifletterci dopo aver licenziato il giardiniere. Resta il fatto che l'albero non cresce, e in queste condizioni tutto il bello (?) e il buono (?) che i giardinieri della destra hanno fatto in questi anni poteva andare meglio. Ecco cosa dice a proposito della legge Biagi l'amministratore delegato di Fastweb: «Una legge che ha dato risultati importanti, ma che poteva dare di più poiché ha lavorato in un periodo di recessione economica». Con veloce traduzione simultanea, ecco cosa significa: precarizzare il mondo del lavoro, specie per i giovani, avrebbe avuto più senso in un periodo di crescita economica, invece, siccome lo si è fatto in periodo critico, i risultati non sono proprio eccellenti.

In pratica, il giardiniere era ubriaco, o distratto, o se n'è fregato alla grande, e in un periodo di crisi ha ritenuto giusto precipitare intere generazioni di lavoratori in una crisi ancora più nera.

Ora, nonostante gli italiani sappiano benissimo quali sono le trappole di insicurezza sociale e spaventevole futuro che la legge 30 gli dona gentilmente, i vari giardinieri se ne vanno in tour a illustrare le magnifiche sorti e progressive di una legge che secondo loro avrebbe dato una grossa mano ai giovani. Ed ecco che in margine alla presentazione del libro (elettorale) del sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi (scritto con Michele Tiraboschi) si scoprono alcune cose notevoli, che vale la pena di appuntarsi, a futura memoria. Un futuro da precari?, è il titolo, e francamente vien da chiedersi il perché di quel punto di domanda. Segue dibattito. Vi risparmio l'analisi sul mercato del lavoro, dove si cantano le lodi dei contrattini, degli interinali a vita, dei progetti continuamente rinnovati, delle vite sezionate a tre-sei mesi, tutte cose che concorrono a dire che l'occupazione è aumentata quando è solo spaventosamente peggiorata. Vi risparmio anche Sacconi che se la prende con l'Istat e le sue cifre, dicendo che le 100.000 unità lavorative in meno segnalate dall'istituto di statistica sono «un'astrazione teorica». Interessanti, invece, in qualche modo illuminanti, certe conclusioni dei maggiorenti, amici e sodali dei giardinieri, invitati a commentare l'opera. Come mai autori e corifei di una simile legge non vengono osannati e ringraziati, magari portati in trionfo, dai tanti giovani beneficiati dalla legge 30? Perché dopo aver usufruito di una così raffinata architettura di fregature contrattuali, i ragazzi italiani non fanno la òla inneggiando a Brunetta e Sacconi? Già, buona domanda. Rispondono gli interessati.

Per esempio perché c'è una cultura che «atrofizza gli stimoli individuali». Perbacco. Oppure perché ci si balocca troppo con i diritti anziché darsi da fare: bisogna «cercare la responsabilità e il dovere, non i diritti». O ancora, perché se ne stanno con le mani in mano, come chiosa Confalonieri «sgridando» i giovani italiani perché essi «hanno meno iniziative dei giovani europei». Riassumendo: cari giovani, vi abbiamo fatto una buona legge per precarizzarvi, ma voi siete dei fessi, pensate solo ai vostri diritti, non avete iniziativa, sotto sotto siete delle merde che remano contro, alberelli stenti che non vogliono crescere.

Insomma: poca voglia di lavorare, vecchio réfrain da maggioranza silenziosa e liberale (non ci sono più le mezze stagioni, tutta colpa dei sindacati ecc. ecc.). Ed ecco spiegato, in due parole, perché i giovani italiani (e anche i meno giovani) quella legge lì non la vogliono, non la reggono e gli fa schifo. È colpa dell'albero, scusate, cosa c'entra il giardiniere? Applausi.(alessandro robecchi)

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Tutti gli incentivi del reddito minimo (La voce)

Da lavoce.info

Tutti gli incentivi del reddito minimo
Ugo Colombino
06-03-2006

Il reddito minimo garantito è un istituto che permettere di semplificare e
unificare in un interevento generale e trasparente una serie di politiche
occasionali. E può contribuire all'efficienza del sistema economico nel
breve e nel lungo periodo. Alcune simulazioni confutano le tradizionali
critiche a questo strumento. Mostrano infatti che non comporta disincentivi
al lavoro per gli individui con bassi salari e non favorisce il lavoro
nero. Né un maggior prelievo fiscale sui redditi più elevati fa diminuire
l'offerta di lavoro di chi ha stipendi più alti.

Si sostiene da più parti, compresi molti interventi su lavoce.info,
l’opportunità di introdurre in Italia una forma di reddito minimo
garantito. Le versioni, gli obiettivi e le motivazioni di un istituto di
questo tipo sono molte. Permetterebbe comunque di semplificare e unificare
in un interevento generale e trasparente una serie di politiche occasionali
e caotiche, ma contribuirebbe anche all’efficienza del sistema economico
sia nel breve che nel lungo periodo.

Un istituto a favore dell’efficienza

Un sostegno generalizzato e sicuro del reddito, infatti, renderebbe meno
penosi i processi di mobilità e di qualificazione dei lavoratori e
aiuterebbe a separare i problemi di sostegno e distribuzione del reddito
dalle questioni di efficienza del sistema produttivo. E permetterebbe agli
individui e alle famiglie decisioni più efficienti nel campo
dell’istruzione, delle scelte di carriera e contribuirebbe ad allineare la
mobilità intergenerazionale più alla distribuzione del talento e delle
attitudini e meno ai legami familiari.
Spesso si è pensato al Rmg come a un trasferimento periodico, in genere
annuale o mensile, magari commisurato a qualche indicatore del "bisogno"
(reddito, condizione professionale, eccetera).
Più recentemente, è cresciuto l’interesse per una versione volta invece a
garantire una "dotazione", o "ricchezza", o "fondo" a una data iniziale –
la nascita o la maggiore età, ad esempio. Avrebbe il vantaggio di dare ai
giovani la possibilità di compiere scelte più efficienti nell’istruzione e
nella carriera lavorativa, soprattutto se si tiene conto delle limitate
opportunità offerte dal mercato del credito. A sua volta, la versione più
tradizionale sembra preferibile se consideriamo le limitate capacità di
pianificazione intertemporale degli individui, dell’incertezza, e così via.
Comunque, le due forme di reddito minimo non sono necessariamente
alternative: si può benissimo pensare a un sistema che si regga in parte
sulla dotazione iniziale e in parte su trasferimenti mensili o annuali.

La questione degli incentivi

Qualunque sia la versione proposta, sono tre le critiche principali rivolte
al Rmg. E tutte e tre ruotano intorno attorno alla questione degli
incentivi. Si dice infatti che il Rmg introdurrebbe un disincentivo al
lavoro per gli individui con bassi salari. L’intervento sarebbe
sufficientemente costoso da richiedere un aumento consistente del prelievo
fiscale sui redditi più elevati: questo introdurrebbe un ulteriore
disincentivo all’offerta di lavoro degli individui con salari più elevati.
La terza obiezione è una variante della prima: il Rmg introdurrebbe un
disincentivo al lavoro ufficiale e un simmetrico incentivo al lavoro nero.
Alcuni risultati ottenuti con un modello micro-econometrico di offerta di
lavoro delle famiglie in Italia ci aiutano a vagliare l’importanza di
queste obiezioni. (1) Il modello è in grado di simulare non solo i nuovi
livelli di reddito disponibile per le singole famiglie in conseguenza di
cambiamenti nelle imposte e nei trasferimenti, ma anche le eventuali nuove
decisioni che ne derivano.
Supponiamo, ad esempio, di sostituire l’attuale sistema con un altro, nel
quale ciascun individuo paga le imposte sul suo reddito solo se
quest’ultimo supera un certo valore Rmg. Se non lo supera, l’individuo
riceve un trasferimento uguale a quel che gli manca per arrivare al Rmg (un
sistema di questo tipo è noto come Negative Income Tax). Per semplicità,
supponiamo anche che per coloro che pagano le imposte, queste siano
semplicemente una proporzione fissa del reddito che eccede il Rmg. Cambiano
di conseguenza anche gli incentivi: se lavorare o meno, quanto lavorare,
che lavoro fare. Nel nostro modello abbiamo fissato il Rmg uguale a due
terzi della "linea della povertà". Inoltre, l’aliquota proporzionale
applicata sui redditi che lo superano è stata determinata in modo che il
gettito fiscale ottenuto con il nuovo sistema sia uguale a quello ottenuto
con il sistema attuale. I risultati presentano alcune sorprese:

- Il tasso di partecipazione rimane sostanzialmente invariato, anche fra le
famiglie con salari più bassi;

- l’aliquota (proporzionale) in grado di finanziare i trasferimenti
mantenendo invariato il gettito netto totale è intorno al 30 per cento. È
un’ aliquota abbastanza modesta (tenuto conto che è applicata solo alla
porzione di reddito superiore a Rmg), possibile perché si verifica una
risposta dell’offerta di lavoro sufficientemente ampia (e questo avviene
perché si abbassa – seppur di poco – l’aliquota media);

- l’offerta di lavoro aggiuntiva proviene da famiglie a reddito
medio-basso, non da famiglie a reddito elevato.

Il primo tipo di timore legato all’introduzione del Rmg (e di riflesso
anche il terzo) non sembrerebbe quindi molto fondato. Il risultato è
spiegabile in molti modi. Ad esempio, possono esserci costi (di tempo o
monetari) legati al lavoro che inducono comunque buona parte degli
individui a collocarsi su livelli di orario e di reddito superiori a quelli
corrispondenti al Rmg.
Ma anche il secondo timore forse non appare più così giustificato. Infatti,
l’offerta di lavoro degli individui con redditi elevati è pressoché nulla.
Nell’esercizio di simulazione ricevono il "regalo" di una aliquota
marginale (e media) più bassa di quella corrente perché abbiamo adottano la
semplificazione di una aliquota proporzionale unica. Ma in realtà sarebbe
possibile far pagare loro imposte più elevate senza ridurre la loro offerta
di lavoro. Anzi, sarebbe opportuno farlo: questo ci permetterebbe di
garantire un Rmg più elevato o di ridurre le imposte per i redditi
medio-bassi.
Lo scarso disincentivo al lavoro per le persone a basso reddito è un
risultato abbastanza peculiare delle nostre stime e certamente potrebbe
essere smentito da altre analisi. Al contrario, l’elasticità pressoché
nulla dell’offerta di lavoro delle persone a reddito elevato (o comunque
decisamente più bassa di quella delle persone a reddito medio-basso) è un
risultato robusto, confermato da molte altre analisi in vari paesi.
Quand’anche il primo effetto si rivelasse piuttosto forte, e quindi la
politica di Rmg risultasse più costosa, il maggior prelievo fiscale
richiesto sui redditi più elevati non avrebbe grosse implicazioni di
efficienza, anche se potrebbe averne in chiave elettorale.
La negative income tax, d’altra parte, non è l’unico sistema per realizzare
il Rmg. Ci sono molti modi per ridurre il rischio di disincentivo al
lavoro. Ad esempio, il trasferimento potrebbe essere vincolato a un minimo
di ore lavorate. Oppure potrebbe essere maggiorato da un sussidio al
reddito da lavoro.
All’estremo opposto, il disincentivo potrebbe essere contrastato rendendo
il trasferimento del tutto indipendente dal reddito e dal lavoro: nella sua
forma più pura diventa il cosiddetto reddito di cittadinanza. Una politica
simile sarebbe anche impermeabile al terzo tipo di obiezione: non c’è
infatti motivo per cui un trasferimento generale non condizionato debba
incentivare il lavoro nero piuttosto che quello ufficiale. Ovviamente, il
reddito di cittadinanza è anche il sistema più costoso.

Un sistema ottimale?

Nel disegno più generale dell’intero sistema di prelievo-trasferimento sui
redditi personali, sono interessanti anche i risultati di un’altra ricerca,
sempre basata su un modello micro-econometrico di offerta di lavoro delle
famiglie. (2) L’eccezionale qualità dei dati disponibili ci ha condotto a
effettuare lo studio sulla Norvegia, ma è in programma l’estensione ad
altri paesi, tra i quali l’Italia. Qui, l’obiettivo è l’individuazione del
sistema "ottimale" di imposta-trasferimento. La Norvegia adotta un sistema
abbastanza generoso e articolato di trasferimenti alle famiglie e agli
individui che di fatto realizzano il Rmg. Ora, il sistema ottimale che
emerge dalle nostre simulazioni – per quanto si tratti di primi risultati
da approfondire – sembra assolutamente coerente con le indicazioni che
abbiamo tratto dal primo studio:

- il livello implicito di Rmg è già approssimativamente quello ottimale:
non dovrebbe essere aumentato ma neanche diminuito;

- i trasferimenti dovrebbero essere resi indipendenti dal reddito (più o
meno come nel reddito di cittadinanza);

- le aliquote marginali dovrebbero essere rese meno elevate e meno
progressive sui redditi medio-bassi;

- la progressività delle aliquote sui redditi elevati dovrebbe rimanere
sostanzialmente invariata.

Si tratterebbe quindi di un sistema che garantisce un livello minimo di
reddito con trasferimenti non (o non strettamente) condizionati dal reddito
stesso, e che sfrutta l’eterogeneità dell’elasticità dell’offerta di lavoro
riducendo il prelievo sui livelli medio-bassi di reddito e mantenendolo
piuttosto elevato su quelli più alti. (3)

(1) Aaberge R, Colombino U. e S. Strøm, "Do More Equal Slices Shrink the
Cake? An Empirical Investigation of Tax-Transfer Reform Proposals in
Italy", Journal of Population Economics, 17, 4, 2004. Altri risultati sono
riportati in Boeri T., Del Boca D. and C. Pissarides (a cura di), Women in
the Labor Market: An Economic Perspective, Oxford University Press 2005.
(2) Alcuni primi risultati di questo studio sono riportati in Aaberge R,
Colombino U. e T. Wennemo, "Designing Optimal Taxes With a Microeconometric
Model of Household Labour Supply", 2005 (working paper scaricabile alla
pagina http://econpapers.repec.org/RAS/pco116.htm).
(3) Su questi temi sono in corso due progetti di ricerca nei quali l’autore
di questa nota è coinvolto. Il primo, specificamente indirizzato
all’analisi dei possibili effetti del Rmg (nelle sue diverse versioni) in
tutti i paesi europei, è finanziato dalla Compagnia di San Paolo ed è
svolto nell’ambito del centro interuniversitario di ricerca Child; il
gruppo di ricerca è composto da Ugo Colombino (direttore), Chiara Saraceno,
Daniela Del Boca, Rolf Aaberge e Cathal O’Donoghue. Il secondo progetto,
più specificamente focalizzato sull’analisi delle politiche per le fasce
deboli o emarginate sia in Norvegia che in altri paesi europei, è
finanziato dal Consiglio nazionale delle ricerche norvegese; il gruppo di
ricerca è composto da Rolf Aaberge (direttore), Tony Atkinson, Ugo
Colombino e Lennart Flood.

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Atradius: gruppo olandese, contratti precari (il Manifesto)

Dal Manifesto del 7 marzo 2006

Trasferiti o liquidati
Atradius: decine di impiegati destinati a Milano

Laureati e multilingue; ma il 70% è assunto con contratti a tempo determinato. Il gruppo olandese è un colosso specializzato in crediti, cauzioni e riassicurazioni
FRANCESCO PICCIONI

Fai presto a dire che se hai una laurea, una professionalità nel mondo economico-finanziario e parli tre lingue, un posto di lavoro lo troverai sempre. I 200 lavoratori della sede romana di Atradius hanno tutti queste caratteristiche, anche se solo una sessantina di loro, forse meno, hanno un contratto a tempo indeterminato. Il resto sono interinali, con contratti a termine. Ieri mattina hanno scioperato per due ore sotto la sede di via Crescenzio per protestare contro la decisione dell'azienda di spostare buona parte di loro nella sede di Milano. Naturalmente ci si può rifiutare, finendo però licenziati e sostituiti, lassù, da qualcun altro. Di dialogo con i lavoratori e sindacati, ovviamente, neppure l'ombra. Atradius è un gruppo assicurativo internazionale, con base ad Amsterdam, specializzato in un campo molto particolare - crediti, cauzioni e riassicurazioni. In Italia è entrato comprando, nel dicembre 2004, la Società italiana cauzioni, fondata nel 1948. Oltre alla sede romana c'è quella milanese, con altri 150 impiegati, eredità dell'acquisto delle italiane Ncm e Gerling. A sua volta ha una partecipazione azionaria complessa, vista la presenza delle spagnole Seguros catalana occidente e Credito y caucion, nonché della Swiss Re e Deutsche Bank. Tra le ragioni addotte ci sarebbe anche quella di bilanci non proprio floridi, ma non sono molti a crederlo possibile, visto questa attività resta tra le più floride e il gruppo si colloca al quarto posto nella classifica mondiale del ramo.

I lavoratori sono certi che la società stia per smobilitare la sede romana e non sono comunque disponibili a essere considerati dei pacchi postali. I tempi del trasferimento sono strettissimi e gli indennizzi prospettati per coloro che rifiuteranno non vanno molto al di là della semplice, e dovuta, liquidazione. Ma soprattutto pesa la notizia che il gruppo abbia messo a punto un piano di contenimento dei costi» che prevede un'altra settantina di posti in meno entro due anni. Tutte mosse tese ad un solo obiettivo: ripulire i bilanci in vista della quotazione in borsa, nel 2007. Eppure, nonostante il fatturato non sia aumentato, negli ultimi tempi la società aveva provveduto ad assumere numerosi giovani per «elaborare procedure e sistemi organizzativi interni». Ora, invece, si precipita a tagliare.

Mobilitazioni e brevi scioperi si susseguono ormai da qualche settimana, ma non sono stati fatti passi avanti; anzi, la trattativa non si è neppure aperta. Un'interrogazione parlamentare non ha avuto finora seguito. A questo punto lavoratori e sindacalisti stanno pensando di far intervenire la Regione Lazio, e hanno preparato una lettera per l'assessore Luigi Nieri. Esclusa la possibilità, soprattutto per quelli meno giovani, di abbandonare famiglie, case e impegni, esiste infatti il problema di governare una crisi che presenta aspetti davvero paradossali. Come si diceva all'inizio, i livelli culturali e professionali di questi impiegati, anche dei più giovani, sono ai massimi livelli. Quasi tutti parlano correntemente almeno due lingue, molti tre; ci sono persino esperti di arabo, turco, ecc. Un patrimonio di competenze nel campo assicurativo, inoltre, che dovrebbe garantire di per sé facilità occupazionale. Ma tra i luoghi comuni e la realtà concreta, come si vede, la distanza è davvero tanta.

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Germania: chiude la Aeg (il Manifesto)

Dal manifesto del 7 marzo 2006

MADE IN GERMANY
Funerale di lusso per la Aeg

GUIDO AMBROSINO
Dopo più di sei settimane di sciopero, i 1700 dipendenti della fabbrica di elettromestici Aeg di Norimberga stanno smontando la «Muraglia contro i capitalisti», fragile muretto di blocchi di gesso che sbarrava l'ingresso allo stabilimento. Da mercoledì prossimo torneranno a lavorare, con un groppo in gola e a termine: a cadenze trimestrali verranno licenziati, reparto per reparto. Entro la fine del 2007 la produzione di lavatrici, lavastoviglie e asciugabiancheria sarà spostata in Polonia e in Italia. Così ha deciso il padrone svedese Electrolux, che ha comprato nel 1994 il comparto elettrodomestici della Aeg senza sapere bene cosa farne. A volte le lavatrici venivano offerte a prezzi salati, speculando sulla fama secolare della Allgemeine Elektricitäts-Gesellschaft di Emil Rathenau (la fabbrica da lui fondata nel 1883 assunse questo nome nel 1887). A volte svendute. Alla fine si son perse nel limbo della mediocrità, affollato dalla concorrenza turca, sudcoreana o cinese.

Ogni giorno di sciopero è costato alla Electrolux 4 milioni di fatturato, per non parlare della «perdita di immagine». Così il 28 febbraio ha dovuto accettare un oneroso «piano sociale»: il funerale per lo stabilimento di Norimberga sarà di prima classe. Chiariti altri dettagli ancora controversi, l'intesa con la Ig Metall è stata firmata il 3 marzo. Da ieri e fino a oggi i dipendenti si pronunciano in un referendum sulla fine della vertenza. L'esito è scontato perché, se per cominciare uno sciopero in Germania occorre un quorum del 75%, per chiuderlo basta il 25% dei consensi.

In Germania il trattamento di fine rapporto non è regolato dalla legge. Le liquidazioni vanno concordate volta per volta. Electrolux offriva all'inizio 0,7 mensilità per ogni anno di lavoro in fabbrica, il sindacato ne pretendeva tre. Ci si è accordati per 1,8 mensilità.

Gli operai potranno farsi assumere per un anno da una «società di riqualificazione», che offrirà corsi di aggiornamento professionale. A partire dai 53 anni c'è il prepensionamento, un assegno tra il 79 e l'85 per cento dell'ultimo salario netto, erogato fino ai 63 anni, quando si può andare anticipatamente in pensione.

Electrolux promette, per quel che possono valere simili promesse, di non chiudere la fabbrica di cucine elettriche a Rothenburg, l'unico altro stabilimento che resta alla Aeg-elettromestici in Germania. I dipendenti delle quattro società di servizi della Electrolux-Aeg in Germania (logistica, distribuzione, pezzi di ricambio e assistenza ai clienti) ottengono un contratto aziendale che continua a orientarsi sulle tariffe dei metalmeccanici - l'azienda voleva quelle per lei più convenienti del commercio - ma comoporta un arretramento sugli orari: da 35 a 37-38,5 ore settimanali.

La chiusura dello stabilimento nel nord della Baviera costerà alla Electrolux più del previsto, tra i 150 e i 200 milioni di euro. Il gruppo svedese col trasferimento in Polonia risparmierà in salari 48 milioni l'anno: un operaio polacco ha una paga lorda di 400 euro, contro i 2000 del collega tedesco. Ma gli ci vorranno almeno tre anni per recuperare le spese «sociali» del trasloco. Non è bastato a farlo tornare sui suoi passi, ma forse il precedente di Norimberga potrebbe dissuadere altri gruppi dal seguirne l'esempio.

La Ig Metall è decisa a rincarare il pedaggio, per contrastare la tendenza alla delocalizzazione. La prossima partita si gioca alla Cnh di Berlino, una fabbrica di macchine edili acquistata nel 1998 dal gruppo Fiat. Forse i torinesi volevano solo togliersi dai piedi un concorrente. Fatto sta che dopo otto anni di «errori» manageriali - a cominciare dalla rinuncia allo storico marchio Orenstein & Koppel - ora vogliono chiudere la fabbrica. Gli operai sono in sciopero a oltranza dal 21 febbraio.

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La Francia rigetta la precarietà (il Manifesto)

La Francia rigetta la precarietà
ANNA MARIA MERLO

Un milione di persone sono scese in piazza in tutta la Francia, 200 mila nella sola Parigi. Parola d'ordine: no alla precarietà. I lavoratori, soprattutto giovani, e i sindacati respingono il «contratto di prova» varato di recente dal parlamento. La nuova tipologia di ingresso nelle imprese - il nome tecnico è «di prima assunzione» - prevede due anni di lavoro incerto per i ragazzi sotto i 26 anni, senza alcuna garanzia rispetto a una successiva stabilizzazione. Un vero regalo alle aziende.

Le manifestazioni si sono svolte in 160 città, ma erano animate soprattutto dagli studenti, nonostante i sindacati istituzionali - quelli dei «garantiti» - si fossero spesi per organizzarle. I lavoratori adulti e a tempo indeterminato hanno partecipato poco: qualche blocco nei trasporti urbani e nei voli, trasmissioni a singhiozzo alla radio e in tv. Ma il successo è stato decretato soprattutto dalla partecipazione di universitari e liceali. Contro il «lavoro spazzatura» introdotto dal governo con il sostegno degli imprenditori, i ragazzi d'Oltralpe hanno gridato: «Non siamo la generazione usa e getta».

Gli studenti hanno vinto la scommessa, ieri, nelle 160 manifestazioni che hanno attraversato tutte le principali città, contro il Cpe, il contratto di prima assunzione, che introduce due anni di precariato per i giovani di meno di 26 anni. Ma il mondo del lavoro è rimasto tiepido, benché nei cortei, accanto alle organizzazioni studentesche, ci fossero anche i sindacati. Pochi scioperi, soprattutto nei trasporti urbani (ma non a Parigi), dei voli annullati, trasmissioni a singhiozzo su Radio France e France 3, ma la protesta non ha quasi toccato la scuola, né i treni, né tanto meno il settore privato. A Parigi, un grande corteo, forte soprattutto di studenti universitari e anche di liceali - 200mila secondo la Cgt - per dire «no al Cpe», «non siamo la generazione usa e getta», «no al precariato», imposto da un contratto che permette per due anni licenziamenti senza dare giustificazioni. Il numero dei manifestanti ha superato di gran lunga persino le previsioni sindacali, che puntavano su 500 mila persone in tutta la Francia, mentre ieri erano quasi il doppio, senza comune misura con la protesta di un mese fa. Il primo ministro, Dominique de Villepin, che sta crollando nei sondaggi, proprio perché al 62% dei francesi il Cpe non piace (sono il 77% ad opporsi tra i meno di 26 anni), vuole però tener duro, anche se di fronte all'entità della protesta ha già attenuato il discorso. Ieri, all'assemblea ha affermato di essere «pronto ad arricchire» il Cpe «di tutte le nuove proposte» che verranno fatte, nella «concertazione» che si aprirà con le forze sociali nelle prossime settimane. Un piccolo passo indietro dell'ussaro che finora era andato avanti a passo di carica, anche se il Senato approverà oggi definitivamente la nuova legge sull'«eguaglianza delle possibilità», che contiene il Cpe.

La mobilitazione studentesca è stata forte, da gennaio 38 università sono in agitazione e ancora ieri una ventina erano occupate. A Parigi, il rettore ha fatto chiudere la Sorbona. Sono previste assemblee generali, per discutere il da farsi nei prossimi giorni, sperando di essere almeno riusciti a ritardare l'entrata in vigore del Cpe, che in un primo tempo era stata prevista già per l'1 aprile. «Ci impiegheremo il tempo che ci vorrà» per far ritirare il Cpe, ha dichiarato il segretario della Cgt, Bernard Thibault. François Chérèque, segretario della Cfdt, chiede «la sospensione del progetto» e auspica un'ampia concertazione. Fo pensa a una giornata nazionale di sciopero. I sindacati chiedono che venga reintrodotto il principio della «giusta causa» per licenziare, anche nei due anni di prova. Potrebbero essere adottate delle misure a favore della formazione per i non diplomati.

Al corteo parigino hanno partecipato anche i partiti di sinistra, ma ognuno per conto proprio, senza una proposta unitaria. La forza che resta a Villepin, difatti, sta tutta nella debolezza delle proposte alternative della sinistra. Ieri, il socialista Dominique Strauss-Kahn, ex ministro dell'economia, ha pero' sfidato Villepin a un dibattito sull'occupazione. Il Cpe, difatti, è per Villepin una risposta adatta al grave problema della disoccupazione dei giovani, che è il doppio della media: «rispetto le paure e le inquietudini» ha detto Villepin ieri, «ma rifiuto l'immobilismo», dopo «vent'anni che i giovani vengono considerati una variabile di aggiustamento del mercato del lavoro». Il Ps ha avanzato delle proposte alternative, come dei contratti che abbinino formazione e lavoro (l'ultima idea è quella di Martine Aubry, battezzata «Eva», entrata nella vita attiva), con sovvenzioni pubbliche per i datori di lavoro: ma sta di fatto che anche per i socialisti ci vuole un contratto speciale per i giovani. La debolezza di Villepin sta invece nell'opposizione che il Cpe suscita nel padronato, che ha spinto l'Ump a un appoggio molto tiepido al primo ministro. Il Medef (la Confindustria francese) ha fatto sapere di preferire un contratto a durata indeterminata per tutti, ma con più flessibilità. Il padronato teme i ricorsi in giustizia per licenziamento abusivo, che sono già cominciati per il Cne (contratto nuova assunzione), su cui è ricalcato il Cpe per i giovani, che era stato varato precipitosamente all'inziio dello scorso agosto, destinato ai disocupati di lunga durata assunti nella piccola e media impresa.

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Assunzione per 51 lavoratori precari al servizio prenotazioni Alitalia

Assunzione per 51 lavoratori precari al servizio prenotazioni Alitalia
Lo comunica il Sult

Il Sult ha reso noto la formale assunzione per 51 lavoratori del servizio prenotazioni Alitalia, che avevano avuto dei contratti a termine nel 1997 e '98. Come precisato dal Sult il risultato è stato conseguito dopo l'accordo del 10 febbraio che prevede un'ulteriore fase di assunzione di lavoratori precari entro ottobre 2007. Il sindacato ha espresso la propria soddisfazione, ma ha anche sollecitato un analogo accordo per l'assunzione di precari di altri settori del Gruppo, come ad esempio cargo, scali passeggeri, assistenti di volo.

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Lazio: Istituito un fondo speciale per i precari

Istituito un importantissimo Fondo Speciale di garanzia per l'acquisto della prima casa.
Dichiarazione del consigliere regionale Domenico Di Resta (DS), firmatario della proposta

Qualche settimana fa abbiamo presentato una Proposta di Legge Regionale per l'istituzione di un Fondo Speciale di garanzia per l'acquisto della prima casa firmata dai consiglieri Carapella (DS), Gargano (UDC), Di Resta (DS), Peduzzi (PRC), Zanon (DL).

Il consigliere Domenico Di Resta Ieri, in sede di approvazione del Bilancio, la Regione Lazio è andata oltre ed a poche settimane dalla PDL il Consiglio Regionale ha istituito, su proposta dell'Assessore Astorre, un Fondo di Garanzia di 32.000.000,00 di Euro (30.000.000,00 sotto forma di garanzie fideiussorie della Regione Lazio e 2.000.000,00 sotto forma di risorse monetarie) al quale potranno attingere tutti i lavoratori precari ed atipici ai quali allo stato attuale, veniva di fatto negato l'accesso al credito attraverso la richiesta, da parte delle banche, di garanzie impossibili.
Al giorno d'oggi sono sempre di meno i lavoratori - perlopiù giovani - che sono in possesso di un contratto di lavoro indeterminato e quindi questo provvedimento della Regione assume una importanza cruciale nel disegno politico complessivo di estendere a tutti i cittadini un diritto necessario come quello dell'acquisto della prima abitazione.
Siamo molto soddisfatti anche perché l'intervento, nato con l'intento di allargare la base dei diritti ai giovani residenti nel Lazio, sarà esteso anche agli anziani in stato di bisogno ed alle cooperative impegnate nella realizzazione di programmi per l'edilizia convenzionata ed agevolata.
In più il Fondo garantisce anche sugli affitti e non solamente sull'acquisto dell'immobile.
Il fondo è affidato tramite concessione all'UNIONFIDI LAZIO spa. La soddisfazione è tanta anche alla luce del fatto che un punto importante del programma dei Democratici di Sinistra e di tutta l'Unione ha trovato a breve la sua soluzione concreta dentro la nuova gestione del Lazio che punta a non escludere nessuno e a ripartire dalle fasce più bisognose di interventi di sostegno. Nella nostra provincia la Sinistra Giovanile si è attivata molto negli ultimi anni su questi temi che hanno trovato immediata risposta nella nuova impostazione politica del Governo Marrazzo della Regione che punta ad ascoltare i cittadini (in questo caso giovani e giovanissimi) ed a far proprie le istanze della nostra società che domandano nuovi diritti e la restituzione di quelli negati. In campagna elettorale avevo assunto queste richieste come uno dei punti programmatici principali del mio mandato.
Anche questo è motivo di ulteriore soddisfazione.

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